Assimi Goïta è riapparso in pubblico ieri sera. A quattro giorni dagli attacchi di forze tuareg e jihadiste che hanno fatto vacillare l’esistenza stessa dello stato maliano, il capo di stato e generale ha tenuto un discorso di una decina di minuti trasmesso dalla rete tv statale. «Il dispositivo è stato rafforzato, la situazione è sotto controllo e le operazioni di ricerca e di intelligence proseguono», ha dichiarato, cercando un registro rassicurante che non nascondesse la gravità della situazione. «Il Mali ha bisogno di lucidità e non di panico», ha aggiunto.
La giunta militare al potere attraversa la sua peggiore crisi di sempre. Avvicinamento alla Russia, contrasto al terrorismo jihadista, riconquista della città roccaforte dei tuareg, Kidal: sono alcuni degli assi principali della comunicazione e strategia di Goïta costruiti in 6 anni al potere e finiti nella polvere in meno di un fine settimana.
Al momento è difficile prevedere se il regime maliano reggerà all’urto. O cosa potrebbe sostituirlo.
Attacchi inediti
Prima di approfondire le questioni, ripercorriamo i recenti fatti principali.
Sabato 25 aprile, il Fronte di Liberazione per l’Azawad (FLA), la principale organizzazione della comunità tuareg e lo GSIM (acronimo di Gruppo di supporto all’islam e ai musulmani), la più importante coalizione di gruppi terroristici affiliata ad al-Qaida, hanno lanciato delle operazioni militari congiunte lungo tutto il paese.
Gli scontri sono proseguiti fino all’indomani, domenica 26 aprile. L’attuale giunta maliana non aveva mai ricevuto attacchi simili per intensità, estensione territoriale e coordinamento tra FLA e GSIM.
Possiamo dividere le aree geografiche coinvolte in tre zone e altrettanti obiettivi.
Al nord: lo smacco di Kidal e l’umiliazione di Africa Corps
Le forze insorgenti hanno preso il controllo di Kidal, la città del nord bastione dell’indipendentismo tuareg. Per il governo è uno smacco impossibile da minimizzare. Nel novembre 2023, Goïta l’aveva riconquistata dalle stesse forze tuareg con l’appoggio delle truppe paramilitari russe Wagner (ribattezzate Africa Corps nel 2025). Un’operazione militare rapida e incruenta, vanto principale della giunta.
Il nuovo rovesciamento di fronte ha annullato quel successo. La capitolazione di Africa Corps, senza sparare neanche un colpo, ha sgretolato quel che restava dell’idea dell’utilità russa nella lotta al terrorismo. L’uscita in sicurezza dalla città ha evitato la carneficina al costo dell’umiliazione degli eredi di Wagner. Se hanno salvato la pelle, lo devono anche all’Algeria, intervenuta ufficiosamente in veste di mediatrice secondo quanto riportato da vari media, tra cui la testata francese Jeune Afrique.
Al centro: Mopti e Sévaré per tagliare in due il paese
Nelle ricostruzioni dei fatti più accreditate, il 25 aprile FLA e GSIM avevano preso il controllo totale anche della città di Mopti e Sévaré, per poi perderle parzialmente l’indomani. I due centri sono delle cerniere logistiche tra nord e sud del paese.
Al sud: Bamako, Kati e l’assalto al cuore dellosStato
Gli attacchi sono tornati a colpire i dintorni della capitale. Come già avvenuto nel settembre 2024, l’aeroporto internazionale (infrastruttura fondamentale in ogni guerra) è finito sotto attacco.
Ma le operazioni principali sono avvenute nella località di Kati, un avamposto militare a 15 km dalla capitale. Vi dimorano i principali capi della giunta militare ed è considerato un luogo sicuro per eccellenza.
L’uccisione di Camara, numero due della giunta
Gli insorgenti hanno spezzato anche questa percezione riuscendo ad uccidere il ministro della Difesa Sadio Camara, di fatto il numero due del governo. Faceva parte degli autori del colpo di stato del 2020. La sua esclusione da parte dell’allora governo di transizione aveva innescato il secondo golpe di Goïta nel 2021.
Camara era anche considerato l’architetto dell’infrastruttura securitaria a trazione russa.
Anche un altro pezzo grosso della giunta, il capo dell’intelligence Modibo Koné, è stato oggetto di un attentato a Kati. Vari media ne hanno annunciato la morte negli ultimi giorni. Le ultime informazioni disponibili lo danno gravemente ferito, ma vivo.
Le mire separatiste del FLA
Le dinamiche tra FLAa e GSIM sono di difficile lettura; le numerose unioni e separazioni tra i loro leader complicano le analisi. In linea generale, la componente tuareg è radicata e si batte per l’indipendenza del nord del Mali, che chiama Azawad, a cui si riferisce il nome della loro organizzazione.
Dettagli non secondari: le divisioni politiche interne non mancano; e nessuno sa definire fin dove arrivi il confine dell’eventuale area indipendente.
Il capo del FLA è Alghabass Ag Intalla che l’ha fondata nel novembre 2024, a partire da altri gruppi ribelli.
I sogni incerti di conquista dello GSIM
Lo GSIM domina invece nel centro-nord, da cui si è poi esteso verso sud. Il suo obiettivo dichiarato è rimpiazzare lo Stato maliano con un califfato.
