I COLORI DI EVA – novembre 2010
Tetyana Gordiyenko*

«Piccino mio, questo è il posto in cui verrai al mondo. Ti piace?». Interrogavo così mio figlio, ancora nel mio pancione, mentre osservavo il presepe allestito all’ingresso del reparto di maternità. Il piccolo taceva, esattamente come il bambolotto Gesù. Guardavo il volto sereno di Maria e lo confrontavo con il mio, sconvolto, riflesso nella vetrata che separava la grotta di Betlemme dal rumoroso corridoio dell’ospedale.

C’erano altre tre donne che aspettavano il proprio turno per l’ecografia: una ragazza marocchina, una sudamericana e una nera. Avevano tutte la mia stessa espressione: preoccupata e felice allo stesso tempo.

Dicono che in Italia i figli ormai li fanno solo gli extracomunitari. Nessuno però si domanda il perché. Forse perché, avendo pochi soldi, non si sentono obbligati a comprare vestiti griffati ai loro figli e non s’offendono se parenti e amici passano loro vestiti smessi e giocattoli usati? O perché i nonni extracomunitari dei piccoli nuovi italiani non devono rinunciare alle sedute dalla parrucchiera o alle crociere nel Mediterraneo per seguire i nipotini?

Cominciammo a chiacchierare fra noi, scambiandoci impressioni. La vita vista con gli occhi di una donna incinta è diversa da quella vista dagli occhi dei “comuni mortali”.

«Strano! L’Italia, così devota della Madonna, odia la maternità! Chissà se anche Maria di Nazaret, qualora fosse vissuta oggi in Italia e fosse stata una madre lavoratrice, avrebbe dovuto abbandonare Gesù, di soli cinque mesi, in qualche asilo nido, smettendo di allattarlo per dargli pappe omogeneizzate?».

«Al nido Gesù bambino si sarebbe preso uno di quei perenni raffreddori che si beccano i bambini e per Maria i permessi per malattia del figlio non sarebbero stati che pochi giorni l’anno».

«Gesù avrebbe conosciuto il tormento delle graduatorie? Sarebbe stato accettato subito o avrebbero detto che non c’era posto? In questo caso, Maria avrebbe optato per un nido privato? Poveri com’erano, lei avrebbe mollato il lavoro per stare a casa con il suo bebè».

«Se fosse stata disoccupata, avrebbe appreso che per le mamme che non hanno un contratto “coi fiocchi” da dipendente, lo stato non prevede alcun tipo di aiuto economico».

Ridevamo tutte e quattro. Ma di un sorriso triste. Ognuna sapeva che le altre parlavano di sé.

L’africana disse: «Portando il suo Gesù a passeggio per un po’ d’aria, Maria avrebbe scoperto che in città i parcheggi hanno divorato tutte le aree verdi. Il passeggino di Gesù avrebbe dovuto contendere il minuscolo spazio erboso lungo le rotaie del tram con i cani portati a spasso». Scosse il capo e riprese: «Qui la stessa mentalità della gente è “anti-maternità”. Un gesto semplice e naturale come quello di alzarsi per offrire a una donna con il pancione o a una neo-mamma il posto su un bus affollato, non esiste più. I medici ti prescrivono tutti gli esami possibili. Ma più esami fai, più ticket paghi. È così che girano soldi nelle aziende sanitarie. E i nostri mariti? Bombardati come sono dalle immagini pubblicitarie di donne costantemente e comunque sessualmente attraenti, hanno cominciato a criticare le nostre rotondità accentuate: “Guarda di non rimanere una cicciona anche dopo!”».

«In Italia molte donne finiscono con il considerare la maternità “una parentesi nella carriera” o “una pausa nella vita sociale”. Tempo perso, insomma. O un lusso che solo le fannullone e ignoranti extracomunitarie possono permettersi».

A me sfuggirono queste osservazioni: «L’Italia venera la Madonna nera di Oropa, ma digrigna i denti contro le ragazze nere che portano i loro bimbi legati sulla schiena. Prega Nostra Signora di Loreto, e si scandalizza quando vede famiglie marocchine numerose. S’inginocchia davanti alla statua lignea della Madonna Nera di Tindari, ed è indifferente davanti a una bambina-madre rom che porta in braccio il suo bambino».

Mi vennero anche pensieri spiritosi, che però tenni per me. «Te lo vedi l’arcangelo Gabriele che saluta Maria, raccomandandole di non mettere su più di 9-10 chili nei nove mesi? O la cugina Elisabetta che la saluta con “Madonna, come sei grassa!” ». Poi, perfino un pensiero quasi blasfemo, di cui mi vergognai un poco: «O Giuseppe, seduto in groppa all’asinello, che dice a Maria: “Camminare ti fa bene. Dopo tutto, la gravidanza non è una malattia!”».

La ragazza marocchina uscì dallo studio preoccupata: «M’aspetta il quarto cesareo. M’hanno detto che è un maschio. Dovrò dare la “triste” notizia alla mia primogenita di 12 anni, che è stanca di fare la serva ai fratellini e sogna una sorellina con cui giocare».

Io entrai per ultima. Lette le mie generalità sulla cartella, il medico mi chiese: «Capisce l’italiano?». Che voglia di dirgli: «Oh sì, lo capisco perfettamente. Sono gli italiani che non capisco del tutto». Mi limitai a fare cenno di sì con il capo. Poi, mi concentrai sullo schermo dell’ecografo. Mio figlio muoveva la manina. Mi salutava e mi faceva ciao. Era fiducioso, gioioso, pronto a essere amato e a volermi bene, perché avevo scelto di essere la sua mamma.