Manifesti di propaganda per la visita in Guinea-Bissau del presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa (Credit: Observador.pt)

Da qualche anno a questa parte le visite dei vari capi di stato (o di governo) portoghesi nei territori africani che erano state colonie portoghesi si svolgono in un clima di grande cordialità e rispetto reciproci. In genere, soprattutto in paesi come Angola e Mozambico, le massime autorità portoghesi si fanno accompagnare da delegazioni di imprenditori, interessati ad approfondire le relazioni economiche coi paesi “fratelli”, secondo una logica di interessi comuni.

Quando Marcelo Rebelo de Sousa, recentemente rieletto per il suo secondo mandato presidenziale, ha annunciato una doppia visita a Capo Verde e Guinea-Bissau (per il 17 e 18 maggio), le reazioni sono state diverse rispetto al solito, e decisamente inaspettate.

Nel caso dell’arcipelago di Capo Verde, Marcelo Rebelo de Sousa sfrutterà l’occasione per felicitarsi con Ulisses Correia e Silva (Movimento per la democrazia) che, per la seconda volta, ha sconfitto lo storico Paicv (Partito africano per l’indipendenza di Capo Verde), andando a formare il suo secondo esecutivo.

Ma in Guinea-Bissau la situazione si presenta assai più complessa. Il motivo è presto detto: la differente gestione dei processi elettorali fra due paesi e l’opposto approccio verso il rispetto dei diritti umani.

Purtroppo tale situazione non rappresenta una novità. Dal 1980, quando i due paesi formavano un unico stato, i loro destini si sono irrimediabilmente separati. Il primo colpo di stato orchestrato dall’allora primo ministro, Nino Vieira, appunto nel 1980, ha provocato non soltanto la separazione politica dei due paesi, ma, per la Guinea-Bissau, l’inizio di una incredibile serie di ulteriori colpi di stato e attentati presidenziali, che hanno fatto di questo piccolo stato dell’Africa occidentale uno dei più poveri e più instabili di tutto il continente, fino a essere ridotto a un “narco-stato”.

Paese spaccato

La questione che, in questo momento, è sul tavolo del presidente portoghese, è una diretta conseguenza del clima politico-istituzionale appena descritto. Nel marzo 2019 furono realizzate nuove elezioni presidenziali e legislative. Il Partito per l’indipendenza della Guinea-Bissau (Paigc) vinse le legislative.

Quando, però, a novembre dello stesso anno fu realizzata l’elezione presidenziale, le cose andarono diversamente: il candidato favorito, l’ex primo ministro Domingos Simões Pereira (Paigc), non raggiunse la maggioranza assoluta, e fu costretto cosi ad andare al secondo turno (svoltosi a dicembre) contro Umaro Sissoco Embaló. Quest’ultimo – candidato del Movimento per l’alleanza democratica (Madem) – vinse il secondo turno col 53,55% dei voti (al primo era sotto di 12 punti), in mezzo ad accesissime proteste a causa di frodi denunciate con prove piuttosto circostanziate.

Nonostante la Commissione elettorale avesse proclamato per tre volte la vittoria di Embaló, il Supremo tribunale di giustizia ordinò il riconteggio dei voti. Cosa che non avvenne. E alla fine la Corte suprema convalidò Embaló alla presidenza, nel gennaio 2020, aprendo una nuova crisi politica e sociale, con forti lacerazioni interne.

Il tutto aggravato dal fatto che, senza tenere in considerazione i risultati delle elezioni legislative, il nuovo capo di stato ha fatto dimettere il governo a guida Paigc (primo ministro Aristides Gomes) e ne ha nominato uno nuovo, con a capo il suo alleato politico, Nuno Gomes Nabiam.

La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao), di fronte all’ennesima situazione di stallo istituzionale, ha finito per riconoscere la vittoria di Embaló, raccomandando però di rispettare il risultato delle elezioni legislative e suggerendo al neo-presidente di formare un governo a guida Paigc; cosa che, fino a oggi, non è avvenuta.

La diaspora denuncia

Tali laceranti conflitti hanno trovato eco immediata anche nella numerosa comunità della Guinea-Bissau che vive in Portogallo. Proprio questa comunità, capeggiata dal Movimento dei cittadini coscienti e scontenti, ha incontrato Marcelo Rebelo de Sousa e gli ha chiesto di annullare la visita ufficiale a Bissau. Una visita che significherebbe, di fatto, un ennesimo riconoscimento internazionale a un governo che la diaspora della Guinea-Bissau considera illegittimo, oltre che colpevole di torture, sequestri, minacce contro attivisti e giornalisti, secondo un disegno apertamente autoritario.

Un rapporto del Dipartimento di stato americano sui diritti umani confermerebbe tali accuse, segnalando attacchi contro attivisti, giornalisti e membri dell’opposizione (come nel caso del deputato Marciano Indi), della detenzione arbitraria dell’ex-segretario di stato al tesoro, Suleimane Seidi, e della supposta persecuzione ai danni di Aristides Gomes, ex primo ministro, tutti esponenti del Paigc. Si registrano anche livelli di corruzione elevatissimi e il coinvolgimento di figure pubbliche nel traffico di droga.

Diverse organizzazioni non governative interne stanno provando, come è spesso accaduto in questi anni, a mediare il conflitto politico in atto, con l’obiettivo di limitare l’ondata di violazioni di diritti umani. E hanno ottenuuto qualche risultato significativo: Aristides Gomes ha potuto lasciare incolume il paese, sotto la protezione dell’Onu.

Il presidente Rebelo de Sousa si è cosi trovato di fronte un quadro che lui stesso ha dichiarato come inatteso; tuttavia non ha cancellato la sua visita a Bissau, ma l’incontro avuto con gli attivisti con cui si è confrontato presso il Palazzo di Belém a Lisbona gli ha probabilmente aperto gli occhi rispetto alla situazione del paese.

Una situazione che, ancora una volta, lascia pochi spazi di speranza per il miglioramento dell’esistenza di questo popolo, soffocato da una classe dirigente caratterizzata da corruzione, violazione dei diritti fondamentali, disinteresse per la diffusa povertà e mancanza di trasparenza dei processi elettorali e istituzionali.