La giunta militare che guida il Madagascar da circa sei mesi non ha mai veramente avviato un processo di transizione inclusivo e di riconciliazione nazionale.
Lo esprimono con linguaggi diversi ed evidenziando obiettivi diversi, ma è questo il cuore dei messaggi che società civile e Chiese cristiane hanno recapitato negli ultimi dieci giorni all’esecutivo di “Rifondazione” guidato dal colonnello Michel Randrianirina.
Le sollecitazioni di alcune delle principali realtà della società malgascia arrivano in un momento teso, caratterizzato anche dagli arresti di alcuni attivisti accusati di aver ordito un colpo di stato contro il governo.
A fine aprile, oltre 60 organizzazioni sociali malgasci hanno lamentato la “mancanza di progressi concreti nella rifondazione” e fatto un appello “urgente” per una “transizione concertata, trasparente e inclusiva di riforma delle istituzioni”.
Il Consiglio delle Chiese Cristiane in Madagascar (FFKM) non nomina la giunta invece, ma in una sua lettera alla popolazione pubblicata la settimana scorsa chiede ai malgasci di “scegliere la via della pace, dell’amore e della riconciliazione, rifiutando la menzogna, l’odio e la divisione” che si stanno sempre più facendo strada nel paese.
L’FFKM ha anche convocato una grande assemblea per le prossime settimane, ricordando come le autorità malgasce non abbiano più dato seguito a un’iniziativa simile lanciata lo scorso dicembre.
Le proteste di settembre e ottobre scorsi
Per capire cosa sta succedendo adesso nella Grande Isola dell’Oceano Indiano bisogna tornare allo scorso ottobre, quando un reparto delle forze armate si mette alla guida delle manifestazioni popolari che proseguono da settimane e arriva a deporre l’ex presidente Andry Rajoelina, fuggito all’estero con l’aiuto francese.
Il capo dello stato aveva guidato il paese per 10 degli ultimi 15 anni e nel 2023 era stato riconfermato per un secondo mandato con delle elezioni segnate da accuse di brogli e repressione.
Le proteste contro il suo governo erano cominciate a fine settembre, inizialmente per denunciare le continue interruzioni di energia e corrente elettrica di cui soffriva la popolazione del paese e in modo particolare della capitale Antananarivo.
Nel giro di pochi giorni la mobilitazione si è ingrandita fino a diventare un ben più ampio moto di rifiuto della gestione Rajoelina, accusata di essere corrotta, incompetente e accentratrice di potere.
In sintesi corresponsabile dei problemi di un paese ricco di risorse naturali ma segnato da forti disuguaglianze e dove più di sette persone su dieci vivono al di sotto della soglia nazionale di povertà e sei su dieci si trovano in una condizione di povertà per quanto riguarda l’accesso a istruzione, sanità e standard di vita degni.
Il ruolo della Gen Z
Il movimento dello scorso settembre si è fatto notare per la leadership della cosiddetta Gen Z, una rete di giovani all’epoca priva di una guida e di appartenenze formali che si è sviluppata in sintonia con iniziative simili all’estero.
In realtà però, la protesta è stata l’espressione di una fascia molto più ampia di popolazione malgascia, che ha compreso anche movimenti storici della società civile, sindacati, gruppi di studenti e partiti di opposizione.
I primi mesi della giunta militare sono stati segnati da un clima di attesa e dall’accoglienza positiva di alcuni provvedimenti, come quelli che hanno permesso almeno una temporanea diminuzione nei cali di energia e dei blocchi all’erogazione dell’acqua.
La giunta ha infine presentato una transizione di 24 mesi fino a nuove elezioni. Il documento non chiarisce alcuni aspetti fondamentali, come la possibilità di Randrianirina di candidarsi al voto che seguirà i due anni ad interim, ed è stata criticata per la mancanza di coinvolgimento delle parti sociali che ne ha macchiato il processo di elaborazione.
Con l’andare avanti delle settimane, tuttavia, il clima si è fatto sempre più teso, fino a che Gen Z e centinaia di organizzazioni della società civile non hanno chiesto un’inversione di rotta.
Ne è seguito lo scioglimento del governo da parte del presidente Randrianirina, lo scorso marzo. Sembrava un punto di svolta. L’esecutivo che è nato da quella crisi politica non ha invece visto la partecipazione di esponenti della Gen Z o della società civile e non sembra aver toccato le istanze care ai movimenti di protesta dell’anno scorso.
Gli arresti tra gli attivisti
Un ulteriore punto di svolta si è verificato a metà di aprile, quando sei esponenti della Gen Z sono stati arrestati ad Antananarivo. Nei giorni successivi la ministra della Giustizia, Fanirisoa Ernaivo, ha accusato le persone arrestate di aver fatto parte di una cospirazione per rovesciare il governo.
I giovani attivisti avrebbero agito in combutta con il colonnello Patrick Rakotomamonjy, militare con un incarico nella presidenza fino ad alcuni mesi fa che è stato pure arrestato dalle autorità malgasce.