Da capire – altro dettaglio non da poco – come intendano farlo. Due le opzioni sul tavolo. La prima si ispira alla brutale quanto breve esperienza del califfato creato dalla formazione jihadista dell’Isis, tra Siria e Iraq, iniziata e conclusa nel 2014.
La seconda guarda al modello più longevo e allineato alle cancellerie occidentali della HTS, l’ex-branca di al-Qaida guidata da Ahmed al-Sharaa, più noto come al-Jolani, che ha preso il potere in Siria a fine 2024.
Al di là dei desiderata dello GSIM e dei vari modelli, resta da vedere quanto o se sia in grado di amministrare uno stato intero. Impresa non banale. Un’alternativa più gestibile consisterebbe nel limitarsi a consolidare l’influenza nelle zone del centro e centro-nord, senza avventurarsi nell’impresa di dominare la parte meridionale. Quest’ultima presenta tutta una serie di complicazioni, a partire dalla difficoltà di controllare spazi urbani densamente popolati e con una alta diversità comunitaria.
Quale obiettivo finale?
Quindi, qual era il fine ultimo degli attacchi dello scorso fine settimana: staccare il nord o abbattere il regime?
Per Luca Raineri, ricercatore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è una domanda centrale. A Nigrizia spiega come «nel primo caso questa spallata è stata un colpo molto duro, però il regime non è venuto giù. Oppure l’obiettivo è stato esclusivamente quello di tentare di conquistare il nord. Se fosse così, dovremmo vedere nei prossimi giorni – alcuni già lo indicano – dei movimenti verso le altre città del nord, in particolare Timbuktu, che per ora è stata completamente risparmiata da ogni tipo di azione».
Relazioni strette e tese
Le forze tuareg e il movimento jihadista hanno un rapporto altalenante da almeno il 2012, quando si sono alleate per la prima volta. Allora, operavano sotto il nome rispettivamente di Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA) e Ansar Dine, da cui discendono, in parte e attraverso successive riorganizzazioni, le formazioni attuali.
La loro unione è durata pochi mesi ed è finita male.
La MNLA aveva iniziato una ribellione contro lo stato centrale (la quarta dalla nascita dello stato indipendente del Mali nel 1960) nel gennaio 2012, a cui si erano aggregate varie formazione jihadistica, tra cui la più importante era Ansar Dine.
Queste ultime estromisero il MNLA, si intestarono la rivolta e iniziarono a controllare i territori con una rigida applicazione della legge coranica, la sharia. Nel frattempo, minacciava di espandersi verso il sud del paese. L’intervento militare francese del 2013 frenò la sua avanzata con l’Operazione Serval.
In seguito, i tuareg tornarono al dialogo con Bamako, arrivando a firmare gli Accordi di Algeri del 2015, mediati dallo Stato algerino.
Ansar Dine si è trasformata nel tempo fino a confluire, nel 2017, nel GSIM, oggi tra le principali coalizioni jihadiste del Sahel. A fare da filo conduttore è la leadership di Iyad Ag Ghali, figura centrale del mondo tuareg.
Alla ricerca di una nuova intesa
Indiscrezioni su un possibile ravvicinamento tra le due organizzazioni circolano da almeno due anni. E già a fine marzo dell’anno scorso, gli alti quadri dello GSIM avevano incontrato Alghabass Ag Intalla, venuto in ambasciata per il FLA. Tra i nodi del contendere, c’era anche la questione di come applicare la sharia. Il FLA voleva evitare il ripetersi di un uso fanatico della religione nell’amministrazione della giustizia; il ricordo delle vessazioni e delle punizioni corporali in pubblico del 2012 è ancora vivido nelle popolazioni del nord. Una commissione apposita sarebbe stata creata per trovare una modalità di imposizione della legge coranica priva di quegli eccessi e in linea con i costumi tuareg.
Il guadagno reciproco
FLA e GSIM hanno entrambe da guadagnare dall’unione delle forze, in primo luogo sulla base di una divisione di influenze per aree: il nord (o l’Azawad) al FLA, il resto del paese allo GSIM.
Da quando il regime militare di Goïta ha fatto saltare gli Accordi di Algeri, le comunità tuareg hanno perso il canale diplomatico per le negoziazioni e hanno subito l’intensificarsi della repressione statale del Mali.
Secondo Raineri, «sul filo di inimicizie comuni c’è stato un riavvicinamento considerato come l’unica soluzione tatticamente efficace per cercare di combattere contro il regime di Bamako e contro le forze russe».
Bamako ha gradualmente affievolito la sua distinzione tra terrorista e tuareg, favorendo il ritorno alla lotta armata di questi ultimi. Lo GSIM appariva come l’alleato naturale, data anche la sua comprovata e crescente capacità di mettere sotto pressione il governo centrale.
L’ultimo esempio in questo senso è stato l’embargo sul carburante imposto nell’ottobre scorso. Per mesi, le forze jihadiste sono riuscite a bloccare il traffico di camion-cisterna che trasportavano diesel, benzina e prodotti raffinati simili. Il risultato è stato non solo una quasi-paralisi del paese, ma anche lo sbugiardamento della propaganda militare di Goïta, che millantava continui progressi nella lotta al terrorismo.
Dal canto suo, vari analisti sostengono che lo GSIM cerchi nel FLA un alleato politicamente spendibile per le negoziazioni con l’estero. Ottenere una nuova verginità in stile al-Jolani in Siria non è cosa di tutti i giorni. E i tuareg godono già di un certo grado di accreditamento ai tavoli internazionali.