Zindizi Mandela (Credit: Wikimedia Commons)

Lunedì 13 luglio, a 59 anni, a Johannesburg, a soli due anni dalla morte della madre, a cui era rimasta vicinissima tutta la vita, ci ha lasciato Zindzi Mandela, figlia minore di Nelson e Winnie Mandela. Era ambasciatrice del Sudafrica in Danimarca.

Alla sua nascita, il 23 dicembre 1960, Nelson Mandela ha qualche dubbio sulla sua paternità; quell’anno era sotto processo a Pretoria e non aveva visto sua moglie. Ma quando vede la piccola, i suoi dubbi svaniscono e decide di chiamarla Zindziswa, «come la figlia del poeta Samuel Mqhayi», scrive nelle sue memorie, Lungo cammino verso la libertà (Feltrinelli).

«Il poeta era rientrato da un lungo viaggio e aveva scoperto che sua moglie aveva dato alla luce una bambina. Non sapeva che fosse incinta e aveva creduto che la bambina fosse di un altro. Nella nostra cultura, quando una donna mette al mondo un figlio, il marito non entra nella casa dove la mamma vive rinchiusa per dieci giorni.

Ma il poeta, troppo furioso per osservate quell’usanza, si precipitò in casa con una lancia in resta, pronto a trafiggere mamma e bambina. Ma quando guardò la bimba e vide che gli assomigliava come una goccia, se ne andò dicendo “U zindzinle”, che significa “Sei ben solido”, in isixhosa. La chiamò Zindziswa, la versione femminile di quanto aveva detto».

L’intera sua infanzia è segnata dalla caccia incessante data dal regime dell’apartheid ai suoi genitori. Ha solo 4 mesi quando, nel marzo 1961, papà entra in clandestinità, per organizzare il passaggio dall’African national congress (Anc) alla lotta armata.

Quando sua madre la iscrive alla materna, in una scuola per bambini meticci situata vicino al luogo di lavoro, ne viene espulsa all’età di 6 anni, quando la polizia scopre la sua vera identità. Quello stesso anno, con sua sorella Zenani, avanti di un anno, viene inviata nel severissimo collegio-internato che era Convent of our lady of sorrows, in Swaziland, piccolo regno vicino, risparmiato dall’apartheid. Poi con l’aiuto di amici, tra questi Helen Joseph, le due sorelline cambiano scuola per entrare in quel collegio chic e caro di Waterford, sempre in Swaziland.

Zindzi e Nelson Mandela

Nel maggio 1969, mentre le due ragazze sono in vacanze dalla mamma, a Soweto, Winnie è arrestata sotto i loro occhi, durante la notte, con l’accusa di “terrorismo”. Tre anni più tardi, quando la polizia sfonda di nuovo la porta della loro casa in mattoni rossi, la famiglia è terrorizzata da un tentato omicidio di Winnie: sono le grida delle bambine a mettere in fuga i tre poliziotti intenzionati a strangolare con una corda la moglie di Mandela.

A 12 anni, Zindzi si rivolge per lettera al Segretario generale dell’Onu e al Comitato internazionale della Croce Rossa per chiedere la protezione della madre. Le due organizzazioni intervengono presso il governo sudafricano. Ma questo non impedisce che nel 1974, quando un amico la accompagna con sua sorella a pranzo in città dalla mamma che lavora, Winnie venga arrestata e condannata a sei mesi di carcere per aver infranto un «ordine di divieto» di vedere le figlie solo in casa sua. Le due bambine sono autorizzate a visitarla in carcere.

Adolescente, Zindzi impara a suonare il piano e la chitarra a Waterford, e comincia a scrivere dei poemi e delle canzoni. Nel dicembre 1975, la famiglia Mandela si ritrova per la prima volta dal 1963 riunita a Robben Island. Nelson sono 12 anni che non vede Zindzi, che racconterà: «Ero un po’ angosciata e mi dicevo: “Dio mio, vedrò mio papà. Che cosa potrò dirgli? Sarà fiero di me? Risponderò alle sue attese?”.

Ed eccolo così caloroso, così pieno di tatto. Mi ha detto: “Oh, ti rivedo a casa, un bebè sulle mie ginocchia!”, e ho subito dimenticato dov’ero, e ci siamo messi a sognare, a sognare, e mi sono sentita tanto libera. Ha un formidabile senso dell’umorismo, così è andato tutto tanto bene».

La vita di Zindzi Mandela cambia in maniera consistente e improvvisa un anno dopo i disordini degli studenti del 16 giugno 1976 a Soweto, di cui la madre venne ingiustamente accusata di essere l’istigatrice. Quando Winnie è sorpresa dalla polizia, una notte del 1977, Zindzi si trova in vacanze con lei. Un arresto insolito. Zindzi può scegliere tra rimanere in una casa vuota fino al suo ritorno a Waterford, la sua scuola in Swaziland, o partire con la madre.

