Manicomi o CPR? Fragilità in ostaggio in via Corelli - Nigrizia
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La storia emblematica di Abdoul, giovane senegalese in evidente stato di sofferenza psichica, trasferito segretamente nel centro in Albania dopo nove mesi nel CPR milanese
Manicomi o CPR? Fragilità in ostaggio in via Corelli
La rete ‘Mai più lager - No ai CPR’ denuncia: “Non è la prima volta che si ha notizia di deportazioni improvvise dopo che la criticità delle condizioni di alcuni detenuti è stata diffusa. Spesso, di queste persone si perdono le tracce. La storia di Abdoul non è un’eccezione. Il problema è endemico”
13 Novembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 6 minuti

Nei nove mesi che ha trascorso nel CPR di via Corelli, a Milano, nessuno ha mai visto Abdoul (il nome è di fantasia) farsi una doccia. “Non parla mai con gli altri”, raccontano i detenuti che hanno segnalato le sue condizioni attraverso alcuni immagini e video. “A volte si mette in un angolo e improvvisamente piange, altre ride da solo”.

Nelle ultime settimane, la rete ‘Mai più lager – No ai CPR’ aveva denunciato il suo stato: un giovane senegalese in evidente sofferenza psichica, abbandonato a sé stesso, sedato e privo di cure.

Rinchiuso dall’inizio dell’anno in un Centro di permanenza per il rimpatrio non per aver commesso un reato, ma per non essere riuscito a regolarizzare la propria posizione in Italia. “La deriva manicomiale del CPR di via Corelli è ormai conclamata”, si legge sui loro profili social.

Ciò che accade all’interno del CPR di via Corelli è reso noto grazie all’ordinanza del Tribunale di Milano del 15 marzo 2021, che aveva riconosciuto il diritto dell’uso del cellulare dentro la struttura. Ma la condivisione all’esterno non è priva di conseguenze.

A sole poche ore dalla pubblicazione delle sue immagini sui social, nel cuore della notte, Abdoul viene prelevato con la forza e fatto sparire.

Secondo ‘No ai CPR’ non è la prima volta che si ha notizia di deportazioni improvvise dopo che la criticità delle condizioni di alcuni detenuti è stata diffusa. Spesso, di queste persone si perdono le tracce, non potendo risalire con certezza alle loro generalità. Nel caso di Abdoul, dopo quasi una settimana di ricerche si è scoperto che ora si trova dentro il CPR in Albania.

“Abbiamo avviato le nostre indagini, scrivendo due volte alla Prefettura di Milano, all’ATS Lombardia, al gestore del CPR (Ekene), al Garante nazionale e al Garante locale: niente. Nessuna risposta – raccontano – Solo per vie traverse, abbiamo recuperato il nome del ragazzo e lo abbiamo appena ora rintracciato. […] Un fatto di una gravità inaudita. A tanta violenza gratuita su una persona fragile, forse noi non avevamo mai assistito”.

Viene da chiedersi come sia stato possibile arrivare a questo punto. Com’è possibile che una persona in uno stato tale di vulnerabilità abbia trascorso nove mesi dentro un CPR senza ricevere cure, né assistenza e che nel momento in cui questa fragilità viene portata alla luce del sole, le conseguenze sono di carattere punitivo. Ma il problema è endemico.

Deriva manicomiale

“Partiamo dal presupposto che i CPR sono luoghi già di per sé psicopatogeni” spiega a Nigrizia il dottor Nicola Cocco, medico infettivologo che sta seguendo la vicenda in quanto attivista di ‘Mai più lager – No ai CPR’, “ci sono evidenze a livello internazionale. Per tre condizioni: sono luoghi di degrado igienico, sanitario e sociale, sono dei luoghi di grande sofferenza e infine sono dei luoghi in cui vige un regime di abbandono totale della persona. Per questo parliamo di deriva manicomiale. È vergognoso che ciò avvenga nel paese di Basaglia”.

Per poter entrare in un CPR è prevista una visita di idoneità che dovrebbe – sulla carta – ampiamente limitare gli accessi. La direttiva Lamorgese, attualmente in vigore, richiede che venga effettuata una valutazione olistica del paziente, che non deve avere malattie infettive, cronico-degenerative né psichiatriche. Nei fatti però, queste valutazioni si riducono spesso a un controllo sommario, come già denunciato da un’inchiesta che aveva coinvolto il CPR di via Corelli nel 2023.

