Madagascar: il colonnello Randrianirina scioglie il governo - Nigrizia
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La Grande Isola piomba in una crisi istituzionale cinque mesi dopo la fine del governo Rajoelina
Madagascar: il colonnello Randrianirina scioglie il governo
La decisione del presidente segue le accese proteste di Gen Z e società civile, regnano incertezza e speranza
10 Marzo 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 7 minuti
Il colonnello Randrianirina (al centro con la fascia). (Credits: Mamyrael / AFP)

Il Madagascar si ritrova nel pieno di una improvvisa crisi istituzionale cinque mesi dopo le rivolte popolari e l’intervento militare che hanno messo fine al governo di Andry Rajoelina. Il presidente di transizione, il colonnello Michael Randrianirina, ha sciolto il governo e licenziato il primo ministro Herintsalama Rajaonarivelo senza fornire motivazioni specifiche per la decisione.

Il provvedimento arriva senza particolari avvisaglie e giunge in una fase cruciale per il paese. Solo pochi giorni fa l’esecutivo guidato da Randrianirina ha presentato alla Comunità economica dell’Africa australe (SADC), organismo regionale di cui Antananarivo è stato membro, il calendario per la transizione che dovrà traghettare il paese verso una nuova fase politica dopo la crisi di fine 2025 e il conseguente cambio alla guida dello stato. La prospettiva è quella di nuove elezioni entro 24 mesi, precedute da un referendum costituzionale.

Questa fase appare particolarmente decisiva per il paese anche perché per la prima volta dall’anno scorso, in questi giorni si è iniziata a palesare una spaccatura netta tra il governo e i movimenti della società civile che hanno reso possibile la presa del potere da parte dei militari, soprattutto il decisivo movimento della cosiddetta Gen Z.

Una frattura così chiara che secondo alcuni osservatori, potrebbe essere stata la causa della decisione apparentemente inaspettata del presidente.

Un lungo cammino

Del resto i due anni di transizione servirebbero a portare a ideale compimento la fase cominciata lo scorso settembre con le ampie proteste popolari contro il governo Rajoelina, ritenuto incapace di gestire le continue interruzioni nei servizi di luce e corrente che da tempo colpivano il paese e soprattutto la capitale Antananarivo.

Il malcontento si è poi esteso a tutto il sistema legato all’ex capo di stato, alla guida del paese per 10 degli ultimi 15 anni, riconfermato nel 2023 con elezioni boicottate dalle opposizioni e segnate da accuse di brogli.

Settimane di proteste sono culminate nell’ intervento di un noto reparto delle forze armate, il Capsat, che ha prima iniziato a “scortare” le manifestazioni per poi mettercisi alla guida, replicando quanto peraltro già avvenuto nel paese nel 2009, quando a salire al potere fu invece proprio Rajoelina.

Stavolta invece lo stesso Rajoelina è fuggito all’estero subito dopo che i militari hanno raggiunto la guida della mobilitazione popolare, a cui ha poi fatto seguito una definitiva presa del potere.

L’intervento dei militari non si configura come un vero e proprio golpe, per quanto l’avvicendamento al vertice dello stato sia avvenuto al di fuori del dettato costituzionale. Rajoelina era stato infatti sfiduciato dall’Assemblea nazionale poco prima che il Capsat lo sostituisse alla guida del paese, mentre l’operazione delle forze armate è stata in seguito autorizzata anche da una decisione dell’Alta corte costituzionale. 

Funzioni cessate 

Adesso il presidente Randrianirina ha comunicato lo scioglimento del governo per bocca di un portavoce, che ha fatto semplicemente sapere che «il governo ha cessato le sue funzioni», aggiungendo che Randrianirina nominerà un nuovo primo ministro in linea con le disposizioni previste dalla Costituzione. Nel frattempo il presidente ha affidato la gestione delle attività dei ministeri ai vari segretari.  

Si tratta della mossa forse più importante da quando il militare, 51 anni, aveva annunciato una svolta storica per il paese. «Lavoreremo insieme a tutte le forze vive della società civile per elaborare una nuova Costituzione e avviare un percorso che condurrà a elezioni e referendum» aveva assicurato il nuovo presidente, ringraziando i giovani del movimento della Gen Z per essere stati in prima linea nelle proteste.

