Esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, attacchi ai villaggi. Il popolo fulani del Mali (anche noto come peul) da tempo sta subendo la ritorsione dalle forze armate del paese, sostenute e accompagnate in queste azioni dal famigerato gruppo paramilitare Wagner. A denunciarlo, attraverso un nuovo report, è Human Rights Watch (HRW).
Si tratterebbe di atti di ritorsione collegati alle accuse di collaborazione con i gruppi armati islamisti, in particolare con il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jama’at nusrat al-Islam wa al-muslimeen – JNIM/GSIM), legato ad al-Qaida. Gruppi armati che da anni combattono per il controllo di alcune parti del paese.
Solo da gennaio, secondo testimonianze raccolte dall’organizzazione per i diritti umani, 12 uomini fulani sarebbero stati giustiziati e almeno 81 sono stati fatti sparire in azioni di contro insurrezione verso questa popolazione, accusata di sostenere il fondamentalismo islamico nella regione. Il rapporto parla anche del rapimento da un villaggio di 85 pastori, giustiziati successivamente in un campo militare.
Sono numeri che si vanno ad aggiungere a quelli accertati negli ultimi tre anni. Da quando, cioè, sono diventate norma le azioni congiunte condotte dall’esercito maliano e i mercenari di quel famigerato gruppo legato alla Russia e che alla morte del suo fondatore Yevgeny Prigozhin, nel 2023, ha di fatto solo cambiato il nome.
Oggi sono gli Africa Corps e hanno sostituito quei “combattenti” Wagner che il 6 giugno scorso hanno annunciato di lasciare il paese dopo tre anni e mezzo di presenza e azioni sul campo. “Missione compiuta” si era detto, ma in realtà incompleta agli occhi del governo maliano e di quei nuovi mercenari chiamati a “combattere il terrorismo”.
La ridefinizione della presenza russa in Mali – scrive HRW – ha tra l’altro coinciso con una serie di attacchi da parte di gruppi armati islamisti e gruppi separatisti tuareg, proprio a giugno, in cui sono rimasti uccisi decine di soldati maliani e alcuni combattenti degli Africa Corps.
Insomma, una sorta di guerra aperta da cui oggi le forze e le istituzioni internazionali sono più fuori, visto il ritiro del Mali dal blocco regionale della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS/CEDEAO) a gennaio scorso, “che priva – sottolinea sempre la ONG – le vittime di abusi di una via di ricorso presso la Corte regionale dell’Africa occidentale” e considerato il ritiro della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (nel 2023) dopo dieci anni di mandato.
A volerlo è stata quella giunta militare guidata da Assimi Goita, arrivato al potere con un colpo di stato nel 2020 ed uno successivo solo dopo nove mesi, nel 2021, per consolidare la sua posizione. Aveva promesso una transizione democratica entro il 31 dicembre 2025 ma poi ha mostrato il volto del despota, cancellando prima le elezioni e, pochi giorni dopo, tutti i partiti politici.
Che la giunta maliana abbia preso il potere anche con il supporto dell’allora gruppo Wagner è cosa ormai nota. Del resto, a esplicitarlo pubblicamente un paio di anni fa è stato lo stesso ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Parlando alla stampa ha dichiarato che il Gruppo Wagner “fornisce servizi di sicurezza” al governo maliano.
Ha affermato che lavoravano come “istruttori” anche se i numerosi report e testimonianze dirette di questi anni hanno dimostrato una loro precisa azione sul campo.
Lavrov, in linea con la propaganda antioccidentale di questi ultimi anni, ha anche detto che l’Europa e in particolare la Francia hanno “abbandonato” i due paesi africani (si riferiva non solo al Mali ma anche alla Repubblica Centrafricana) che a loro volta hanno chiesto alla Russia e a Wagner di fornire istruttori militari e “di garantire la sicurezza dei loro leader”.
Il ministro degli Esteri dice il vero, poiché sia il presidente centrafricano Faustin Touadéra, che il capo della giunta militare maliana Assimi Goita, hanno evidenti stretti rapporti con il Cremlino e si sono rivolti a Putin per consolidare il proprio potere e respingere tutti i tentativi di opposizione, fossero di partiti politici o della società civile.
Dunque, eccolo lo scopo dichiarato: garantire la sicurezza dei leader. Tradotto, garantire che restino saldi al potere. A questo proposito va ricordato che qualche mese fa Touadéra è ritornato a Mosca, dove ha incontrato il presidente Putin, per negoziare una maggiore cooperazione in ambito militare e minerario. Le prossime elezioni generali nella Repubblica Centrafricana sono previste per dicembre 2025.
Ma torniamo al Mali con un’altra recente e preoccupante indagine condotta da giornalisti di RFI (Radio France International). Secondo tale indagine la Russia sta utilizzando un hub logistico a Conakry, capitale della Guinea, sulla costa occidentale dell’Africa, per inviare armi e supporti militari in Mali.
Oltre alla preoccupazione di una presenza logistica e militare che si fa sempre più massiccia in Mali e nel Sahel in generale (in particolare Niger e Burkina Faso, dove a maggio HRW denunciava altri sanguinosi attacchi contro i fulani), cresce quella relativa alla protezione dei civili e alla difficoltà di monitorare gli abusi.
È dal 2012 che i governi maliani e i gruppi armati islamisti nel paese si confrontano. Ostilità che hanno causato la morte di migliaia di civili e lo sfollamento forzato di altre 350mila persone. La presenza degli Africa Corps, non mira da parte sua né al dialogo né alla risoluzione reale delle controversie, ma piuttosto alle risorse del sottosuolo e al consolidamento della sua posizione geostrategica.