Verso un nuovo governo
Il rientro a Bamako del presidente di transizione dopo due mesi trascorsi a Parigi dà nuove speranze al paese e alla comunità internazionale. Nei prossimi giorni dovrà formare un nuovo governo di unità nazionale, organizzare la riconquista del Nord, in mano agli islamisti armati, e fronteggiare l’emergenza umanitaria che minaccia 4 milioni e mezzo di persone.

La Comunità economica degli stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao/Ecowas) ha concesso ieri al presidente ad interim del Mali, Dioncounda Traoré, una decina di giorni in più per formare un nuovo governo di unità nazionale e riprendere in mano le redini istituzionali di un paese spaccato a metà dopo il golpe che il 22 marzo ha deposto il presidente eletto Amadou Toumani Touré.

 

Il 7 luglio, l’organizzazione regionale, preoccupata per il consolidarsi del dominio jihadista nel Nord, aveva posto un ultimatum in questo senso, fissando la scadenza al 31 luglio, sotto minaccia di sanzioni. La svolta è arrivata pochi giorni prima del termine, il 27 luglio, con il rientro a Bamako del presidente Traoré, in esilio volontario a Parigi dal 23 maggio, quando fu aggredito e ferito da un gruppo di uomini, sostenitori dei golpisti. La sua prima mossa è stata quella di sottrarre potere al primo ministro Cheick Modibo Diarra – che guida un governo di tecnici e militari -, annunciando la creazione di tre nuove istituzioni: l’Alto consiglio di Stato, il Consiglio nazionale di transizione e la Commissione nazionale per i negoziati col Nord. Ma il “nemico interno” di Traoré è il capitano Amadou Sanogo, leader dei golpisti, ancora molto influente nella gestione degli affari dello Stato.

 

Il consolidamento e il rafforzamento delle istituzioni è un passaggio fondamentale per la Cedeao, che spinge per la riunificazione del paese ed ha già pronto un piano per intervenire militarmente, con una forza di 3.000 uomini, contro gli islamisti armati che controllano le tre principali città – e regioni amministrative – del Nord: Timbuktu, Gao e Kidal. L’opzione militare, sostenuta da Francia e Stati Uniti, attende solo il via libera del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che nella riunione del 5 luglio ha preso tempo, chiedendo alla Cedeao maggiori dettagli riguardo al piano di intervento militare.

 

Nel frattempo, nonostante il fallimento dei precedenti tentativi, Bamako continua a cercare la via del dialogo con gli islamisti. Nei giorni scorsi è arrivata nel Nord una delegazione dell’Alto consiglio islamico del Mali, incaricato di cercare di aprire negoziati con i due gruppi armati che controllano il territorio: Ansar Dine e il Movimento per l’unità e la jihad nell’Africa dell’Ovest (Mujao).

 

I due gruppi, godrebbero del sostegno finanziario e del consistente rifornimento di armi da parte di al-Qaeda nel magreb islamico (Aqmi), movimento terroristico con il quale intrattengono “relazioni complesse, fondate su basi opportunistiche o ideologiche” secondo quanto dichiarato di recente dal generale Carter Ham, capo del Comando militare statunitense in Africa (Africom).

Un segnale provocatorio del proprio dominio incontrastato sul territorio lo ha dato Ansar Dine, con la distruzione di nove dei sedici mausolei dei santi musulmani a Timbuctu, città dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. 

 

L’imposizione di una stretta interpretazione della shari’a, la legge islamica, in tutto il territorio – divieto di ascoltare musica, bere o vendere alcolici, obbligo per le donne di portare il velo – ha già provocato due morti: un uomo e una donna non sposati, accusati di “relazione illegittima”, lapidati a morte il 29 luglio ad Aguelhok, nella regione di Kidal, a 150 chilometri dalla frontiera algerina.

 

Ed è stata proprio la volontà degli islamisti di imporre una lettura così dura della legge islamica, a portare alla rottura con il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) la ribellione separatista dei touareg che il 17 gennaio aveva avviato il conflitto per la conquista del territorio.

 

In attesa di un intervento internazionale, intanto, il 21 luglio è stata annunciata, a Bamako, la nascita delle Forze patriottiche di resistenza (Fpr), coalizione che riunisce sei movimenti di auto-difesa: le Forze di liberazione delle regioni nord (Fln), le milizie Ganda-Koy e Ganda-Izo (già attive in passato contro i ribelli touareg), l’Alleanza delle comunità della regione di Timbuctu (Acrt), la Forza armata contro l’occupazione (Faco) e il Cerchio di riflessione e azione (Cra). Scopo dichiarato del movimento armato è “difendere il territorio, liberando il nord del Mali dalla presenza islamista, con o senza il sostegno dell’esercito”.

 

Il conflitto per la conquista del settore settentrionale del paese, la carestia che ha colpito l’intero Sahel e la stretta jihadista sulle popolazioni, hanno provocato 420.000 sfollati, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), con oltre 4 milioni e mezzo di persone a rischio insicurezza alimentare e oltre 200.000 bambini già colpiti da malnutrizione acuta. Una crisi in costante crescita anche per le difficoltà, per le agenzie umanitarie internazionali, di operare sul territorio.