Mali: Bamako contro tutti - Nigrizia
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Nella capitale la giunta militare chiama a raccolta i giovani invitandoli a credere nel governo e a sostenerlo, nonostante la difficile situazione che il paese sta vivendo
Mali: Bamako contro tutti
In migliaia si sono radunati nello stadio Konate il 9 maggio per un evento di incitamento alla resistenza e di commemorazione del ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso nell’attacco terrorista del 25 aprile. Una “grande mobilitazione patriotica” che isola la città in una bolla, mentre tutto attorno esplode la violenza jihadista
11 Maggio 2026
Articolo di Antonella Sinopoli, da Bamako (reportage e foto)
Tempo di lettura 8 minuti
(Credit: Antonella Sinopoli)

Sono migliaia. A Bamako lo stadio Mamadou Konate è pieno. Oltre cinquemila persone occupano gli spalti. Altre premono ai cancelli. Molti sono arrivati con pullman turistici o con i tipici sotrama.

Due settimane dopo l’attacco congiunto a sei località del Mali da parte di JNIM (o GSIM), gruppo jihadista affiliato ad al-Qaida, e FLA, Fronte separatista tuareg per la liberazione dell’Azawad, la giunta militare compatta la popolazione attraverso un evento pubblico, una “grande mobilitazione patriotica a sostegno delle FAMa e del governo di transizione”.

Al grido di N’te N’ta La (dico no, in lingua bambara) la cerimonia organizzata il 9 maggio al Konate è un misto tra commemorazione per Sadio Camara – il generale e ministro delle Difesa morto in un attacco kamikaze quel nefasto 25 aprile – celebrazione dei valori nazionali e incitamento alla resistenza.

C’è gente di ogni età ma la percentuale più alta in assoluto è rappresentata dai giovani. E giovanissimi. Così come giovani sono quei militari delle FAMa, le forze armate maliane, uomini e donne – molti qui a gestire la sicurezza, moltissimi altri in quei luoghi caldi dove ora si sta combattendo – a cui è affidato di fatto il futuro di questo paese.

Soldati di speranza

È su di loro che è riposta la fede, la speranza, la fiducia. È a loro che è rivolto l’appello del generale di brigata, Issa Ousmane Coulibaly che a nome del presidente di transizione dice «il Mali resta in piedi, unito e sovrano». La folla esulta, si fa sentire. Tutti qui si sentono combattenti, seppure a mani nude. «Siamo tutti soldati» scandiscono le ragazze e i ragazzi galvanizzati da speaker che si alternano in attesa dei vari ministri.

Primo fra tutti quello della Gioventù, Abdoul Kassim Fomba, che non molto tempo fa aveva lanciato la campagna “Settimana della gioventù contro la corruzione”. E che debbano considerarsi tutti soldati ora che il paese vive quella che forse è la crisi più profonda dopo l’indipendenza, lo ha ribadito alla stampa il portavoce del DIRPA, la Direzione informazione e relazioni pubbliche delle forze armate. “Siete i soldati dell’informazione” ha detto ai giornalisti presenti. Nessuno ha posto domande.

Oltre che nelle armi, le energie convergono nella contro-informazione. Da giorni si susseguono comunicati, video, appelli che denunciano campagne di disinformazione venute e volute dall’esterno. Così si dice. Informazioni che raccontano di debacle sul campo, di un governo destinato a cadere, di forze che vengono a mancare.

Di certo si crede a tradimenti interni, quelli che hanno consentito ai jihadisti di arrivare addirittura alle porte della capitale, uccidere un ministro, attentare alla vita del presidente di transizione, Assimi Goïta. Una transizione, quella del presidente generale, che va avanti dal 2020, quando subentrò all’ex presidente Ibrahim Boubacar Keïta, rimosso con un colpo di stato. Ora sono in molti qui che temono – o in altra misura sperano – che questa transizione non terminerà con elezioni regolari ma in tutt’altro modo.

Verso il nord-est del paese, desertica area sahariana, si combatte per avanzare, tenere o far cadere posizioni, pensiamo a Kati, Kidal, la regione di Mpoti dove si parla di decine e decine di morti tra i civili.

Bamako, città sospesa

La capitale invece, Bamako, rimane sospesa nella sua bolla. Qui si continua a credere nella sovranità popolare, nella capacità di riacquistare il controllo dei territori, di resistere agli attacchi, di dimostrare che la scelta di liberarsi dell’imperialismo occidentale, della Francia che ormai in Mali non ha più truppe, e di affidarsi invece ai russi e ai mercenari di Africa Corps, continua ad essere quella più giusta. «Qualunque cosa è meglio della Francia di Macron», commenta una ragazza.

Bamako sembra ancora una piccola oasi, protetta a vista dai suoi abitanti, pronti – su sollecitazione del governo – ad intervenire e denunciare qualunque persona sospetta. Una piccola oasi dove è sconsigliato muoversi da soli o scattare foto.

Una piccola oasi dove il carburante comincia a scarseggiare, le file di auto e moto cominciano a farsi più lunghe ai distributori, dove le partenze con bus di linea subiscono cancellazioni, e che comincia a vedere gli effetti degli sbarramenti o attacchi ai camion che portano cibo e benzina attraverso strade e arterie, come quelle dalla Costa d’Avorio, strategicamente prese di mira dagli uomini del JNIM (in italiano Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani).

