Le donne nel continente
Un rapporto di UnWomen, l’ufficio delle Nazioni Unite per la promozione dei diritti delle donne, ha analizzato a che punto è la società mondiale riguardo la discriminazione di genere. Sulla parità di diritti uomo-donna si sono fatti passi avanti, ma il gap nell'istruzione e nel lavoro è ancora ampio in Africa. Eppure la donna è da sempre il motore del continente.

“L’economia globale non sta lavorando a favore del mondo femminile”. Lo denuncia UnWomen, l’ufficio delle Nazioni Unite per la promozione dei diritti delle donne, in un corposo rapporto (Progress of the World’s Women 2015-2016 – Trasforming economies, realizing rights), incentrato sugli aspetti sociali ed economici della discriminazione di genere. Uno studio che fa il punto della situazione vent’anni dopo la Conferenza di Beijing (IV Conferenza mondiale sulle donne) proponendosi come guida per la stesura della nuova agenda internazionale dopo la scadenza, quest’anno, degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals). 

A livello generale si sono fatti passi avanti significativi, ma l’obiettivo di raggiungere uguali diritti e  trattamento tra uomini e donne appare ancora lontano, specie in Africa. Le donne africane faticano maggiormente ad ottenere un lavoro dignitoso, parità retributiva, un’adeguata pensione, l’accesso alle cure e all’acqua, e godono ancora di scarsa protezione sociale. Non solo: il genere femminile è ancora largamente vittima di “persistente e pervasiva discriminazione sociale, di stereotipi, stigma e violenza, e ciò impedisce di esprimere il loro pieno potenziale”. “La realizzazione dei pieni diritti delle donne – evidenzia ancora il rapporto – non può essere separata da questioni di giustizia sociale ed economica”. Conflitti, crisi economico-finanziarie, volatilità dei prezzi di cibo ed energia, insicurezza alimentare e cambiamenti climatici hanno, infatti, intensificato disparità e vulnerabilità, con un impatto particolare su donne e ragazze in Africa. E per cambiare rotta, sostiene UnWomen, occorre agire, in primis, con un deciso cambiamento a livello macroeconomico e monetario, garantendo, inoltre, alle donne maggior presenza a livelli decisionali.

La legge
Per raggiungere l’obiettivo della parità di genere, fondamentale è il ruolo della legge, e in particolare la legge sulla famiglia, sul lavoro, sulla proprietà e contro le violenze. Lodevole, in questo senso, è stata la riforma della legge sulla famiglia islamica in Marocco (Moudawana) nel 2004, che ha concesso alle donne importanti diritti. Una riforma sostenuta da una lunga Campagna di pressione dei movimenti femminili che ha aperto poi la strada anche a sostanziali cambiamenti nella nuova Costituzione (2011) che garantisce ora uguali diritti e proibisce ogni forma di discriminazione.
Grandi passi avanti nel rimuovere la differenza di genere nel diritto proprietario, sono stati fatti in questi anni, invece, da tanti paesi dell’Africa sub-sahariana – molti dei quali precedentemente caratterizzati da un alto numero di restrizioni legali – mentre sono rimasti sostanzialemte fermi i paesi del Nord Africa.

Problema povertà
Una delle barriere da abbattere è l’accesso alla terra che, evidenzia il rapporto, non sempre equivale a possibilità di guadagno. Nell’Africa sub-sahariana l’aumento dei costi per poter rendere i terreni produttivi è, infatti, al di sopra delle possibilità di molte donne. Qui l’agricoltura rimane la principale forma di impiego: il 59% delle donne lavorano, perlopiù in piccole aziende, con un più alto rischio di povertà.
La povertà è, dunque, il maggiore dei vincoli allo sviluppo delle donne. In testa alla lista di paesi in cui le femmine hanno maggiori probabilità dei maschi di vivere in povertà, ci sono ben 33 Stati africani, con Burundi, Rwanda, Malawi e Gabon che raggiungono il 125%. In coda alla lista ci sono invece Sao Tomé e Principe e Somalia.

