Editoriale maggio 2013

Quelle pallottole in copertina ci dicono di una situazione – quella di una regione del Sudan che si è ribellata perché dimenticata e bastonata da Khartoum – affrontata solo parzialmente e lasciata incancrenire. Sono ben altre le priorità, specialmente dopo che, dal 2011, si confrontano Sudan e Sud Sudan.

Se ci spostiamo appena più a sud, eccoci in Repubblica Centrafricana. Un paese che non ha mai trovato un proprio equilibrio e che oggi è attraversato dall’ennesima crisi. Dopo l’immancabile fase di transizione, si prospetta di affidare le redini a una qualche figura politica traballante e poco rappresentativa. Nel frattempo parlano le armi, come ci raccontano i comboniani che operano a Bangui, la capitale.

La crisi del Mali è entrata ormai nel quinto mese. Era evidente che l’intervento militare francese per strappare il nord del paese dalle mani degli islamisti, non sarebbe stato risolutivo. E che anche le truppe africane della Missione internazionale di sostegno al Mali avrebbero dato un contributo limitato nell’arginare la guerriglia terrorista. Gli unici esperti erano i corpi speciali ciadiani, ma N’Djamena ha valutato che questo scenario non le dà sufficienti vantaggi e ha deciso, lo scorso aprile, di richiamarli. Una possibile soluzione non può che passare da un governo che voglia occuparsi anche del nord e delle diverse etnie che lo abitano. Ma ad oggi, siamo ancora in una precaria fase di transizione…

Lasciamo le crisi politiche e guardiamo alle logiche economico-commerciali. Molti paesi sono interessati all’Africa in quanto supermarket di materie prime. E la Cina sta ai primi posti della classifica. Lo ha confermato anche il recente viaggio del neoeletto presidente Xi Jinping prima in Tanzania, a Pretoria (Sudafrica) – per un vertice dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) – e infine in Congo.

Pechino fa il suo gioco: offre infrastrutture in cambio di risorse energetiche e minerarie, e scommette che l’Africa possa diventare sempre più un mercato di consumo dei prodotti cinesi. Un gioco che ha già sollevato qualche tensione, in quanto la Cina tende a sbilanciare il tutto a proprio vantaggio. Rimane il fatto che la contrattazione avviene tra il colosso asiatico e ogni singolo paese africano, talora con la mediazione di Pretoria che, tuttavia, in quanto paese Brics, tiene il piede in due staffe e cura innanzitutto i propri interessi.

Questi quattro rapidi esempi hanno un denominatore comune: ci raccontano di un’Africa che si muove senza coordinarsi, che non possiede un senso di appartenenza continentale, che troppo spesso va a finire nelle strettoie delle convenienze nazionali, le quali non di rado coincidono con i vantaggi di una minoranza barricata dietro istanze etnico-identitarie.

No, non è questo un quadro troppo crudo. Fa semplicemente i conti con la realtà, dando per acquisito che continuando ad agire in questo modo, specie nel contesto internazionale, i paesi africani fanno la parte di vasi di coccio presi tra vasi di ferro.

Eppure uno strumento che potrebbe lavorare seriamente per una maggiore coesione continentale esiste e si chiama Unione africana. Come si coglie dal dossier di questo numero, l’Ua manifesta forti lacune, ma non è priva di potenzialità.

Per superare gli impacci, le lentezze e il vuoto di idee che l’Ua spesso mostra di fronte all’incalzare degli eventi è però necessario che le singole nazioni scelgano di compiere un forte investimento politico in direzione di un potenziamento dell’Unione, per farla diventare autentica istituzione di governo del continente.

Un’operazione complicata, che non è riuscita nemmeno alla vecchia Europa. Un’operazione che va necessariamente affidata a gruppi dirigenti diversi da quelli attuali, così da esprimere maggiore qualità politica. Ma all’orizzonte non si vede granché. Tuttavia va prefigurata, incoraggiata, progettata. E fatta. E non in nome di panafricanismi d’antan, ma perché è conveniente.

Un’Africa senza più scie di sangue e capace di lavorare per prevenire i conflitti conviene innanzitutto all’Africa stessa (che oggi si picca a dire che «i problemi africani devono avere risposte africane»). Un’Africa che sulle questioni del modello di sviluppo e dei rapporti di forza geopolitici esprima un punto di vista unitario peserebbe di più sulla scena internazionale. Un’Africa unita sarebbe più in grado di trasformare la crescita della ricchezza in maggiore bene comune. Bene che dovrebbe essere il fine della buona politica.