Mali

Decine di persone hanno perso la vita in nuove violenze nel centro del Mali. Il bilancio, ancora provvisorio, fatto ieri sera dal governo maliano, parla di 38 morti e “molti feriti”. Ma i decessi sarebbero almeno 41 per le autorità locali.

“Le forze di difesa e di sicurezza sono state inviate sulla scena per proteggere le persone e le loro proprietà e dare la caccia agli autori di questi attacchi”, ha detto l’esecutivo.

Le violenze hanno interessato lunedì Yoro e Gangafani, due villaggi della comunità Dogon in questa regione, già teatro di un attacco a un altro insediamento Dogon, il villaggio di Sobame, il 9 giugno, con la morte di 35 persone, tra cui 24 bambini (il bilancio iniziale di 95 morti è stato in seguito ridimensionato).

Dopo l’apparizione nel 2015, nel centro del paese, del gruppo jihadista del predicatore Amadou Kufa che ha reclutato soprattutto appartenenti alla comunità Fulani (o Peul) – musulmani, tradizionalmente pastori -, gli scontri sono aumentati tra questo gruppo etnico e Bambara e Dogon – principalmente cristiani impegnati in agricoltura – che hanno creato i loro “gruppi di autodifesa” con il sostegno del governo centrale.

La violenza, che ha devastato la regione per quattro anni, è culminata con il massacro dello scorso 23 marzo, attribuito a milizie Dogon, circa 160 Fulani nel villaggio di Ogossagou, nella regione di Mopti, vicino al confine con il Burkina Faso.

Il Mali settentrionale è caduto nel 2012 nelle mani di gruppi jihadisti. La violenza si è poi diffusa dal nord al centro e talvolta al sud, spesso coinvolgendo conflitti inter-etnici, in un fenomeno sperimentato anche dai vicini Burkina Faso e Niger. Oggi intere aree del paese sono fuori dal controllo delle forze armate maliane, affiancate nella lotta al terrorismo dalla Francia e dalle Nazioni Unite, tutti obbiettivi di costanti attacchi armati. (Le Monde)