PAROLE DEL SUD – marzo 2010
Giampietro Baresi

Al G20 di Londra di inizio aprile 2009, Obama non ha lesinato elogi per Lula: «È lui l’uomo del momento! Adoro questa figura. È il politico più popolare del mondo. È il tipo di persona di cui ci si può fidare». È stato come dare il “la” a un coro planetario, che ha cominciato a cantare secondo lo spartito di Obama. E così il mito Lula ha conquistato i media ed è entrato nell’immaginario collettivo mondiale, divulgando nel mondo un’immagine di un Brasile – “formato Lula” – destinato a diventare, nel volgere di 20 anni, la quinta potenza economica mondiale.

Alla fine del 2009, i mass media internazionali hanno sponsorizzato il solenne finale del coro: Lula è apparso primo – o tra i primi – nell’elenco delle maggiori personalità del mondo (e non solo dell’anno, ma anche del decennio). Il francese Le Monde l’ha riconosciuto come “personalità dell’anno”, «per il suo particolare percorso di ex sindacalista, per il suo successo alla guida di un paese complesso come il Brasile, per il suo impegno per lo sviluppo economico, la lotta contro le ineguaglianze e la difesa dell’ambiente». L’americano Financial Times, invece, l’ha definito «il presidente più popolare di tutta la storia del Brasile». Alla fine di gennaio scorso, il gotha dei ricchi del mondo, riuniti a Davos per il Forum economico mondiale, ha consegnato al presidente brasiliano il “Premio statista globale”.

Un po’ più in sordina è il coro che si eleva in Brasile nei confronti del suo leader, nonostante il consenso popolare sembri toccare l’82%. Tra le voci di dissenso figurano critici impietosi, delusi, arrabbiati, con sfoghi di satira al vetriolo e di puro odio. Chiamano Lula «traditore», «gaglioffo», «voltagabbana», e lo definiscono «incompetente». Sorprende il fatto che questo gruppo di dissenzienti sia formato soprattutto da ex compagni di lotta, tra cui molti amici intimi, quali Frei Betto e Leonardo Boff. Il primo lo definisce «padre dei poveri e madre dei ricchi»; il secondo ne critica «la fiacca performance sulla questione climatica » e lo bolla come «miope e irresponsabile».

Ma allora, chi è veramente Lula? Chi è interessato a crearne il mito? Ci vorrà del tempo prima di poter dire qualcosa di preciso. Mi limito a offrire alcuni riferimenti che possono orientare nella difficile impresa.

È indiscutibile il carisma di Lula, abbinato a una straordinaria intelligenza. Nato povero, migra nella maggior metropoli del Brasile, dove fa il lustrascarpe e poi l’operaio metallurgico che perde il mignolo della mano sinistra. È timido e bloccato quando parla in pubblico. La visita al fratello, sbattuto in prigione e torturato dai militari al potere, fa esplodere in lui la rabbia. E trova la voce e il carisma di condottiero delle masse operaie.

I molti ansiosi di cambiare radicalmente il Brasile, campione mondiale di ingiustizie sociali, pensano di aver trovato in lui il messia da lungo atteso. Con lui fondano il Partito dei lavoratori (Pt) e lo lanciano nella politica, al grido di “Lula-Lá!”(per portare “là”, cioè al potere, un operaio metalmeccanico). Lo sostengono nelle sconfitte di due campagne presidenziali. Al terzo tentativo, colgono la vittoria (2002), in cambio di una “lettera ai brasiliani”, in cui Lula e il Partito dei lavoratori promettono di “non rivoluzionare niente”: il governo sarà fedele agli intessi del grande capitale finanziario, sotto la guida del Fondo monetario internazionale. Il documento viene subito ribattezzato “lettera ai banchieri”.

E Lula mantiene la promessa. Viene poi eletto per un secondo mandato (2006), alleandosi con (quasi) tutti coloro che sono affamati di potere e soldi. I banchieri sono felici. Gli speculatori, nazionali e internazionali, ancor di più. I militari si dicono soddisfatti. I latifondisti moltiplicano il bestiame e battono ogni record di produzione nelle loro sterminate terre, in molti casi occupate illegalmente. Gli impresari si lamentano, più per coerenza capitalista che per infelicità. I sindacati si allineano. Il popolo è contento perché le cose migliorano, soprattutto grazie alla “Bolsa família”, il programma di sussidi alle famiglie più povere, che attua un poco la tanta attesa distribuzione del reddito.

Il presidente costruisce, così, un nuovo sistema politico, il “lulismo”. Non c’è bisogno di rivoluzione, né di lotte popolari. La grande massa dei sottoproletari confida nel capo; le classi ricche, tranquille, sono d’accordo. I primi sono soddisfatti perché le briciole che cadano dalla tavola degli epuloni sono più grosse; i capitalisti, perché capiscono che non perdono un granché.

La straordinaria capacità di dialogare di Lula sembra fare miracoli, tanto in casa quanto nelle relazioni internazionali. Lo comprova il superamento abbastanza tranquillo della crisi economica, merito indiscusso del timoniere Lula. Ma quando arrivano al pettine certi nodi che esigono posizioni nette, le cose si complicano. Come quando si tratta di varare un vasto programma di difesa dei diritti umani. Il ministro della difesa e i comandanti militari minacciano le dimissioni. Lula cede e addolcisce il decreto.

Per finire in gloria, ecco la conclusione di Enrico Iglesias, ex presidente della Banca interamericana di sviluppo: «Avete creato un santo vivo, Lula». In questo c’è del vero. Ma è bene tener presente la sapienza del detto popolare: “Devagar com o andor, porque o Santo é de barro!” (adagio con la portantina, perché il Santo è di argilla!).