Quanto a Rajaonarivelo, noto imprenditore, era stato nominato primo ministro in ottobre al fine di installare un governo composto di militari e civili.

Il movimento della GenZ aveva in realtà criticato la sua nomina fin da subito, lamentando la mancanza di consultazione della società civile, la poca trasparenza e i presunti legami tra il nuovo capo del governo e l’esecutivo di Rajoelina.

Storia di una sigla

La Gen Z è un movimento che si è presentato da subito come privo di un coordinamento politico definito. Nelle settimane dopo il cambio di governo si è comunque imposta una rappresentazione della Gen Z più “ufficiale”, anche tramite i canali social, a cui si è poi aggiunto un movimento cosiddetto della Generazione Y, stando a quanto riferito dalla stampa malgascia (con Gen Y si fa riferimento ai nati tra gli anni ’80 e il 1996, definiti più spesso millenials sulla stampa europea).  

La posizione della Gen Z verso il governo si è col tempo fatta più dura. La settimana scorsa rappresentati di questa realtà si sono presentati in conferenza stampa per segnalare il tradimento delle istanze della rivolta dell’anno scorso da parte della giunta militare.

I movimenti hanno anche ribadito richieste già fatte durante le proteste di settembre e ottobre scorsi, a partire dallo scioglimento delle principali istituzioni del paese, ritenute ormai inevitabilmente corrotte: Alta corte costituzionale, Commissione elettorale e anche Assemblea nazionale, l’equivalente del nostro parlamento.

Questa denuncia si è tramutata nel fine settimana in un aperto ultimatum a Randrianirina, a cui sono state date 72 ore per ordinare le dimissioni del governo.

Il disappunto della Gen Z fa eco alle critiche anche di altre componenti della società civile malgascia. Nei giorni scorsi 350 organizzazioni hanno accusato il governo Randrianirina di essere tornato alle pratiche opache dell’esecutivo precedente e di mancare della reale volontà di “rifondare” il paese (nonostante la giunta abbia deciso di definirsii proprio Consiglio presidenziale per la rifondazione del Madagascar).

I movimenti della società civile hanno quindi richiesto al presidente di accelerare le procedure verso nuove elezioni, chiarire la sua posizione riguardo a una possibile candidatura come presidente e, soprattutto, di organizzare prima di tutto delle concertazioni nazionali veramente inclusive di tutte le forze politiche e sociali della Grande Isola.

Questa sollecitazione si è resa necessaria anche perché la giunta aveva inizialmente annunciato l’avvio di uno spazio di confronto di questo tipo. Un primo incontro inaugurale si era già svolto nei mesi scorsi e i militari avevano anche già indicato un ente mediatore: il consiglio delle Chiese cristiane (FFKM).

«Le priorità siano le aspirazioni dei malgasci»

«Non abbiamo avuto nessuna informazione dal Ffkm, e della concertazione non ne è stato nulla», riferisce invece a Nigrizia Hony Radert, segretaria generale del Collectif des citoyens et des organisations citoyennes (CCOC), tra i firmatari dell’appello al presidente.

Secondo Radert, «questo governo non deve dimenticare che la sua missione principale è quella di portare a termine la transizione con l’attuazione di un nuovo sistema socio-economico e politico conforme alle aspirazioni e alle esigenze dei cittadini malgasci».

Per farlo, per l’attivista è necessario «inquadrare la transizione in una tabella di marcia elaborata con tutte le parti interessate, che dovrebbe definire i ruoli e le responsabilità di ciascuno nella transizione, compresi quelli del primo ministro e del governo, con criteri di selezione chiari e indicatori di performance pertinenti».

Cosa questa, che non è invece avvenuta con la preparazione del programma inviato alla SADC da parte del governo, lamenta ancora la società civile.

Non tutto è perduto però, e la caduta del primo governo nato dopo le rivolte potrebbe andare anche in questa direzione, per quanto l’incertezza sia massima. «Prendere decisioni in modo concertato è essenziale per il successo della transizione e il potere in carica ha l’opportunità di correggere il tiro ora», chiosa infatti Radert.

Un cambio di passo più che mai necessario in Madagascar. Paese ricco di risorse naturali, il 75% degli abitanti della Grande Isola vive al di sotto della soglia nazionale di povertà. Con il governo Rajoelina, il Madagascar occupava il 140° posto su 180 nell’indice di percezione della corruzione stilato da Transparency International.

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