L'oblio della causa Tuareg
Ribelli o terroristi? Tra sostegno ad Al Qaeda e irredentismo, i Tuareg pagano la loro ambiguità con l'oblio della loro causa

Da quando gli aerei di Hollande hanno cominciato a sganciare le bombe dell’Operazione Serval contro Al Qaeda nel nord del Mali, cioè da quando questo remoto paese africano è entrato nel cono di luce dei media internazionali, non si sente più parlare dei tuareg. Che fine hanno fatto i vecchi “uomini blu” del deserto, da sempre stereotipo dell’immaginario collettivo orientalistico e recentemente trasformatisi in ribelli che hanno consegnato il paese nelle mani dei terroristi dichiarando l’indipendenza dell’Azawad? Nelle strade di Bamako così come nei chilometri di carta stampata prodotta nell’ultima settimana i tuareg sono spariti. Prima vittima e capro espiatorio della guerra in Mali o corrotti, opportunisti e traditori?

Difficile trovare la quadra fra queste posizioni estreme. Di certo le scelte politiche dell’Mnla – il Movimento di Liberazione dell’Azawad, il cui nucleo originario è formato da tuareg rientrati dalla Libia dopo la morte di Gheddafi pesantemente armati e più “politicizzati” dall’esperienza alla sua corte – pur essendo ben poco rappresentative né tantomeno appoggiate dalla maggioranza dei tuareg, hanno causato a tutta l’etnia un inevitabile isolamento. Il maliano medio attribuisce tutti i problemi attuali (soprattutto la “questione settentrionale”, da anni fulcro d’instabilità) alle velleità separatiste dei tuareg. Attori, insieme allo Stato, del teatrino delle continue ondate di ribellioni armate (l’ultima nel 2006), guerre e tentativi di assimilazione dei tuareg irredentisti negli apparati statali e militari.

Ma questa volta è diverso, perché la ribellione tuareg ha portato Al Qaeda ad impadronirsi del più grande territorio in mano a terroristi della Storia. Non solo: una parte di tuareg dell’Mnla ha preso le distanze dalla natura laica del movimento creando Ansar Addin, branca jihadista maliana che affianca Aqmi e il Mujao, venuti da fuori, nella lotta contro gli infedeli. Pare dunque evidente come qualsiasi recente tentativo da parte dei leader tuareg di smarcarsi dai jihadisti,  di rientrare nei ranghi e di partecipare ai negoziati e alla liberazione venga visto con diffidenza dal governo maliano così come dalla maggioranza della popolazione.

Troppi equilibrismi per essere credibile la posizione dell’Mnla: prima “secessione” poi “autodeterminazione”, ora “supporto all’intervento francese contro i terroristi” alcuni e “resistenza contro l’invasione occidentale dell’Azawad” altri. Un esempio calzante di tale opportunismo politico è il Colonnello Gamou. Ufficiale tuareg dell’esercito maliano, uno dei leader dell’Mnla, esiliato per nove mesi in Niger (dove ha anche subìto un tentato omicidio) dopo la presa di Gao da parte del Mujao e, da giovedì scorso, a capo di una colonna di 500 uomini in marcia verso Menaka su mandato del presidente ad interim Traore per testarne l’affidabilità. In questa fase iniziale della guerra – con l’esercito nazionale e i francesi (1400 soldati al momento) che fronteggiano i jhiadisti su due fronti aperti: quello settentrionale di Konna e Duenza e quello a nordovest di Diabali e Niono – per il governo maliano, per i francesi (che nutrono una strana simpatia verso l’Mnla, tanto da ospitarne il quartier generale a Parigi) e per la maggioranza della popolazione locale il nemico non può che essere Al Qaeda.

L’aggressione esterna all’integrità territoriale per mano di gruppi terroristici legati al traffico di droga, armi, esseri umani pesa evidentemente di più della dissidenza interna tuareg. Dopo una lunga e a tratti gloriosa storia costellata di ribellioni dal sapore nobile, rivendicazioni di diritti, libertà e giustizia, l’ultimo capitolo dell’irredentismo tuareg sembra aver segnato il punto più basso della parabola discendente degli “Uomini blu”.