Settembre 2025, Mali: un gruppo affiliato ad al-Qaida mette le mani su un ostaggio che non ha eguali rispetto ai soliti sequestri della regione. Si tratta di un membro di una famiglia reale del Golfo.
Sette mesi dopo, il 25 aprile 2026, un’autobomba uccide il ministro della Difesa maliano, Sadio Camara, nell’ambito di un’offensiva coordinata su sei città del paese.
Tra i due eventi, secondo due rapporti delle Nazioni Unite, c’è un filo diretto: 50 milioni di dollari di riscatto, finiti nelle casse del JNIM (GSIM nell’acronimo italiano), il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, proprio mentre il gruppo terroristico preparava l’attacco.
50 milioni di dollari per un ostaggio “eccellente”
Il primo documento dell’ONU – reso pubblico a febbraio di quest’anno e che fa riferimento ai fatti del 2025 – è alquanto preciso quando parla del “rapimento di un esponente della famiglia reale di uno Stato membro del Consiglio di cooperazione del Golfo” (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti).
Il riscatto pagato fu di circa 50 milioni di dollari, e – dato indicato nello stesso rapporto – il “pacchetto di scambio” avrebbe incluso anche rilasci di prigionieri e forniture di armi.
Chi sia quel membro della famiglia reale è ovviamente una notizia coperta da riserbo. Anche se Reuters attribuisce il pagamento agli Emirati Arabi Uniti e parla di un cittadino emiratino. Nella stessa operazione sono stati liberati anche un pachistano e un iraniano.
Un caso che oscura nella sua anomalia e sproporzione la pur grave questione dei sequestri che, ancora secondo il rapporto ONU, sono raddoppiati rispetto all’anno precedente.
Solo da maggio ad ottobre 2025 si erano registrati 22 casi. Molti di loro erano lavoratori espatriati e le cifre pagate per il rilascio non erano grandi somme e di solito pagate in contanti.
La suddivisione del bottino, secondo l’ONU
Nel documento più recente dell’ONU, pubblicato questo mese, gli analisti si soffermano nello specifico sull’uso dei soldi dei riscatti.
La maggior parte di quei 50 milioni di dollari (più le altre cifre minori) è stata redistribuita tra le katiba, le varie unità (battaglioni) del JNIM, l’organizzazione militante e terroristica di stampo salafita-jihadista che opera come principale branca ufficiale di al-Qaida nella regione del Sahel.
Fonti di sicurezza regionali stimano gli importi abituali per i riscatti di cittadini stranieri tra 4 e 6 milioni di dollari: 50 milioni sono tra otto e dodici volte le cifre pagate finora.
I soldi avrebbero dunque contribuito a finanziare l’offensiva di aprile in Mali. Secondo la ricostruzione, una quota è andata ad al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM) che “probabilmente” (così si legge nel rapporto) ne ha girato una parte al comando centrale di al-Qaida e ad al-Qaida nella Penisola Arabica.
L’attacco coordinato del 25 aprile su Bamako, Kati, Mopti, Sévaré, Gao e Kidal venne pianificato insieme al Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA), gruppo a maggioranza tuareg. Un’unione di forze e strategia inusuale fino ad allora.
L’obiettivo dichiarato non era rovesciare il governo, ma aumentare la pressione, unificare l’opposizione armata e consolidare il controllo sul Mali centrale e settentrionale.
Il JNIM starebbe in ogni caso espandendo sia le sue casse sia gli affiliati. Oggi conta 7.000-8.000 combattenti nel Sahel e la metà di questi sono dislocati in Mali.
Oltre vent’anni di sequestri (e di riscatti)
Quello dei rapimenti e relativi riscatti è un business che va avanti da almeno vent’anni. Nel 2003 il GSPC (Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento), poi denominato nel 2007 AQIM (al-Qaeda nel Maghreb Islamico), rapì 32 turisti europei in Algeria e ne ottenne il rilascio in Mali per circa 5 milioni di euro.
I negoziati – ed è un paradosso – furono portati avanti da Iyad ag Ghali, oggi capo di JNIM, allora mediatore per il governo maliano.
Dal 2008 AQIM ha reso sistematica la cattura di occidentali.
Anni fa il New York Times pubblicò un articolo dal titolo forte e inequivocabile: Pagando riscatti l’Europa finanzia il terrorismo di Al-Qaida. L’inchiesta – pubblicata il 30 giugno 2014 – attribuiva ad al-Qaida e affiliati circa 125 milioni di dollari dal 2008 (solo la Francia pagò negli anni 58,1 milioni). Per gli USA la stima era di 165 milioni nello stesso periodo.
Uno studio del 2017 calcolava 91,5 milioni incassati da AQIM da soli sette pagamenti da parte di governi per i propri cittadini rapiti nel periodo 2008-2013. Nel 2010 il riscatto medio era 4,5 milioni di dollari, salito a 5,4 milioni nel 2011.
Per quattro dipendenti Areva/Vinci, aziende minerarie francesi, rapiti in Niger, AQIM chiese qualcosa come 95 milioni di dollari.
Non tutti i “prezzi”, però, sarebbero in denaro: nell’ottobre 2020 la francese Sophie Pétronin, gli italiani Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio e il maliano Soumaïla Cissé furono liberati da JNIM dopo che Bamako scarcerò circa 200 detenuti jihadisti. Nessun trasferimento di denaro è stato mai confermato.
Ora bisognerà capire se l’ultimo “eccellente sequestro” inaugurerà una nuova soglia nei riscatti saheliani o resterà un caso eccezionale vista la provenienza della persona rapita. Da ogni modo quel titolo del New York Times ora andrebbe cambiato, considerato che i “finanziatori” dei gruppi terroristici militanti nel Sahel non sono più (o in minima parte) europei.