Si deteriora giorno dopo giorno la situazione della sicurezza in Mali, tanto che ieri il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano ha diffuso un comunicato in cui sconsiglia di recarsi nel paese saheliano, invitando i connazionali già presenti in Mali a “lasciare quanto prima il paese e a verificare di aver segnalato la propria presenza all’Ambasciata d’Italia a Bamako, sul sito dovesiamonelmondo.it oppure sull’App Viaggiare Sicuri”.
L’avviso, spiega il ministero, è stato emanato in seguito al “crescente e significativo blocco dell’afflusso di carburanti su tutti gli assi stradali verso il Mali, ad opera di gruppi terroristici” che ha causato una “grave penuria di carburante in tutto il paese, con impatti significati sull’erogazione di elettricità, che potrebbe causare un ulteriore peggioramento del quadro di sicurezza anche nella capitale Bamako”, dove si trovano la maggior parte dei circa 70 italiani presenti nel paese.
Un simile avviso era stato emanato il giorno prima, 28 ottobre, dagli Stati Uniti che avevano invitato i propri cittadini ad abbandonare il paese “utilizzando voli commerciali piuttosto che viaggiare via terra verso i paesi vicini, a causa del rischio di attacchi terroristici lungo le autostrade nazionali”.
Nel comunicato Washington invitava inoltre che i cittadini statunitensi che scelgono di rimanere in Mali a “preparare piani di emergenza, incluso il rifugio sul posto per un periodo prolungato” e che “l’ambasciata non è in grado di fornire supporto agli americani al di fuori della capitale”.
Pochi giorni prima, il 24 ottobre, il Dipartimento di stato aveva autorizzato la partenza dal paese del personale governativo statunitense non in situazione di emergenza e dei suoi familiari.
Dall’inizio di settembre il Mali – paese senza sbocco al mare – è ostaggio dei terroristi del JNIM (acronimo di Jama’at nusrat al-islam wal-muslimin, in italiano Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani), che hanno bloccato le importazioni di carburante, istituendo posti di blocco e assaltando i convogli di autocisterne diretti nella capitale.
Una campagna di pressione che ha bloccato il paese: pompe di benzina vuote, problemi energetici, chiusura dei cantieri, riduzione dei collegamenti aerei e sospensione dei corsi scolastici e universitari (annunciata il 26 ottobre e prevista fino al 10 novembre).
Un’inedita prova di forza dei movimenti jihadisti che sta mettendo sotto pressione la giunta militare al potere, già fortemente indebolita dall’isolamento internazionale seguito ai colpi di stato del 2020 e 2021.