In Madagascar l’ex presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana, è stato condannato a 10 anni di lavori forzati per il suo ruolo nella repressione della mobilitazione popolare del settembre e ottobre 2025, culminata in un intervento dell’esercito e nella deposizione dell’allora capo dello Stato, Andry Rajoelina, alla guida del paese dal 2019 e per dieci degli ultimi 15 anni di storia malgascia.
Le manifestazioni sono durate settimane e sono state guidate in modo particolare dal movimento della Gen Z Mada, nato in Madagascar con caratteristiche analoghe a quelle di altre reti di giovani che sono sorte in diversi paesi del mondo almeno a partire dal 2024.
Ravalomanana, che era in custodia cautelare da oltre otto mesi, è stato incriminato con le accuse di concorso in omicidio e lesioni personali aggravate nel contesto delle proteste.
Secondo quanto stimato dalle Nazioni Unite, ma mai confermato in via ufficiale dal governo di Antananarivo, nel 2025 in tre settimane di manifestazioni sono rimaste uccise almeno 22 persone.
L’ex presidente del Senato era una figura particolarmente invisa ai movimenti sociali che hanno animato le proteste dell’anno scorso e per questo la decisione della giustizia della Grande isola ha generato soddisfazione tra gli attivisti, ma c’è anche chi ha invitato alla cautela.
Diversi osservatori hanno espresso il timore che condanne come quella contro Ravalomanana possano essere più parte di una “resa dei conti” tra l’attuale governo e l’esecutivo a guida Rajoelina, di cui diversi esponenti sono in carcere o indagati, che non l’inizio di un nuovo capitolo di trasparenza e accountability in un paese dove si è a lungo denunciata impunità e corruzione tra le fila dei governanti.
Il contesto della transizione
L’attuale esecutivo malgascio è guidato dagli stessi militari che hanno rovesciato Rajoelina all’apice della mobilitazione popolare dell’anno scorso, che hanno istituito un governo di transizione.
A guidare la compagine è Michel Randrianirina, il leader del reparto dell’esercito che per primo si è schierato a fianco dei dimostranti e che per primo è entrato nel palazzo presidenziale abbandonato da Rajoelina, che nel frattempo era fuggito all’estero, lo scorso ottobre.
Alla caduta dell’ex presidente ha fatto seguito l’annuncio di una transizione di due anni fino a nuove elezioni. Il calendario di questa fase è stato infine annunciato lo scorso maggio, dopo mesi di pressioni popolari e con l’attento monitoraggio della Comunità economica degli Stati dell’Africa australe (SADC) di cui Antananarivo è membro.
La transizione dovrebbe cominciare con delle consultazioni nazionali, la cui mediazione è stata affidata al Consiglio ecumenico delle Chiese cristiane (FFKM).
Questo passaggio assembleare non è però ancora entrato nel vivo a mesi di distanza dal primo annuncio della sua istituzione, e questa sta generando una certa insofferenza nei movimenti sociali.
Non una condanna qualunque
La sentenza spiccata contro Ravalomanana arriva allora in un momento politicamente delicato, e appare come particolarmente rilevante per più ragioni.
Innanzitutto per il profilo del condannato. Ravalomanana, classe ‘59, è un militare con oltre 40 anni di servizio nelle forze armate, trascorsi in larga parte presso il palazzo del capo del governo; è stato inoltre segretario di Stato responsabile della gendarmeria dal 2019 al 2021.
Noto col soprannome di “Generale Bomba”, è stato un fedele alleato dell’ex presidente Rajoelina fin dal 2009, anno in cui l’ex capo di Stato ha assunto per la prima volta la presidenza.
Presidenza raggiunta per altro al culmine di settimane di protesta popolare contro l’allora presidente Marc Ravalomanana. Uno scenario questo, per diversi aspetti simile a quello che ha poi portato alla caduta dello stesso Rajoelina l’anno scorso.
Nel pieno delle manifestazioni del 2009, il “Generale Bomba” è ricordato per essere arrivato a condurre un attacco contro un reparto della gendarmeria che ancora esitava a schierarsi col fronte vicino a Rajoelina.
