Mali / Conflitti / Diritti umani

Il Mali sta affrontando violenze senza precedenti nella regione centrale, dove gruppi jihadisti, milizie locali e militari dell’esercito regolare stanno commettendo abusi sui civili – esecuzioni sommarie, violenze sessuali, sequestri e torture -, mentre i combattenti legati ad al-Qaida e allo Stato Islamico si espandono verso sud.

La denuncia è contenuta in un rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani e dell’Associazione maliana dei diritti umani, secondo cui più di 75mila civili sono fuggiti dalle violenze intercomunitarie e dagli attacchi  jihadisti e militari, in quella che è diventata la regione più pericolosa della nazione dell’Africa occidentale, dove si concentra oltre il 40% degli attacchi.

Dall’inizio della crisi nel Mali centrale, nel 2015, sono state uccise più di 1.200 persone, la maggior parte di origine etnica fulani, accusate di legami con al-Qaeda e attaccate da gruppi di milizie locali. Solo tra aprile e giugno di quest’anno hanno perso la vita almeno 287 persone, per il 91% uomini, in violenze interetniche, e i soldati sono stati responsabili della scomparsa di almeno 67 sospetti estremisti quest’anno.
Migliaia stanno fuggendo dalle violenze. Nella città di Mopti il numero di sfollati è aumentato da 2mila in aprile, a oltre 12mila a luglio. Almeno altri 3mila sono rifugiati in Burkina Faso.

Intanto l’ala militare del gruppo di autodifesa del popolo dogon, Dana Ambassagou, ha ripreso le armi, “per difendere le popolazioni dagli attacchi jihadisti”, rompendo la tregua firmata lo scorso ottobre e durata solo sette settimane. Oltre a un recente scontro con elementi dell’esercito, negli ultimi giorni ha condotto operazioni militari che hanno provocato nuove vittime. Una scelta condannata dall’ala politica del movimento, secondo cui solo l’esercito maliano deve garantire la sicurezza della gente. (News 24 / Radio France Internationale)