“Nel 99% dei casi delle valutazioni che abbiamo potuto prendere in mano – continua Cocco – si nota che i medici si sono fermati ad attestare solo l’assenza di malattie infettive contagiose”.

La conseguenza è che nei CPR finisce chiunque, anche chi presenta gravi ragioni sanitarie. “Incontriamo persone con malattie croniche, tanti pazienti diabetici, problemi tumorali… è solo dopo che portiamo al pettine questi nodi, che vengono dichiarati inidonei. Nel caso della salute mentale è ancora peggio, perché anche quando la malattia non si presenta già, viene indotta dal contesto stesso”.

Sedazione chimica

Se il trattenimento nei CPR produce malattia, la risposta istituzionale non è la cura, ma la sedazione. Un’altra inchiesta, condotta da Altraeconomia nel 2023, ha dimostrato che nel centro di via Corelli la spesa per psicofarmaci è 160 volte più alta rispetto a quella sostenuta dai servizi sanitari territoriali per persone migranti.

Nel CPR di Roma la spesa è risultata 127 volte superiore, a Torino 44. I farmaci più diffusi sono antidepressivi e ansiolitici – Zoloft, Rivotril, Ansiolin – somministrati in dosi elevate e spesso senza diagnosi specifica.

Un’evidenza che dimostra come la detenzione amministrativa nei CPR italiani sia cronicamente caratterizzata dall’uso della sedazione chimica come misura di controllo comportamentale e dalla negazione di assistenza sanitaria specialistica per fini economici.

La logica del profitto

La logica, infatti, si intreccia con quella del profitto: ogni giorno di permanenza in più genera un guadagno per il gestore privato.

“I medici che lavorano nei CPR – spiega Cocco – non sono indipendenti. Si trovano in una sorta di ‘dual loyalty’, divisi tra etica professionale e contratto di lavoro, che dipende dal gestore privato. Denunciare abusi significa perdere il posto. Altrimenti non si spiega com’è possibile che, a fronte di numerosi ex detenuti che hanno denunciato episodi di violenza, negli ultimi dieci anni non ci sia mai stata una sola denuncia, invece, da parte di un medico interno a un CPR. Quando, per codice deontologico, sarebbero tenuti a farlo”.

Questa subordinazione si traduce in scelte cliniche funzionali al mantenimento dell’ordine, non della salute. Un sistema che rende accettabile deportare una persona che avrebbe bisogno di cure, come Abdoul. Non in una struttura sanitaria, ma in un altro centro di permanenza per il rimpatrio.

Il buco nero Gjadër

L’accordo tra Italia e Albania prevede che Roma gestisca e finanzi i centri, mantenendo la vigilanza e la responsabilità delle persone trattenute. Ma nella pratica – spiega Cocco – “vengono sottratte al sistema sanitario italiano e quindi a ogni possibilità di tutela effettiva”.

Nel centro di Gjadër, secondo i dati raccolti dal report Ferite di confine, pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, nei primi trenta giorni di attività si sono registrati 42 episodi critici su appena 40-60 persone, tra cui diversi tentativi di suicidio e ingestione di oggetti metallici.

Lì, dove è vietato l’uso dei telefoni e i contatti con l’esterno sono quasi impossibili, l’invisibilità di chi è vulnerabile è assicurata. È per questo che ‘No ai CPR’ continua a denunciare il caso di Abdoul, con la speranza che un po’ di attenzione mediatica possa almeno farlo considerare non idoneo.

“Lo sa che cosa mi ha colpito di più di questa storia? – conclude il dottor Cocco – che gli altri detenuti, parlando di lui, dicevano: ‘puzza come un morto’. Mi ha fatto pensare a Basaglia, che aveva definito le persone nei manicomi ‘morti civili’: esseri umani ridotti a meri corpi che il sistema cerca di invisibilizzare. La storia di questo ragazzo non è eccezionale. È un caso che conferma la realtà. È il prodotto del razzismo istituzionale”. (AB)

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