Alla ripresa dell’attività parlamentare
L’accusa è del presidente del presidente della Commissione diritti umani del Senato, Pietro Marcenaro, che critica la parte del trattato italo-libico che consente la politica del “refoulement”. «Giusto sdoganare il paese di Gheddafi, ma è una vergogna che l’Italia non accolga i giovani che chiedono protezione e rifugio».

L’arrivo del colonnello Gheddafi in Italia, con la sua scia di polemiche, non ha affatto affrontato uno dei nodi irrisolti che emergono dal trattato italo-libico firmato l’anno scorso: il tema dei respingimenti in Libia dei migranti che vogliono arrivare sulle coste italiane. Il governo di destra berlusconiano si fa forte dei dati: nel primo trimestre del 2010 in Italia e a Malta sono arrivate 150 persone contro le 5.200 dello stesso periodo del 2009.

 

Pietro Marcenaro

Anche se per la Caritas rimane costante la pressione migratoria verso le nostre coste. Il problema, spiegano i volontari in prima linea, è che l’incremento degli ostacoli per arrivare in Occidente non scoraggia né chi vuole scappare da fame, guerra e persecuzioni, né i trafficanti di uomini. Non solo. Ma la detenzione dei migranti respinti in Libia o arrestati in procinto di imbarcarsi per le nostre coste – come racconta la storia estiva dei 205 eritrei segregati per settimane nel lager di Brak, nel sud della Libia –  pone un grave problema istituzionale tra Tripoli e Roma. Ignorato, tuttavia, dalle stanze del potere. Ne abbiamo parlato, alla ripresa dell’attività parlamentare, con il senatore Pietro Marcenaro (nella foto),  presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama.

 

 

Presidente, la politica italiana dei respingimenti degli immigrati verso la Libia è stata ripetutamente condannata da diverse istituzioni europee ed internazionali. Cosa risponde a tali critiche?

A dire la verità, anch’io faccio parte di quelli che muovono critiche a questa politica. I respingimenti collettivi, non solo verso la Libia ma verso qualsiasi paese, violano il diritto internazionale e il principio consolidato del “non-refoulement”.

 

Come giudica l’accordo di cooperazione italo-libico?

Si tratta di un accordo che se da una parte chiude formalmente un contenzioso nato dalle responsabilità coloniali dell’Italia, resta per altri versi assai ambiguo. In Senato, in occasione del voto sul Trattato ho presentato un ordine del giorno che il governo ha accolto che impegnava a una verifica della sua attuazione nel rispetto dei diritti umani. Fino ad oggi l’esecutivo non ha rispettato quell’impegno.

 

L’Italia ha finanziato la costruzione in Libia di centri di detenzione per migranti irregolari e la realizzazione di una sorta di muro elettronico che Finmeccanica sta costruendo nel sud dell’ex colonia, per impedire agli africani di attraversare il Sahara e per cercare poi fortuna in Italia e in Europa. Come giudica tali iniziative?  

Sono iniziative velleitarie. Solo chi crede alla propaganda può credere che qualsiasi muro sia in grado di fermare una spinta così potente come quella prodotta dalle disuguaglianze tra nazioni e popoli.

 

Che ruolo sta svolgendo su questi temi la Commissione che lei presiede, in particolare sul trattato italo-libico e sull’immigrazione, divenuta una questione centrale nei rapporti fra paesi europei e paesi extraeuropei?

Pochi giorni dopo la mia elezione a presidente sono andato a Lampedusa e ho denunciato pubblicamente come trattamenti inumani e degradanti ciò che avevo visto. Naturalmente, in Commissione ci sono le stesse diverse posizioni e gli stessi rapporti di forza che esistono in Parlamento. Bisogna lavorare sul tavolo delle mediazioni.

 

Colpa anche della classe politica e dei mass media in Italia, si sta sempre più diffondendo una paura generalizzata degli immigrati, Quali pensa possano e debbano essere gli argini per contrastare iniziative di stampo razzista?

L’argine sta in una politica che non subisca l’aggressione della destra, che non si pieghi al populismo e che rivendichi, a partire dai bambini e dai minori, uguale cittadinanza.

 

L’Italia ha usato il coinvolgimento della Libia nel contrasto all’immigrazione irregolare per sdoganare il paese di Gheddafi, eliminando l’embargo europeo sulle armi. E oggi tramite aziende dell’holding Finmeccanica, gruppo controllato dallo Stato, sta aiutando il paese africano a dotarsi di una propria industria militare, con il rischio che le armi possano essere fornite a paesi belligeranti o a regimi dittatoriali. Cosa pensa al riguardo?

Non sono d’accordo. Penso che “sdoganare il paese di Gheddafi” sia giusto per molti motivi. L’isolamento può servire a tranquillizzare i nostri sonni ma non a migliorare la situazione in quel paese. E se c’è un problema che riguarda il commercio internazionale di armamenti, esso non può essere usato come una questione che riguarda solo la Libia.

 

Non le pare quanto meno poco coerente che da un lato cerchiamo soluzioni politico-militari alle crisi – vedi, ad esempio, in Somalia,  in Afghanistan, in Iraq – e poi dall’altro lato rifiutiamo di riconoscere lo status di rifugiato alle  persone che scappano da guerre, consegnandole, in questo modo, ai loro carcerieri? Esiste un dibattito in parlamento su questi temi?

Somalia, Iraq, Afghanistan sono tre situazioni molto diverse e andrebbero affrontate nella loro specificità. In questi anni non ho trovato nessuno impegnato in Afghanistan che chiedesse il ritiro del contingente militare internazionale. Ho trovato molti che chiedono una strategia diversa, un diverso rapporto tra presenza militare e aiuto allo sviluppo, un diverso rapporto tra azione militare e costruzione di soluzioni politiche e una diversa gestione della stessa azione militare, che metta al primo posto sicurezza umana e protezione dei civili. Trovo invece che sia una vergogna che un paese come l’Italia, che sta con i suoi militari in Afghanistan, non accolga i giovani di quello stesso paese quando si presentano a chiedere protezione e rifugio. Quello che si vede da anni a Roma intorno alla stazione Ostiense è qualcosa di cui prima o poi dovremmo rispondere.