Con il Mali stretto nella morsa dei jihadisti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), il presidente Assimi Goïta si aggrappa alle risorse naturali nel tentativo sempre più complicato di tenere in piedi la disastrata economia del paese.
Il 3 novembre Goïta ha inaugurato in persona l’avvio della prima fase di produzione di una nuova miniera di litio a Bougouni, gestita da Les Mines de Lithium de Bougouni, joint venture tra il governo maliano, che detiene il 35% delle quote del progetto, la britannica Kodal Mining UK e la cinese Hainan Mining, che si spartiscono il rimanente 65%. Con un investimento iniziale di 65 milioni di dollari, la miniera produrrà 120mila tonnellate di concentrato di spodumene all’anno, essenziale per la produzione di batterie per i veicoli elettrici.
La miniera si trova circa 170 chilometri a sud di Bamako, nella parte meridionale del paese. Ha già generato 500 posti di lavoro, a cui se ne potrebbero aggiungere altri 800 entro il 2028, producendo ricavi stimati in 380 milioni di dollari. La produzione di litio è partita nel febbraio di quest’anno. Il 20 ottobre Kodak Minerals ha annunciato la partenza dei primi carichi di concentrato di spodumene verso il porto di San Pedro, in Costa d’Avorio, da dove prendono il mare alla volta dei mercati internazionali. Finora sono state circa 10mila le tonnellate esportate.
Le ambizioni estrattive della giunta al potere
Quella di Bougouni è la seconda miniera di litio più grande del paese dopo quella di Goulamina, gestita da un’altra società cinese, Ganfeng Lithium, e inaugurata alla fine del 2024. Il sito di Goulamina ha avviato le esportazioni tra maggio e giugno di quest’anno spedendole sempre in Costa d’Avorio, al terminal portuale di Abidjan. Con entrambi i siti estrattivi a regime il governo maliano punta a produrre 590mila tonnellate di litio entro il 2026, traguardo che farebbe dello stato del Sahel il primo produttore africano.
Nel corso dell’inaugurazione a Bougouni il ministro delle Miniere Amadou Keïta, attenendosi al registro narrativo della giunta militare al potere dal 2021 in Mali, ha rimarcato la volontà del governo di continuare a riformare il settore minerario per consegnare al popolo il controllo di questa e altre risorse naturali, per decenni sfruttate dalle potenze straniere. In tal senso il ministro ha ricordato le 121 concessioni, di cui 100 per attività di esplorazione, revocate dal governo “per porre fine al caos e aumentare la trasparenza”. Il governo ha promesso che oltre 40 milioni dei ricavi ottenuti dal giacimento andranno a sostegno dell’economia locale.
Accerchiamento jihadista
Il presidente Goïta ha definito la nuova miniera di Bougouni “una pietra angolare della determinazione del Mali a trasformare le sue ricchezze naturali in progresso sociale e industriale tangibile”, ribadendo che le miniere dovranno fungere da “motori di trasformazione, non di estrazione”. Il modello di autodeterminazione politica, economica ed energetica a cui punta sta però sbattendo da mesi contro le offensive dei jihadisti del JNIM.
Da luglio sono aumentati gli attacchi contro siti industriali e minerari, in particolare nella regione sud-occidentale di Kayes al confine con Senegal e Mauritania, dove è concentrato l’80% della produzione di oro del Mali, prima fonte di introiti del paese. Qui negli ultimi mesi sono stati rapiti diversi lavoratori stranieri di società estere. Incursioni si sono verificate anche nella miniera di litio di Bougouni.
Per il rilascio degli ostaggi i jihadisti hanno ottenuto in cambio la liberazione di propri miliziani e soprattutto soldi, equipaggiamento militare, armi e veicoli. Il danno maggiore che il JNIM sta provocando al governo Goïta è però l’aver paralizzato le forniture di carburante. A più riprese nelle ultime settimane sono state bloccate le importazioni da Senegal e Costa d’Avorio e nel suo discorso tenuto a Bougouni Goïta non ha potuto negare la realtà, chiedendo alla gente di limitare al massimo gli spostamenti in auto.
Da inizio novembre i jihadisti sono avanzati in direzione di Bamako bloccando le vie principali di accesso alla capitale, tendendo imboscate a pattuglie di militari e prendendo il possesso o dando alle fiamme camion cisterna che trasportavano carburante verso la città.
Le code lunghissime di fronte alle stazioni di servizio, sommate ai continui blackout, alla chiusura temporanea delle scuole e all’evacuazione del personale non essenziale dalle ambasciate di importanti paesi – tra questi Stati Uniti e Regno Unito – fotografano il momento di maggiore criticità attraversato dalla giunta golpista da quando si è insediata stabilmente alla guida del Mali. Anche l’Italia ha invitato i connazionali a lasciare il paese.
Oltre che bloccare l’import-export del Mali, queste azioni stanno danneggiando anche altri settori dell’economia a cominciare dall’agricoltura. L’escalation jihadista arriva infatti nel pieno della stagione del raccolto con molti macchinari e mezzi rimasti a secco di benzina.
Questa strategia parte in risposta al tentativo del governo di impedire la vendita informale di carburante soprattutto nelle aree rurali del paese, con l’obiettivo di sottrarre ai jihadisti il controllo di un business lucroso su cui avevano messo le mani da tempo.
Secondo diversi esperti di sicurezza dell’area, tra cui Bakary Sambe, direttore del Timbuktu Institute, think tank con sede a Dakar sentito da RFI, l’obiettivo del JNIM potrebbe essere quello di soffocare gradualmente la tenuta economica e la credibilità politica del governo di Assimi Goïta: da un lato prosciugando le sue risorse e infestando il clima interno degli affari, creando sfiducia tra partner e investitori esteri, dall’altro generando così malcontento popolare.
Goïta aveva promesso maggiore ricchezza al popolo riappropriandosi delle risorse del paese, più sicurezza affidandosi a Mosca dopo l’uscita di scena della Francia e, infine, una transizione democratica del potere che però ha posticipato di nuovo al 2030, sciogliendo tutti i partiti. Finora non ha mantenuto di fatto nessuna di queste promesse. E sul loro tradimento il JNIM sta facendo leva per seminare il caos e mettere il presidente sempre più sotto pressione.