La comunità internazionale si muove
Per iniziativa dell’Unione europea, i donatori hanno promesso al presidente di transizione, Dioncounda Traoré, di finanziare il rilancio del paese e le elezioni di luglio. A patto che si facciano le riforme, si combatta la corruzione, s’investa nel nord del paese.

Ha funzionato sia sul piano politico che su quello finanziario. Almeno stando alle intenzioni. È il giudizio prevalente degli osservatori dopo la conferenza internazionale dei donatori per il Mali – alla quale hanno partecipato 108 delegazioni di tutti i continenti – che si è tenuta lo scorso 15 maggio a Bruxelles per iniziativa dell’Unione europea.

Il presidente maliano ad interim, Dioncounda Traoré (nella foto con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz) si è seduto al tavolo con un obiettivo chiaro: trovare i 2 miliardi di euro necessari per far decollare il Piano 2013-2014 per un rilancio duraturo del proprio paese. Un piano, il cui costo è stato stimato in 4,3 miliardi di euro, che ha lo scopo non solo di rimettere in sesto l’economia, ma anche di gettare le basi di un consenso democratico e della riconciliazione. Nel costo sono incluse anche le elezioni presidenziali e legislative (che dovrebbero tenersi il 28 luglio, ha assicurato Traoré) e la ripresa del processo di decentralizzazione.

Traoré ha ottenuto promesse di finanziamento per 3,25 miliardi di euro, ben oltre le sue aspettative. L’Unione europea ha assegnato 1,35 miliardi di euro, di cui 523,9 milioni provenienti dalla Commissione europea e il resto dagli stati membri a cominciare dalla Francia (280 milioni), seguita da Belgio ( 120) e Germania (100). Gli Stati Uniti sono il secondo contribuente (285). Da notare i contributi della Banca islamica di sviluppo (250), della Banca africana di sviluppo (240) e della Banca del Kuwait (60).

Chiaro che questa generosità è vincolata ad alcune condizioni. I soldi verranno cioè scuciti in funzione alla determinazione delle autorità maliane a consolidare la riforma delle finanze pubbliche e a lottare contro la corruzione. I donatori insistono anche sulla necessità di indirizzare di rilancio verso il nord del paese, che è rimasto abbandonato a se stesso (e questa è una delle ragioni strutturali che ha innescato lo scontro con Bamako, la capitale, nei mesi scorsi).

In relazione al voto del prossimo luglio, il presidente Traoré ha confermato che non sarà candidato e così i ministri del suo governo. Ma nei corridoi della conferenza di Bruxelles, nell’analizzare la difficile situazione sul terreno, si è parlato di separare il voto presidenziale da quello legislativo e di fare in modo che i quasi 500mila rifugiati possano avere voce in capitolo. Non va poi dimenticato che nel nord del paese – a Kidal, Gao e Timbuctu – la sicurezza è precaria e circa 2 milioni di persone devono fare i conti con la fame.