Burundi / La crisi
Senza il consenso del presidente Nkurunziza, niente forza di interposizione dell’Unione Africana per proteggere la popolazione del paese dei Grandi Laghi sull’orlo della guerra civile. Solo il voto favorevole di due terzi dell’assemblea panafricana avrebbe potuto forzare la situazione.

È stato dominato dalla crisi del Burundi il 26° vertice dell’Unione africana, che si è svolto il 30 e 31 gennaio nella sede dell’organizzazione panafricana a Addis Abeba (Etiopia).

Avevamo sperato in contrario, ma… l’Unione africana (Ua) si sta rivelando incapace di farsi carico delle sofferenze del popolo burundese. Il presidente Pierre Nkurunziza si oppone all’invio di una forza di pace africana nel suo paese? Bene, non se ne farà nulla perché non riesce a mettere d’accordo almeno i due terzi dell’assemblea. Ban Ki-moon, il bravo ma innocuo segretario generale dell’Onu, invitato al vertice, ricorda che il Burundi da quasi un anno è in preda di violenze assassine e che quindi «la situazione chiama ad agire con urgenza». Bene, ma non succede nulla…

Il commissario alla pace e alla sicurezza dell’Ua, Smail Chergui, si è accontentato di annunciare, senza precisare la data, che una «delegazione ad alto livello» dell’Ua (quindi formata da capi di stato) si recherà a Bujumbura. Forse per tentare di convincere Nkurunziza che non è una «forza di invasione» (parole testuali del presidente burundese) la forza di interposizione di 5mila uomini che il Consiglio di pace e sicurezza (Cps) aveva deciso di inviare il 17 dicembre scorso?

Ecco quindi l’Ua incapace di farsi valere in Burundi. I capi di stato hanno accettato di non muoversi senza l’assenso del governo burundese. Ipocriti! Sanno benissimo che il governo non ne vuole assolutamente sapere: non vuole testimoni delle violenze che compie contro la popolazione, soprattutto nei quartieri della capitale che gli sono ostili, mentre continua a ripetere che la situazione è assolutamente tranquilla!

Il commissario del Consiglio di pace e sicurezza ha ricordato che, in passato, era stato il governo burundese a chiedere l’aiuto dell’Ua per disarmare i gruppi ribelli e requisire le armi che circolavano illegalmente in Burundi. Oggi la forza di pace Ua avrebbe gli stessi compiti: disarmare le milizie; proteggere i civili; facilitare il lavoro dei difensori dei diritti dell’uomo, ricuperare tutte le armi possedute illegalmente.

La risposta di Nkurunziza? Una forza “esterna” può essere accettata solo se protegge le frontiere contro eventuali “infiltrazioni”, da nord, cioè dal Rwanda. Kigali è accusata di voler mettere il naso negli affari del Burundi. E in effetti un rapporto Onu, ripreso oggi dall’agenzia Reuters, afferma che il Rwanda sta addestrando militarmente in Rd Congo dei rifugiati burundesi, allo scopo di rovesciare il regime di Bujumbura.

Ban Ki-moon ha insistito con i leader africani: «È una questione di diritti umani. Più si aspetta, più morti ci saranno. Un milione di persone sono già toccate dalla crisi; non si può attendere ancora. È un’urgenza assoluta. Bisogna agire in fretta e insieme. Chiedo anche al presidente Nkurunziza e al suo governo di ascoltare bene e di iniziare rapidamente un dialogo incluso». Inutilmente.

Questo rispetto della sovranità nazionale che impedisce un intervento dell’Ua, è condannato con forza da Sipho Mthathi, direttrice esecutiva di Oxfam Sudafrica: «Ciò significa che ai capi di stato africani non importa nulla del popolo burundese». Mthathi ha stigmatizzato anche la rielezione del Burundi in seno al Comitato per la pace e la sicurezza dell’Ua che doveva essere integralmente rinnovato. «È aprire la porta alle violazioni dei diritti dell’uomo da parte di altri capi di stato».

Nella foto in alto l’Assemblea generale dell’Unione africana ad Addis Abeba in Etiopia. Sopra il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza.