ALTRE AFRICHE
Davide Maggiore

È un vecchio gioco di parole, in Senegal, quello che fa derivare il nome dei tirailleurs – truppe reclutate, per decenni, dalla Francia nelle colonie – da “tire ailleurs“, “spara altrove” in francese. Un riferimento a una presunta cattiva mira, ripetuto a beneficio degli stranieri, certo, ma emblematico, a suo modo, del destino di questo corpo. Che combatté, con gravi perdite, anche in Europa nelle due guerre mondiali ma vide il suo sacrificio cancellato dalla memoria. Fino ad arrivare a episodi come il massacro di Thiaroye, quando decine di tirailleurs che reclamavano paghe arretrate morirono sotto i colpi della polizia militare francese. Era il dicembre 1944, a guerra contro i nazifascisti ancora in corso.

Davvero storica, quindi, la giornata dello scorso 15 aprile, quando François Hollande, ormai agli sgoccioli del suo mandato di presidente della Francia, ha conferito la cittadinanza francese a 28 ex-tirailleurs (23 senegalesi, 2 congolesi, due centrafricani e un ivoriano). Tutti l’avevano persa al momento dell’indipendenza dei rispettivi paesi e la recuperano ora, a 80 o anche 90 anni compiuti. Nelle loro parole dopo la cerimonia, gioia, esultanza e anche gratitudine. Verso Aïssata Seck, 37 enne vicesindaca socialista di Bondy e nipote di un tirailleur, che a novembre scorso aveva lanciato una petizione online per facilitare le naturalizzazioni. In 64.000 l’avevano firmata. Ma la decisione di Hollande ha creato anche divisioni nella società civile africana.

L’illustre storico (ed ex ministro) senegalese Iba Der Thiam si è congratulato, in una lettera, col capo di Stato francese per quello che ha definito “l’impegno (…) a promuovere ormai l’equità, l’uguaglianza e la giustizia” a cui i tirailleurs “hanno diritto”. Ma sulla stampa locale sono apparse anche le considerazioni, più amare, di Macoura Ndiaye, figlio di un sergente mandato a combattere in Indocina, ma non vissuto abbastanza a lungo da vedere il cambio di rotta francese. Definito ora dal figlio “un recupero tardivo”. E una delle voci più autorevoli della stampa transalpina, Le Monde, ha ospitato il contributo estremamente critico dell’editorialista Amidou Hanne. Hollande, è la sua accusa, ha voluto “strumentalizzare la miseria di poveri anziani”. Che, prosegue l’articolo “sarebbero trattati meglio a casa loro”, nei paesi d’origine.

Forse, però, il gesto del capo di Stato francese può essere interpretato alla luce del futuro, oltre che del passato. Uno spunto arriva da un altro accademico senegalese, Daha Chérif Ba, dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Che si concentra sul significato – sia simbolico che pratico – della naturalizzazione per i figli e i discendenti degli ex militari. Destinati a diventare gli emblemi di un mondo all’insegna dell’incontro e multiculturale, come quello auspicato dai grandi intellettuali africani che segnarono l’epoca della decolonizzazione.

Hollande durante la cerimonia di conferimento della cittadinanza. (Foto: Eliseo)