Sceglie di partire con la mamma, senza alcun dubbio sulle conseguenze, pesanti, sul suo futuro. Le due donne vengono fatte salire con le loro masserizie su un camion dell’esercito, cose che non entrano nella casetta di tre stanze, cosparsa di detriti, della township isolata di Brandford, a più di 300 km a sud di Johannesburg.

L’anno seguente, il 1978, Zindzi pubblica una raccolta di poesie che le valgono un premio negli Stati Uniti, ma non riprenderà più la strada della scuola. Rimane incinta molto giovane e dà alla luce una bambina, Zoleka, e poi un bambino che rinomina Gheddafi, in omaggio al colonnello libico, amico del padre.

Nel 1985, subisce delle violenze coniugali che le lasciano dei punti di sutura sulla testa e un nuovo traumatismo. Per consolarla, il padre le chiede di prendere la parola davanti alla folla che riempie lo stadio di Soweto, per leggere il suo rifiuto a un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e alla politica, dopo 21 anni di carcere, da parte del regime razzista.

Con la sua voce dolce, legge un documento storico: «Mio padre dice: “Non amo la vita meno di voi. Ma non mercanteggerò il mio diritto di vivere in pace in un paese libero. Solo gli uomini liberi possono negoziare; i prigionieri non possono stipulare contratti. La tua e la mia libertà non possono essere separate. Tornerò”».

Un lungo silenzio precede il canto, intonato dalla folla come un solo uomo, e che diventerà l’inno nazionale del nuovo Sudafrica: Nkosi sikelel’I Afrika (Dio benedica l’Africa). L’impatto è immenso, e rilancia la campagna per la sua liberazione.

Non è la statura del padre, bensì purtroppo gli errori della madre che la spingono sul proscenio. La madre, ritornando a Soweto nel 1986, forma attorno a sé un club di calcio. La polizia ritroverà l’anno seguente una mitragliatrice nella camera di Zindzi. Il suo compagno, Siswe Sithole, è incriminato nel 1989 per l’uccisione di un membro del club di calcio sospettato di aver parlato con la polizia. Lui stesso muore in una cella di detenzione nella prigione di John Vorster Square, il 3 febbraio 1990. Una commissione d’inchiesta conclude per il suicidio.

Zindzi saprà della liberazione imminente di suo padre, l’11 febbraio, durante il funerale di Siswe Sithole, padre del suo terzo figlio, Bambatha, un bambino nato nel giugno 1989.

Nell’ottobre 1992 Zindzi sposa un uomo d’affari, Zweli Hlongwane, con il quale riprende per alcuni anni un ristorante di fronte al Market Theater, a Johannesburg. Winnie organizza un banchetto di nozze al Carlton Hotel, cui prende parte anche un Mandela preoccupato, che ignora Winnie. Nel suo discorso, afferma che tutti i combattenti della liberazione hanno pagato un pesante scotto, sul piano personale, dato che la loro vita e quella famigliare ne sono totalmente destabilizzate. Si chiede apertamente se ne era valsa la pena.

Il divorzio dei suoi non sarà pronunciato che nel 1996, ma la tensione è palpabile. Nel maggio 1994, al giuramento di Nelson Mandela come primo presidente nero di un paese finalmente libero, è Zenani, la prima figlia, a trovarsi al fianco del papà, nel ruolo di First lady. Winnie, eletta in parlamento, non è invitata sul podio né si trova tra i VIP… È tra la folla con Zindzi, che accompagnerà suo padre nel suo primo viaggio ufficiale negli Stati Uniti, nell’ottobre di quello stesso anno.

Quando Winnie si ritrova nel 2001 al centro di uno scandalo intorno a un milione di rand, prestiti che ha concesso a delle impiegate fasulle della Lega delle donne dell’Anc, il nome di sua figlia Zindzi appare tra le beneficiarie. La sua piccola, ammalatasi con l’inizio del nuovo millennio, ha visto il suo corpo e i suoi tratti guastati dal cortisone. Non ha smesso però di giocare il ruolo di assistente personale della madre, negli ultimi due decenni che hanno preceduto la sua morte, avvenuta nell’aprile 2018, proteggendola dai media e difendendola a spada tratta.

Fino a prendere parte alla produzione di un docufilm “autorizzato” su Winnie, provocando polemiche in Sudafrica per le tante inesattezze. Nel film della regista francese Pascale Lamche, infatti, presenta sua madre come vittima dell’Anc e del suo ex marito, contribuendo a scalfire il mito di Nelson Mandela.