Gli arresti sono stati denunciati come arbitrari da una serie di organizzazioni locali e internazionali. Herizo Andriamanantena, una delle figure di spicco a essere stata posta in detenzione, è stata liberato nei giorni scorsi ma resta sotto controllo giudiziario. Almeno altri due attivisti restano in carcere.
Le indagini relative a un presunto tentativo di golpe hanno riguardato anche almeno due cittadini francesi, tra i quali un dipendente dell’ambasciata di Parigi nell’isola.
L’arresto di queste due figure ha innescato una breve crisi diplomatica tra i due paesi che è passata anche per il reciproco richiamo dell’ambasciatore. Il clima sembra essersi rassenerato, ma solo dopo un colloquio telefonico tra il colonello Randrianirina e il presidente francese Emmanuel Macron.
Parole di lotta e di pace
Questo è il clima in cui arrivano gli ultimi appelli della società civile e il messaggio delle Chiese.
Nel loro testo, pubblicato sui social, le organizzazioni sociali denunciano una transizione “ vaga, segnata da esitazioni, decisioni unilaterali e una mancanza quasi totale di trasparenza”.
Secondo i movimenti, l’attuale amministrazione sta già replicando alcuni dei peggiori comportamenti del precedente governo, tra i quali “spreco di risorse pubbliche” e “arretramento della libertà di espressione e di manifestazione e ritorno a pratiche di intimidazione, minacce e arresti arbitrari contro voci discordanti o critiche”.
La società civile chiede quindi, tra le altre cose, “l’organizzazione rapida di una pre-concertazione inclusiva per definire una tabella di marcia chiara della transizione”; un tangibile coinvolgimento dei giovani “con almeno il 30% di rappresentanza nelle strutture e negli organi decisionali della transizione”;
la riforma delle leggi e delle istituzioni elettorali; “la lotta effettiva contro la corruzione attraverso meccanismi di controllo, trasparenza e responsabilità efficaci, inclusa l’adozione di leggi che garantiscano l’accesso alle informazioni di carattere pubblico, la protezione dei difensori dei diritti umani e degli informatori”; “la cessazione immediata delle intimidazioni e degli arresti mirati”.
Il Consiglio delle Chiese cristiane usa toni molto diversi. Il messaggio però è altrettanto forte. “Stiamo vivendo in un periodo in cui si manifestano situazioni che causano divisioni tra la popolazione malgascia – si legge -. La Chiesa nota che la pace, fondamento che unisce i malgasci, è minacciata. Si verificano costantemente tensioni, sociali e politiche, che tendono a dividere i figli della stessa terra”.
Da qui si evidenzia che “non ci sarà pace duratura o unità senza giustizia, verità e amore reciproco. La violenza verbale e fisica deve cessare”.
Si esortano poi le istituzioni e i leader del paese ad “agire con responsabilità”, con “rettitudine, trasparenza e timor di Dio”.
L’FFKM rende noto di aver convocato una grande assemblea (con la parola malgascia fiohanambe, che significa appunto “raduno” o “grande incontro”) dal 18 al 21 maggio, nella capitale.
Questa iniziativa, affermano i religiosi, “coinvolgerà la struttura interna del consiglio e la vita nazionale, con la partecipazione dei leader religiosi e dei cittadini, per stabilire un dialogo franco e costruttivo”.
Nella loro lettera, le Chiese cristiane ricordano inoltre la Concertazione nazionale di cui sarebbero dovute essere mediatrici che era stata annunciata dal governo lo scorso novembre.
Eccetto la partecipazione a una funzione religiosa il giorno dell’inaugurazione di questa iniziativa il 10 dicembre scorso, i religiosi danno conto di non aver più preso parte ad alcun incontro di questo momento di confronto, che di fatto non è più proseguita oltre.
Solo nelle settimane scorse, ad Antananarivo si è tenuto la prima riunione di una “Concertazione dei giovani” che non ha visto il coinvolgimento delle FFKM e che appare un filone indipendente rispetto all’impegno annunciato dai militari l’anno scorso.
Il legame con le Chiese
Le Chiese cristiane hanno storicamente un ruolo di mediazione nei momenti di crisi politica, in Madagascar. I religiosi hanno preso parte in vari modi a molte delle fasi più turbolente della recente storia malgascia.
Come reagirà la giunta militare a questo ultimo messaggio non è ancora chiaro, ma dei primi segnali non fanno ben sperare.
Poco dopo la presa di posizione del Consiglio infatti, il primo ministro Mamitiana Rajaonarison ha annunciato nuove consultazioni nazionali proprio a partire dal 20 maggio, nel pieno dell’appuntamento indetto dai vescovi.
Sulla stampa malgascia ci si chiede se l’obiettivo di questo provvedimento non sia già quello di boicottare la decisione del FFKM, o se la prospettiva è la prossima inclusione delle Chiese in questo nuovo contenitore.