Istruzione difficile
La povertà è anche la principale causa del mancato accesso all’istruzione secondaria e da questo punto di vista si sono registrati alcuni miglioramenti in Africa, dove permane comunque un profondo divario causato dallo status economico. La frequenza alle scuole secondarie è significativamente più bassa per le ragazze povere, rispetto a quelle ricche. In quasi tutti i paesi le disuguaglianze si sono ridotte negli ultimi 10 anni, ma restano molto forti in alcuni Stati africani: Mozambico, Madagascar, Zambia, Uganda e Burkina Faso, seguiti da Rwanda, Benin, Camerun, Lesotho, Mali e Senegal. Solo la Guinea ha migliorato la sua posizione nel quinquennio 2007-2013 rispetto al 2000-2005, garantendo uguali diritti all’istruzione a ricchi e poveri. 

Accesso alla sanità
Lo stesso gap economico è alla base anche delle disparità nell’accesso alle cure, nonostante qualche passo avanti nel colmare questo vuoto, compiuto da Mozambico, Rwanda, Senegal, Zambia, Uganda, Benin, Malawi e Ghana. Sull’altro fronte Burkina Faso, Camerun, Guinea Conakry e Nigeria hanno, invece, aumentato il divario nel quinquennio 2007-2013 rispetto al 2000-2005. Incoraggiante si rivela la performance del Rwanda che è riuscito a ridurre più velocemente di qualunque altro paese dell’Africa sub-sahariana i decessi per maternità: da 1.400 morti ogni 100.000 nascite nel 1990, a 314 nel 2013. Il Rwanda – con Capo Verde, Eritrea e Guinea Equatoriale – è uno dei quattro paesi della macro-regione che ha raggiunto uno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: ridurre la mortalità materna di tre quarti tra il 1990 e il 2015.
Ci sono poi, ancora, nel continente, tante donne che non hanno potere decisionale sulla loro salute. Le percentuali sono impressionanti: 69% in Senegal, 53% in Rd Congo, 33% in Mozambico nel triennio 2010-2013

Ingiustizia lavoro
“Gli effetti delle politiche macroeconomiche hanno colpito in particolare il mondo del lavoro – rivela il rapporto – fallendo nella capacità di creare nuovi posti, sopratutto per i giovani”. Il più alto tasso di disoccupazione si registra in Nord Africa e Medio Oriente, dove il 51% delle giovani donne (tra i 15 e i 24 anni) non lavora. Globalmente le donne sono pagate il 24% in meno degli uomini, ma in queste due macro-regioni, si scende al 14%. Questo perché, nonostante molte meno donne lavorino, molte più di loro ha accesso ad alti livelli di istruzione, ottenendo, quindi, impieghi ben retribuiti.
La forza lavoro femminile è invece cresciuta nell’Africa sub-sahariana (ma il divario di genere rimane forte ovunque). Qui il 41% di femmine e il 63% di maschi oltre i 65 anni è costretto a continuare a lavorare a causa di povertà e bassa copertura pensionistica. Mancano, inoltre, politiche efficaci per garantire il diritto al congedo parentale e alla maternità retribuiti.
In generale le donne compiono lavori “umili”, per lo più nel settore dei servizi, ma ci sono casi lodevoli di politiche che incoraggiano le giovani a intraprendere carriere diverse. In Nigeria, la Youth for Technology Foundation, ha introdotto un corso dedicato alle ragazze (Young Girls Science and Health Tele-Accademy) che permette di ottenere un diploma che apre loro la strada allo studio universitario di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.
Nell’Africa sub-sahariana, però, oltre il 75% del lavoro è concentrato nel settore informale e una delle forme più vulnerabili è il lavoro in ambito familiare che limita autonomia e poteri decisionali alle donne. Le femmine sono anche le più esposte a impieghi non protetti in caso di incidenti o malattia e a violenze, anche sessuali. L’Etiopia è però riuscita a ridurre velocemente questo divario tra il 2000 e il 2010. La categoria in assoluto più indifesa è quella delle migranti lavoratrici domestiche che non godono di protezioni legislative, in particolare in Nord Africa e Medio Oriente.