Prima di essere stato nominato presidente del Senato, Ravalomanana è stato anche consulente per la sicurezza nazionale del presidente.
La scalata
Anche il suo ingresso alla Camera alta malgascia e la sua successiva nomina a presidente non sono state delle più ordinarie.
Secondo l’ordinamento malgascio, sei senatori su 18 sono nominati dal capo dello stato.
La sua designazione è stata decisa da Rajoelina per sostituire una senatrice che nel frattempo era stata nominata ministra della Giustizia, Mbolatiana Randriamanantenasoa, ed è stata l’ultimo atto dell’ex presidente prima di dimettersi per poter partecipare alle elezioni, in linea con quanto stabilito dalla Costituzione malgascia.
Ravalomanana è stato poi eletto dai senatori della maggioranza appena prima del voto e dopo la controversa deposizione del suo predecessore Herimanana Razafimahefa, con cui era in pessimi rapporti.
In qualità di guida della Camera alta, Ravalomanana ha anche ricoperto la funzione di capo dello Stato ad interim durante il periodo elettorale, per circa un mese.
Il voto avrebbe poi visto la riconferma del presidente Rajoelina, tra denunce di brogli, proteste e un massiccio boicottaggio da parte delle opposizioni.
Ravalomanana, in definitiva, era visto come uno dei volti più riconoscibili del sistema di potere dell’ex presidente, segnato dalle accuse di repressione, mancanza di trasparenza e corruzione.
Non è difficile capire quindi, perché la richiesta di dimissioni del capo del Senato era stata una delle principali istanze della piazza durante i cortei di settembre e ottobre 2025, cominciati per protestare contro le interruzioni dell’erogazione di acqua e corrente elettrica e sfociati in un più ampio moto di rifiuto della gestione Rajoelina.
La rimozione dal suo incarico è giunta solo il 13 ottobre però, negli ultimi giorni delle proteste e nelle stesse ore in cui Rajoelina lasciava l’isola dell’oceano Indiano (con il probabile sostegno della Francia, mai confermato da Parigi).
L’arresto e la condanna
L’ex presidente del Senato è stato arrestato a dicembre dell’anno scorso dopo essersi rifiutato di comparire davanti alla gendarmeria nell’ambito delle indagini sulle violenze delle forze di sicurezza durante le proteste.
Pochi giorni prima il pubblico ministero aveva accusato Ravalomanana di aver “dato istruzioni di eseguire azioni violente per reprimere i cortei”.
Il generale ha trascorso i mesi intercorsi tra l’arresto e la condanna in custodia cautelare nel penitenziario di massima sicurezza di Imerintsiatosika, nei dintorni di Antananarivo.
L’udienza che ha portato alla decisione dei giudici è durata circa sei ore ed è stata in alcuni momenti particolarmente tesa, come ricostruito nei dettagli dal quotidiano malgascio L’Express.
Nel corso del processo, un’accusa per una presunta minaccia di morte formulata dall’imputato nel 2019 è stata archiviata. Il procedimento relativo alle proteste è invece entrato nel vivo.
La posizione del generale è stata difesa dall’ex direttore generale della polizia nazionale, Dany Marius Rakotozanany.
Chiamato a testimoniare, l’ex massimo dirigente della polizia ha negato che Ravalomanana avesse impartito ordini di reprimere le proteste e ha anzi affermato che il presidente del Senato era del tutto al di fuori della catena di comando operativo, che era invece sotto l’egida di strutture coordinate dall’ufficio del primo ministro e della Difesa.
Gli avvocati dell’accusato hanno invece denunciato la presunta totale assenza di prove concrete a carico del loro assistito.
Nonostante queste dichiarazioni però, e nonostante l’assenza di tutti i testimoni convocati dall’accusa, dopo sei ore di udienza il generale Ravalomanana è stato condannato a dieci anni di lavori forzati e trasferito nuovamente in carcere.
I legali del condannato hanno già fatto sapere che faranno ricorso alla Corte suprema. Sulla stampa malgascia si ipotizzano anche future riduzioni della pena in virtù dell’età dell’ex presidente del Senato, che ha 67 anni, e della sua condizione di incensurato.
