Mali: penuria di carburante targata JNIM - Nigrizia
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Intervista a Luca Raineri, ricercatore e esperto di Sahel della Scuola Sant’Anna di Pisa, sulla situazione securitaria nel paese
Mali: penuria di carburante targata JNIM
La formazione jihadista ha paralizzato il traffico di carburante, creando disagi anche nella capitale Bamako, ben al di là delle sue roccaforti settentrionali. La giunta militare è costretta a negoziati dal sapore di capitolazione con il nemico terrorista
15 Ottobre 2025
Articolo di Roberto Valussi
Tempo di lettura 6 minuti

Le file alle pompe di benzina di Bamako non fanno che allungarsi. Nella capitale del Mali da giorni, le immagini di code da centinaia di metri tengono banco sui social media. Scene simili si ripetono in quasi tutto il paese. 

A causarle è il blocco alle importazioni di carburante imposto dallo JNIM (acronimo di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, in italiano Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani). Un’ennesima prova di forza della formazione jihadista affiliata ad al-Qaida e un’ulteriore conferma delle difficoltà del suo contenimento da parte dello stato maliano.

Il 3 settembre, lo JNIM aveva annunciato due campagne: la paralisi del trasporto del carburante nelle strade maliane; e il blocco commerciale nelle città di Kayes e Nioro du Sahel, nell’ovest del paese, al confine con il Senegal.  

Minacce mantenute nei giorni successivi. Da allora, le unità jihadiste hanno dato alle fiamme svariati camion cisterna, assaltato avamposti militari e improvvisato nuovi check-point. Hanno anche rapito sei autisti senegalesi di camion, per poi liberarli 24 ore dopo.

È un problema non da poco per il Mali, che, privo di sbocchi al mare, riceve la maggior parte dei suoi rifornimenti via terra. 

Asfissiare economicamente Bamako, per i jihadisti, significa confermare una capacità di azione che va ben oltre le sue tradizionali roccaforti nel nord e nel centro del paese, arrivando a colpire la capitale, simbolo del potere statale. 

Per il governo guidato dalla giunta militare invece, la situazione attuale rappresenta un’imbarazzante smentita ai suoi annunci. Meno di un mese fa, il 22 settembre scorso, il capo dello stato Assimi Goïta si era congratulato per il «disorientamento dei gruppi armati di fronte alla pressione» dei militari maliani, sostenendo che l’esercito era riuscito a «riaffermare la sovranità del Mali su tutto il territorio nazionale».

Per capire a che punto si trovi questa lotta esistenziale per lo stato maliano, abbiamo fatto il punto della situazione con Luca Raineri, ricercatore in relazioni internazionali e studi di sicurezza, specialista di Africa occidentale, della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa.

Come inquadrare questa operazione così d’impatto dello JNIM, lontana dalla loro roccaforte nel centro e nel nord del paese?

Negli ultimi anni c’è stata una progressione in diverse parti del paese verso sud, nella regione di Sikasso, quindi al confine fra Costa d’Avorio e Burkina Faso. Ma anche alcuni attacchi lungo l’asse fra Bamako e la Guinea Conakry e sempre più eventi segnalati anche nell’area occidentale. Oltre all’attacco alla stessa Bamako, naturalmente. 

Quest’ultima fiammata, quindi, non nasce nel vuoto; è stata preceduta da una serie di segnali che indicavano una maggior capacità di operazione in queste aree. Segnali che sono poi tipici: prima c’è la predicazione; poi si affigge un messaggio con una serie di divieti (contro il fumo, l’alcool e non solo); vengono rapiti l’imam o il capo villaggio… una classica progressione che poi arrivare ai fatti d’armi più eclatanti. 

In questo caso, in particolare, gli episodi più recenti coinvolgono una sorta di embargo sul traffico di carburante.

Cosa cerca di ottenere lo JNIM con un’azione del genere?

C’è una doppia finalità: da un lato è una fonte di proventi per cui si taglieggiano i flussi commerciali sui principali assi chiedendo in cambio il pagamento di un pizzo per la protezione, cosa che tendono a fare lungo tutto il territorio. 

Ma dall’altro c’è una finalità anche militare. Da tempo chi studia la progressione di questi gruppi nota una tendenza: un tentativo all’accerchiamento delle capitali – che sono poi i centri di potere ormai piuttosto isolati – in paesi senza sbocco sul mare e quindi soggetti al rischio di un assedio, di un soffocamento delle vie di comunicazione che li tengono in vita.

E a me sembra che questa sia la linea dello JNIM. Non ingaggia grandi battaglie campali perché gli eserciti saheliani sono dotati di droni con cui li potrebbero sbaragliare. Non concentra la sua potenza di fuoco nella conquista di città, perché offrirebbero un bersaglio facile. Ma, in ossequio alle tecniche di guerriglia tradizionali, taglieggia le vie di rifornimento, colpisce soft targets [obiettivi civili facilmente attaccabili, ndr], costringe l’avversario alla resa sul lungo termine.

Mi sembra che siamo entrati in questa direzione.

Lo stato del Mali sta ricorrendo a negoziazioni con le forze terroristiche per porre fine a questo blocco economico. In che misura è un’implicita ammissione di debolezza nei confronti di un nemico che dichiara di star sconfiggendo?

In passato, sono state già confermate negoziazioni di vario tipo, come per lo scambio di prigionieri e ostaggi. È andata così nel caso di parlamentari o figure di peso dell’esercito rapiti dai jihadisti, poi liberati in cambio della scarcerazione di alcuni dei loro membri. Ci sono stati anche moltissimi episodi di negoziazioni a livello comunitario, ma di certo avvenuti con la benedizione degli apparati statali. 

Per cui, sostanzialmente, lo stato le chiama negoziazioni, ma corrispondono a capitolazioni. 

Di solito i jihadisti stringono d’assedio determinate località (perlopiù piccoli paesini), affamando la popolazione o impedendo l’afflusso di generi di prima necessità. Finché la comunità locale accetta di disarmare le milizie locali, accetta una governance jihadista, che di solito prevede l’introduzione di precetti religiosi e regole molto severe nelle relazioni fra uomo e donna. Dopodiché lasciano che le persone si occupino della loro vita e facciano il loro lavoro.

Ci sono stati tanti altri episodi e non mi sorprende che si sia scelta la via delle negoziazioni anche in questo caso recente. Ma la dice lunga su quanto sia vuota la retorica militarista dell’esercito; di fatto è costretto continuamente a patteggiare.

Alcuni analisti parlano di una situazione particolarmente critica per lo stato maliano, che corre il rischio di un collasso. Lei è dello stesso avviso?

Condivido l’analisi molto pessimista rispetto al destino dello stato. Dopodiché quanto sia vicino al collasso è difficile valutarlo. Da anni si dice che non si è mai visto peggio di così e che va sempre peggio, senza che lo stato collassi. 

Però la traiettoria che in molti hanno scorto – e che secondo me è abbastanza ragionevole – è quella di un’ipotesi alla siriana, in cui pian piano i jihadisti si riconvertono in soggetti accettabili per la comunità internazionale e vengono in qualche modo legittimati a una presa di potere più o meno incruenta in uno stato che cade a pezzi.

Una variabile forse non decisiva, ma di sicuro importante, riguarda le intenzioni della Russia. Le indiscrezioni la descrivono come piuttosto insoddisfatta. Per ora il Cremlino continua a investire sul Mali come partner importante (vi invia uomini, mezzi, il flusso commerciale prosegue), ma pare che gli umori non siano dei migliori nelle relazioni fra i due paesi.

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