La fame nell’anno dell’Expo
Due terzi delle famiglie vive sotto il livello di povertà. Nelle campagne si spende fino all’80% dei guadagni in cibo. E oggi che il prezzo del cotone è molto basso, lo si stipa nelle capanne nella speranza che il mercato lo rialzi. La corruzione e il taglio agli aiuti rendono ancora più cupo il quadro.

C’è un paese al mondo dove invano puoi chiedere cosa sia l’Expo 2015. Non lo sa nessuno e la sua gente non si aspetta nulla. La bandiera del Malawi non è presente, eppure l’Expo di Milano sarebbe una scialuppa a cui aggrapparsi per una nazione alla deriva. Nel continente africano ci sono paesi che affondano anche sulla terraferma.
Il cotone, il fiocco bianco che ingentilisce anche gli aridi campi della savana, racconta le storie dei poveri contadini di tanti paesi al mondo. Anno dopo anno questo fiore ha rappresentato la sofferenza e la speranza di milioni di agricoltori. La sua coltivazione non è facile. Richiede tanti pesticidi, piogge regolari e una stagione dal clima caldo.
Quando finalmente giunge la stagione del raccolto e si fanno i conti, è il prezzo di mercato a dettare legge. Quest’anno i contadini del Malawi sono obbligati a stiparlo nelle loro capanne sperando che i prezzi si rialzino. Oggi al mercato è comperato dalle grandi compagnie internazionali a 197 Malakwi Kwacha al chilo, quasi 30 centesimi di euro, che non bastano nemmeno a coprire le spese, senza contare il lavoro fatto. È così che i bambini vedono la loro stanza trasformarsi in deposito e sono obbligati a dormire sui sacchi di cotone.
I commercianti sanno aspettare. Il contadino, invece, sarà obbligato a vendere prima che i semi nascosti nel cotone comincino a germogliare, distruggendo tutto il raccolto. Dal prossimo anno saranno introdotte sul mercato le sementi di cotone geneticamente modificate. Come succede per il grano, sarà la fine delle sementi tradizionali, la dipendenza dal mercato internazionale quando i contadini non riusciranno nemmeno più ad avere la varietà di semi che stanno scomparendo e che erano capaci di sopravvivere all’attacco delle termiti.
Finisce così anche una cultura che si era sviluppata attorno a un’agricultura di scambio delle sementi tra i vari villaggi e che per ogni seme aveva un nome e una qualità particolare. Ora rimane solo il granello ibrido che non si può ripiantare.
Storie che non si vorrebbero mai raccontare. Tanto meno in questo anno dell’Expo di Milano, che ha avuto il coraggio di mettere al centro della discussione la fame nel mondo e le risorse di energia capaci di vincere la povertà.
Il Malawi ha tutte le carte in regola per essere un paese in crescita. Sulle sponde del suo grande lago era giunto, già nel lontano 1857, il programma di David Livingstone: christianity, civilization and commerce. Doveva essere la sconfitta della tratta degli schiavi e l’inizio di un sogno di libertà che purtroppo è rimasto tale. La sua gente, pacifica e laboriosa crede ancora che qualcosa possa cambiare anche se si sente prigioniera di una logica che non pare proprio funzionare.