Le reazioni
In qualsiasi caso, l’eco della sentenza si è presto diffusa in tutta la Grande isola malgascia. Soddisfazione è stata espressa dal movimento della Gen Z Mada.
Ascoltato dall’emittente francofona Radio France Internationale (RFI), l’attivista Zo Ramanampisoa ha detto che la Gen Z “aspettava da tempo giustizia per le violenze e gli atti di barbarie commessi dalle forze di sicurezza durante le manifestazioni” del 2025.
Ramanampisoa ha riconosciuto che il governo militare ha fatto anche degli arresti “arbitrari”, ma ha evidenziato che nel caso del “Generale Bomba” le procedure “sembrano essere state rispettate”.
L’attivista ha concluso: “Il fatto che una figura del genere, simbolo di disprezzo per lo stato di diritto, venga ora sanzionata da quello stesso stato di diritto, ci manda un segnale molto forte”.
Più cauta Horny Radert, segretaria generale del Collectif des Citoyens et des Organisations Citoyennes (Collettivo dei cittadini e delle organizzazioni civice – CCOC), ascoltata da Nigrizia.
Il CCOC è stato fondato nel 2009 con l’obiettivo di “vigilare” dal basso sulla democrazia malgascia.
La condanna ai danni del generale, commenta l’attivista, “può essere un fatto positivo, ma non deve ridursi a una semplice giustizia dei vincitori o a una mossa di grande effetto”.
Una critica, quella relativa alla questione dei vincitori, in linea con altre emerse sui media malgasci negli ultimi mesi, in cui si accusa la giunta di un certo accanimento nei confronti delle persone legate all’ex presidente Rajoelina.
Sul quotidiano Midi Madagasikara è stato riportato come diverse figure vicine al capo dello Stato deposto siano in carcere da mesi senza processo, come la ex ministra dell’Istruzione Marie Michelle Sahondrarimalala, la ex segretaria generale alla presidenza Valéry Ramonjavelo e diversi altri.
Radert guarda avanti: “Ci sono diverse indagini che dovrebbero essere condotte e persone che dovrebbero essere processate, in particolare alla luce dell’ultimo rapporto della Corte dei conti che rileva malversazioni di vario tipo per un importo totale di 3.800 miliardi in moneta locale”, quasi 800 milioni di euro.
La cifra fa riferimento alla gestione dell’amministrazione Rajoelina, in modo particolare al 2025, e ha fatto scalpore in Madagascar.
“Il governo e la magistratura – ragiona ancora la segretaria generale del CCOC – dovrebbero quindi dare prova di trasparenza e rendere conto del modo in cui vengono gestite le indagini e i procedimenti giudiziari.
Nel quadro della transizione, i cittadini si aspettano molto dalla giustizia, che soffre di una reputazione di corruzione e favoritismo”.
Per Radert quindi, “è quindi necessario andare oltre il singolo caso e dimostrare, con un approccio sistematico e imparziale, che nessuno è al di sopra della legge. Che si tratti di dirigenti passati o attuali, ogni responsabile deve rispondere delle proprie azioni, essere giudicato ed effettivamente sanzionato se riconosciuto colpevole.
Solo a questa condizione – conclude l’attivista – si potrà ritenere che non ci si accontenti di una giustizia di facciata o politica e sperare realmente di porre fine all’impunità”.
Nonostante molte figure connesse all’ex presidente siano in carcere e nonostante ci sia adesso anche la prima condanna illustre, Rajoelina, che risiede all’estero, è invece sfuggito a qualsiasi procedimento.
In quanto ex capo dello Stato, Rajoelina può essere infatti gudicato solo dall’Alta corte di giustizia e previa l’approvazione di una procedura di impeachment da parte dell’Assemblea nazionale.
Rajoelina è stato sottoposto a questa misura negli ultimi giorni della sua presidenza, mentre la crisi politica degenerava e il suo governo si avvicinava all’epilogo.
L’attuale parlamento invece, non ha ancora mai votato una nuova misura che possa deferire il caso dell’ex presidente al più alto tribunale malgascio.
La questione non è neanche mai arrivata all’ordine del giorno, visto che i deputati hanno deciso in più occasioni di non inserire la questione nei lavori dell’Assemblea Nazionale.