Angola
La capitale dell’Angola è il simbolo della situazione del paese. Ricca e sfavillante per pochi, povera e senza sbocchi per il resto della popolazione. L’economia troppo dipendente dal petrolio, però, sta perdendo colpi. A pagare il prezzo delle scelte sbagliate saranno come sempre gli ultimi.

Nessuno ci crede ma Luanda, capitale dell’Angola, è proprio la città più cara al mondo. Il costo della vita è alle stelle ed è a misura di stranieri ricchi, che viaggiano a spese delle multinazionali, e dei facoltosi luandesi che non hanno nulla da invidiare ai ricchi occidentali, con la sola differenza che loro non presentano la nota spese alle multinazionali, la presentano a se stessi.
Questi signori, pochi per la verità, e tutti appartenenti alla “cerchia” parentale o di interessi legata in qualche modo alla presidenza, non badano proprio a spese e non se ne preoccupano neppure. Poco gli importa se per un modesto appartamento con due camere da letto si arriva a spendere fino a 6mila dollari di affitto al mese e per una casetta indipendente si devono sborsare 15mila dollari. Se poi si decide di andare a mangiare una pizza alla Ilha di Luanda, la penisola che si stacca dalla capitale, partendo dalla marignal, non ci si preoccupa di tirare fuori dal portafoglio 8 biglietti da 10 dollari.
È così, questa è Luanda. Una città da 5 milioni di abitanti, dove il traffico ti fa restare in auto per ore interminabili, dove la criminalità, soprattutto minorile, la fa da padrone. Dove i bambini di strada sono più astuti di quelli che vivono in altri paesi. Eh sì. Provate a dare a un ragazzo di strada – piazzato davanti alla pizzeria dove avete speso i vostri 80 dollari –  un biglietto da un dollaro, sgrana gli occhi, se la trova prende una bottiglia di birra e la rompe, e voi dovete moltiplicare per dieci la cifra. Tutto è commisurato al costo della vita. Ecco dunque Luanda.
Quella sfavillante dei grattacieli costruiti dai cinesi e delle baraccopoli imputridite. Non c’è via di mezzo. All’oltre 40% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, le autorità hanno tolto anche l’unica fonte di sostentamento: Roque Santiero, quello che era il mercato nero più grande dell’Africa, dove ogni giorno passavano a fare acquisti oltre 300mila persone. L’hanno spostato perché bisogna ammodernare, costruire, per soddisfare la bulimia edilizia di pochi.

Ma gli affari non vanno così bene
La crescita del Pil, però, comincia a segnare il passo, le entrate diminuiscono a causa del prezzo del barile basso, dimostrando la forte dipendenza dal petrolio dell’economia angolana. I prezzi dei prodotti alimentari, tutti importati, sono schizzati a luglio del 10% rispetto al luglio 2014. Le esportazioni, come era prevedibile, sono penalizzate. Nel primo semestre 2015 hanno raggiunto il valore di 1,05 miliardi di dollari contro i 2,5 dello stesso periodo del 2014. Dati forniti dall’Autorità tributaria dell’Angola. In calo anche le importazioni che passano da 1 miliardo di dollari nel primo semestre 2014 a 0,9 miliardi del primo semestre 2015.
Vanno un po’ meglio per quanto riguarda il settore diamantifero. Dopo il petrolio, l’industria diamantifera rappresenta la seconda voce delle esportazioni angolane. Nel primo semestre del 2015 la vendita di diamanti ha raggiunto un controvalore di 573 milioni di dollari, in crescita del 35% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nei primi sei mesi l’Angola ha commercializzato 4,2 milioni di carati, in linea con i 4,1 milioni del primo semestre 2014. I benefici fiscali, tuttavia, sono stati pari a 28,3 milioni di dollari, in flessione del 23% rispetto al primo semestre 2014. Nell’intero 2014, dalla vendita di diamanti le casse dell’Angola hanno beneficiato di introiti fiscali pari a 29,3 milioni di dollari, frutto della commercializzazione di 8,3 milioni di carati, per un controvalore complessivo di circa 1,274 miliardi di dollari.

Politica economica che genera poveri
Nonostante questi numeri e le potenzialità che ne derivano, in termini di investimenti interni nei settori dell’agricoltura e del manifatturiero, tutto rimane immobile per l’angolano medio, figurarsi per chi vive sotto la soglia di povertà.
Basti pensare che solo il 3% delle terre coltivabili è sfruttato. E allora si capisce anche perché i prezzi dei generi alimentari schizzino verso l’alto. L’importazione è nelle mani dei soli noti, e la povertà, così come la criminalità continua a dilagare. E poi ci sono le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale che, constata, come l’Angola stia reagendo bene alla crisi provocata dal prezzo del petrolio. Il deficit pubblico a fine 2015 si attesterà al 3,5% contro il 6,5% dello scorso anno, grazie anche ai tagli del governo che ha ridotto la spesa di bilancio di quest’anno di 14,35 miliardi di dollari.
Ma non basta. Il Fondo monetario insiste sul fatto che il costo dei salari dovrà essere ridotto nell’arco del tempo. I salari, oggi, viaggiano intorno al 10-12 per cento del Pil. Certo il costo della vita schizza verso l’alto e i salari devono diminuire. Ma il Fmi non vuole essere impopolare. Per questo l’Angola dovrà migliorare l’efficienza della spesa in beni e servizi per poter controbilanciare con la produttività l’aumento dei salari. Li deve diminuire o aumentare? Si capisce che queste sono politiche, se verranno adottate, di lungo termine.
E poi c’è l’inflazione. Attualmente al 10,4%, è destinata ad aumentare se non ci saranno interventi mirati con la conseguenza di un innalzamento della percentuale delle persone che vivono sotto la soglia di povertà. E tutto questo grazie alla diminuzione del prezzo del barile. Il petrolio rappresenta il 40% del Pil. Benvenuti a Luanda.

Nella foto Luanda, la capitale dell’Angola.