Poveri perché?
La Banca mondiale relega il Malawi tra i dodici paesi al mondo più vulnerabili in seguito ai mutamenti climatici. Siccità e alluvioni si succedono a intermittenza ormai regolare. Il Malawi vulnerability assessment committee – un comitato del quale fanno parte il governo, agenzie dell’Onu e ong –  ha stimato che nella scorsa annata 700mila persone hanno sofferto un’acuta mancanza di cibo. Per la presente stagione le previsioni sono ancora peggiori. La mancanza di cibo, che a livello mondiale rimane una grande piaga per 800 milioni di persone, vede il Malawi tra i paesi più colpiti, a causa della incapacità di produrre o acquistare il cibo di cui ha bisogno. Circa due terzi delle sue famiglie rimangono sotto il livello della linea di demarcazione della povertà, misurata dall’inabilità di procurarsi 2.200 kilocalorie al giorno per persona.
La mancata introduzione di tecnologie che diano accesso a sufficienti fertilizzanti, migliori sementi e a una buona irrigazione spiega il disastro alimentare e la necessità costante di dipendere da aiuti internazionali in forma di cibo. Le famiglie che vivono nelle campagne spendono fino all’80 % dei loro guadagni per il cibo e oltre la metà del loro potere d’acquisto è nel cibo che producono e consumano loro stessi.
Con il calo del potere di acquisto, il numero delle persone a livello di estrema povertà è cresciuto in modo esponenziale, così come è cresciuta la vulnerabilità di tutto il paese nei riguardi dell’insicurezza alimentare. Le ragioni sono molte, ma la più importante rimane un’agricoltura che si basa ancora sulle piogge stagionali che per un intero anno durano solo quattro mesi e sono diventate sempre più erratiche e su un terreno sempre più deteriorato e frammentato per bastare a una popolazione in grandissima crescita, con i due terzi della popolazione sotto i trent’anni. Sono 17 milioni gli abitanti e spaventa la crescita demografica che, con un tasso di fertilità che supera il 6%, fa temere i 50 milioni di abitanti dell’anno 2050. Un dato, comunque, molto vago. In Malawi non esiste ancora una forma di registrazione nazionale che riconosca ai suoi cittadini una carta d’identità che permetta una pianificazione che tenga conto dell’età, dell’educazione ricevuta e delle potenzialità che può offrire al paese.
La politica, poi, non è riuscita a mantenere le promesse fatte. Come scrive Sam Mpasu, esperto analista politico più volte finito in carcere, «ci sono stati 79 tentativi di riforma del pubblico impiego in Malawi e ogni tentativo è fallito perché a ogni nuovo governo di turno è riconosciuto il diritto di ripetere il lemma di sempre: “Ora è giunto il nostro momento di mangiare”, che si traduce nella corruzione elevata a sistema, impunità e mancanza di trasparenza nella conduzione dello stato, in un modo di vivere la democrazia del “tutto è concesso” al despota di turno».
Dopo gli anni del colonialismo, dal 1964 il Malawi ha vissuto l’esperienza di trent’anni di dittatura sotto il terribile regime di Hastings Kamuzu Banda, e dal 1994 si sono succeduti quattro presidenti di altrettanti partiti politici. Tutti, senza distinzione, sono accomunati nella lunga lista della corruzione di stato, la cui manifestazione più famosa è il CashGate, o il furto di 92 miliardi di kwacha che ha per sempre allontanato dal Malawi l’aiuto internazionale, che da solo pagava il 40% della finanziaria del governo del Malawi.
A giugno il governo presenta il budget per un intero anno. I 900 miliardi di kwacha (circa 1.800 milioni di euro) sono divisi tra debiti da pagare, che già hanno racimolato un altissimo tasso di interesse, la struttura statale che ne assorbe oltre un quarto del totale e il rimanente da suddividere tra i vari ministeri, che non sanno più quali tagli portare alla spesa. Tra le poche tasse aggiunte è diventata già famosa quella del 10% sottratto agli sms e all’utilizzo di Internet. Non basterà a sovvenzionare nessun programma di sviluppo.

Domani? Quale domani?
È un miracolo l’oggi, quando le famiglie non riescono più a garantire la scuola ai propri figli e gli ospedali ad avere medicinali a disposizione. Il governo ha tagliato del 30% gli aiuti in fertilizzanti che distribuiva a un milione e mezzo di contadini poveri. La fame tra qualche mese, quando saranno finite le scorte, ritornerà nella maggior parte delle capanne della gente del Malawi. E quando le piogge e il tempo della semina arriverà a fine anno, non ci saranno nemmeno più le sementi portate via dalla fame. Nell’anno dell’Expo 2015, morirà di fame un altro paese, senza che nessuno se ne accorga.

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di luglio-agosto 2015.

Nella foto sopra una piantagione di cotone in Malawi. 

 

In Africa il 23,2% è denutrito
Il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è sceso a 795 milioni (216 milioni in meno rispetto al biennio 1990-92, vale a dire circa una persona su nove). Tenendo anche conto che dal 1990 a oggi la popolazione mondiale è cresciuta di 1,9 miliardi di persone. Inoltre 72 paesi in via di sviluppo su 129 hanno raggiunto il primo degli Obiettivi di sviluppo del millennio stabiliti dall’Onu nel 2000 (dimezzare la fame entro il 2015) e 29 paesi hanno raggiunto l’obiettivo più ambizioso posto dal Vertice mondiale sull’alimentazione del 1996 di dimezzare il numero totale delle persone denutrite entro il 2015. Lo ha reso noto il rapporto Sofi (Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo) redatto da Fao, Ifad e Pam, tre agenzie onusiane. Nei paesi poveri, la prevalenza della denutrizione – che misura la percentuale di persone che non sono in grado di consumare cibo sufficiente per una vita attiva e sana – è scesa al 12,9% della popolazione, un calo dal 23,3% di un quarto di secolo fa.

L’Africa subsahariana resta la regione con la più alta prevalenza di denutrizione al mondo: 23,2% della popolazione, vale a dire quasi una persona su quattro. Tuttavia, i paesi africani che hanno investito di più per migliorare la produttività agricola e le infrastrutture di base sono riusciti a raggiungere l’Obiettivo di sviluppo del millennio relativo alla fame, soprattutto in Africa occidentale.

Delle statistiche, però, bisogna sempre diffidare. O leggerle in controluce. Secondo il rapporto delle agenzie Onu, infatti, tra i paesi africani che sono riusciti ad affrancare metà della loro popolazione dalla fame ci sono Niger, Nigeria, Togo, Benin, Etiopia e…Malawi. La cui situazione, come racconta il pezzo qui a fianco, non è ancora delle migliori.