Nel romanzo La Maquette del Cairo (traduzione di Barbara Benini) dello scrittore egiziano Tareq Imam, il protagonista è il tessuto urbano reale e distopico del Cairo e dei suoi dintorni, dopo le rivolte di piazza Tahrir del 2011. Selezionato per l’International Prize for Arabic Fiction, il libro di uno degli esponenti più interessanti del realismo magico, autore tra gli altri de Le mani dell’assassino (2016), è un romanzo visionario che si interroga sul rapporto tra arte, finzione, imitazione e realtà.
Nel 2045, il bando per realizzare un plastico in scala perfetta del Cairo di 25 anni prima rivela un intricato tessuto di città possibili e immaginate in cui ogni cosa e ogni persona è reale e fantastica allo stesso tempo. Con l’auspicio che l’utopia abbia la meglio sulla realtà, i protagonisti del romanzo – Nud, Origa e Biliardo – si confrontano in colloqui surreali e spiazzanti con Miss, la direttrice della Galleria di Lavoro Cairo che ha commissionato il progetto, e con Mansi Agram, misterioso autore che determinerà il loro destino.
L’obiettivo del progetto è «presentare visioni alternative per il futuro del Cairo […] un archivio olografico che consentirà di avere uno sguardo d’insieme sull’area urbana dell’ex capitale egiziana». E così le storie dei protagonisti del libro si intrecciano nella costruzione di una città incredibile e del suo doppio: «Tutto il Cairo era stato ridotto a una tangenziale che portava a un’altra città».
Tra il dito deforme di Origa che si è macchiato dell’omicidio del padre, lo sdoppiamento di Nud che ha subìto una condanna a due anni dopo il suo primo documentario, e l’occhio ritrovato da Biliardo, forse strappato via dal personaggio di un graffito di Amr Abo Bakr in via Mohamed Mahmoud, la strada degli scontri con la polizia durante le manifestazioni, la capitale egiziana è abitata dalle mille visioni di chi ha fatto la rivoluzione. E così nel romanzo di Imam si rivedono le immagini evocative della disillusione di chi aveva creduto nel cambiamento.
«Una rivoluzione si era appena conclusa, piazza Tahrir sembrava la stiva di una nave i cui passeggeri erano annegati», scrive l’autore. «Una città i cui marciapiedi erano invasi da un popolo di miserabili espulsi dalle loro case», sebbene la follia dei “ragazzi della rivoluzione” fosse invece giustificata. Particolarmente efficace è il personaggio del graffitista Biliardo che non smette di interrogarsi sulle conseguenze della perdita, di chi se ne fosse avvantaggiato e di cosa si sarebbe potuto ritrovare.
L’idea del riappropriarsi di ciò che si è perso era diventata «una sorta di mania, una dipendenza», come è concreta l’aspirazione di chi vorrebbe rivivere il cambiamento rivoluzionario. In fondo, questo plastico deve selezionare, escludere o distorcere la realtà?
La risposta di Origa sta nell’architettura di Lionel Morsi che crea spazi ampi in edifici ridotti, o forse più in generale sta nei racconti fantastici sudamericani da Julio Cortázar a Horacio Quiroga, che riecheggiano nella magia di uno dei più originali scrittori egiziani contemporanei.