Code ai distributori di carburante (Credit: Antonella Sinopoli)

Partire dalle città dove si combatte o che sono troppo vicine alle postazioni dei ribelli è rischioso. Lasciare Bamako è assolutamente sconsigliato. Ma qui, e lo ripetiamo, la parola d’ordine è resistere, restare uniti, difendere l’unità del paese. Nessuna paura. Il governo non ha usato mezze misure, non ci sarà nessuna negoziazione con i gruppi armati, “sono terroristi”.

Terroristi sempre più potenti, nei mezzi, nelle azioni, dal punto di vista finanziario. Non è facile stabilire da dove arrivi il sostegno economico ai jihadisti. In parte di sicuro dal zagat, sistema di tassazione per i musulmani, imposto nei territori da loro controllati.

Ma qui a Bamako sottilmente si fa riferimento ai francesi, che insieme ad altri vorrebbero la destabilizzazione del paese. Nemici giurati non solo del Mali ma anche di Burkina Faso e Niger, paesi che fanno parte di quella cosiddetta “cintura dei golpe” che in questi ultimi anni ha rivoluzionato le politiche dei paesi del Sahel, attraverso colpi di stato, appunto, l’insediamento di regimi militari, la cancellazione dei rapporti con gli ex colonizzatori e la costruzione di legami sempre più stretti con la Russia e i mercenari di Africa Corps.

Il ruolo di Mosca

Ce ne sarebbero 2000 in Mali e, secondo il Cremlino, sarebbero stati loro a evitare nella capitale quello che poteva essere un golpe nel disastroso weekend del 25 aprile scorso. La verità è che a poche ore dagli attacchi hanno negoziato con i jihadisti e i ribelli tuareg un ritiro strategico e sicuro lontano da Kidal, occupata dai gruppi armati.

Neanche loro sapevano nulla – così come una grande falla in questo senso c’è stata nei servizi maliani – di quanto stavano tramando quelli del JNIM e del movimento indipendentista tuareg. Ma torniamo ai finanziamenti.

Terroristi sempre più potenti

Secondo l’Interpol tra le fonti di finanziamento ci sono frodi, sequestri a scopo di riscatto, traffico illecito di beni (petrolio, carbone, diamanti, oro e stupefacenti) e persino valute elettroniche. Ma sembra ancora poca roba per giustificare la disponibilità di tante armi pesanti, droni e mezzi militari.

Nel 2012 un’inchiesta che citava la Direzione dell’intelligence militare francese (DRM), ha accusato il Qatar di finanziare gruppi islamisti nel nord del Mali, compresi movimenti che in seguito si sono fusi per formare il JNIM. Accuse sempre negate dal Qatar.

Oggi, nella recrudescenza degli attacchi terroristici in Africa subsahariana, in massima parte nel Sahel – nel 2025 le vittime sono state 23.968, con un aumento del 24% rispetto all’anno precedente – il JNIM è tra i gruppi più attivi e che ha fatto più vittime.

E poi c’è la capacità di reclutamento. Di giovani senza lavoro, senza opzioni. E mentre questi giovani si combattono, da una parte e dall’altra, è evidente che non è solo il potere il fine di tutto questo. C’è il controllo delle rotte delle merci – legali e illegali – e delle armi, ci sono le ricchezze su cui mettere le mani e che si nascondono nella terra di questo paese desertico o semidesertico al 65%.

Oro (il Mali è il terzo produttore africano), uranio, litio. Una ricchezza, quella dell’oro, barattata in cambio della sicurezza. Secondo alcune inchieste ogni mercenario russo costa allo stato maliano da 3mila a 10mila dollari al mese. E laddove le casse non arrivano c’è l’oro a garantire i pagamenti.

(Credit: Antonella Sinopoli)

Nessun piano B

Qui a Bamako, quelli che accettano di parlare, sono convinti che per il momento non ci sia altra strada. «I francesi hanno sempre preso senza dare, ora siamo noi a decidere con chi confrontarci e, soprattutto, in cambio di quello che diamo vogliamo guadagnarci». 

Vorrebbero guadagnarci la pace, l’unità, la sicurezza. C’è sincerità, convinzione nelle loro parole. Ma cosa accadrà se le casse dello stato si svuoteranno perché è la guerra che oggi bisogna finanziare, se i distributori di carburante rimarranno a secco, se il cibo diminuirà sugli scaffali dei mercati, se gli stipendi salteranno di mese in mese? Secondo le opposizioni, che qui rimangono silenti ma che si esprimono dall’estero, quel “se” è solo un “quando”.

L’attacco coordinato e inedito nell’alleanza tra JNIM e FLA del 25 aprile, ha mostrato che la capitale può essere espugnata. Stavolta è stato preso di mira un ministro, nella sua stessa casa, a Kati, 16 chilometri da Bamako.

Era un simbolo Sadio Camara, era lui l’artefice degli accordi con gli Africa Corps. Non volevano uccidere civili (anche se nell’attacco sono rimasti uccisi la moglie e due dei figli), volevano proprio colpire lui. Ora qui è un eroe e il suo “sacrificio” assomiglia tanto ad un’ancora di salvataggio.

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