Tutti gli indicatori concordano: le giunte militari degli stati del Sahel, salite al potere con i colpi di stato del 2021 (Mali), del 2022 (Burkina Faso) e del 2023 (Niger) attraversano una gravissima crisi securitaria, politica, economica e sociale.
Quelle stesse popolazioni che sembravano sostenerle con entusiasmo in occasione del loro insediamento, gridando slogan anti-francesi e filo-russi, sono sempre più deluse, smarrite, e sicuramente impoverite rispetto al periodo pre-golpista.
Pervenuti al governo con una serie ravvicinata di rivolte di palazzo, promettendo la sconfitta definitiva delle formazioni terroriste, la rinascita economica dei rispettivi paesi ed il risveglio dell’orgoglio nazionale tradito dagli ex presidenti eletti democraticamente, i leader in uniforme dei tre paesi golpisti – Assimi Goita, Ibrahim Traoré e Abdurahamane Tchiani – si trovano oggi a fronteggiare situazioni interne tali da mettere seriamente in pericolo il proprio futuro politico e la sopravvivenza dei loro governi.
La fallimentare alleanza con Mosca contro il terrorismo
I più traballanti sono il Mali ed il Burkina Faso, che fra l’altro avevano stretto i legami più intensi con i mercenari russi della Wagner, ritiratisi da un anno per far posto ai soldati dell’Africa Corps, diretta emanazione del ministero della Difesa di Mosca.
La scommessa di sostituire la collaborazione militare francese del contingente “Barkhane” (più di 5mila militari) con le forze russe inviate da Putin si è rivelata finora fallimentare.
Meno numerosi, peggio armati, e poco preparati circa le varie difficoltà incontrate nei luoghi e fra le popolazioni saheliane, i militari russi non hanno consentito il salto di qualità atteso nella lotta contro le formazioni terroriste del JNIM (sigla che sta per Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani) e dell’ISGS (Stato islamico del grande Sahara), o contro i combattenti Tuareg per la liberazione dei territori dell’Azawad.
Anzi, nel tentativo di annientare i gruppi terroristi, essi si sono spesso resi protagonisti di violazioni di diritti umani e pesanti atrocità durante le loro operazioni sul terreno, tali da provocare la progressiva, inesorabile disaffezione delle popolazioni locali, vittime di tali eccessi, favorendo indirettamente l’arruolamento di giovani nelle fila degli estremisti.
Blocco del carburante, il Mali in ginocchio
In Mali, è piuttosto il JNIM, forte di circa 6mila combattenti, ad aver compiuto un notevole salto di qualità. Dopo aver inflitto negli ultimi due anni varie sconfitte sul campo all’alleanza fra Forze armate maliane e Africa Corps russi, ed aver ottenuto il controllo di almeno un terzo del territorio del paese, il gruppo terrorista ha iniziato dallo scorso settembre un blocco dei rifornimenti di carburante provenienti dal Senegal, dalla Guinea e dalla Costa d’Avorio verso la capitale Bamako, provocando un caos di proporzioni gigantesche.
Decine di autocisterne incendiate, improvvisi posti di blocco sulle strade, rapimento di autisti, chiusura dei distributori di benzina, di alcuni cantieri e perfino dei corsi scolastici e universitari (dal 26 ottobre fino al 10 novembre, ndr), riduzione dei collegamenti aerei: sono solo alcuni dei gravi danni causati dalla nuova strategia del JNIM, che dimostrano la sua capacità di operare su larga scala nel paese.
L’intento della formazione eversiva è di colpire al cuore l’economia maliana, e di causare per questa via la caduta del regime del generale Goita, o costringerlo all’adozione della legge islamica (shari’a) in tutto lo stato.
Una crisi economica sempre più profonda
Anche prima dei nuovi sabotaggi del JNIM la situazione finanziaria del Mali appariva molto critica: insoddisfacente gestione dei conti pubblici, spese eccessive (specialmente per la sicurezza, visto che la sola presenza russa costa circa 10 milioni di dollari al mese ed altri diritti minerari), scarsa trasparenza, effetti delle sanzioni africane ed europee, hanno concorso a svuotare le casse statali; senza contare il fatto che in un paese in guerra, disintegrato e scollegato, gli investimenti stranieri per dare nuova linfa all’economia stentano ad arrivare.
Il Mali si tiene in piedi grazie alle miniere d’oro, e alle sue terre rare, di cui è uno dei maggiori produttori (oltre il 10% del PIL nazionale) dove ancora operano, in un ambiente sempre più ostile, imprese britanniche, canadesi e australiane, ed in maniera crescente entità russe; ma non è da escludere che esse diventino il nuovo bersaglio degli attacchi del JNIM, sebbene si tratti di zone particolarmente protette da soldati dell’esercito e da contractors privati.
La crisi politica maliana è tale che all’interno del governo militare a Bamako si fa strada l’idea di trattare con i terroristi qualche forma di spartizione del potere e delle risorse del paese, ipotesi che per la verità era anche nei programmi dell’ex presidente Ibrahim Boubacar Keita, il quale però non vi aveva mai dato seguito a causa delle pressioni contrarie da parte francese.
Migliaia di vittime civili in Burkina Faso
Ancora peggiore, se possibile, la situazione interna del Burkina Faso, dove secondo un recente studio dell’Africa Center for Strategic Studies, dal colpo di stato del settembre 2022 i gruppi jihadisti, che imperversano in più della metà del paese, hanno ucciso oltre 2.800 civili, con un aumento di quasi il 90% rispetto alle vittime del periodo pre-golpe.
La giunta burkinabè, guidata dall’ex capitano Ibrahim Traorè, esercita una rigida repressione sui presunti oppositori e sulla società civile, anche attraverso le milizie denominate “Volontari per la difesa della patria”, allestite originariamente con una leva improvvisata fra i cittadini più giovani per combattere JNIM, ma ben presto trasformatesi in uno strumento anti-dissidenza.
Le sparizioni e gli arresti si moltiplicano nella capitale Ouagadougou, anche fra i giornalisti e le cariche amministrative sospettate di essere ostili al regime, il quale dal canto suo ha imposto il black out su queste notizie.
Repressione dei diritti civili
Sia in Mali che in Burkina Faso una serie di decreti hanno dissolto i partiti politici e limitato notevolmente la libertà di stampa e di riunione, secondo prassi ormai ben sperimentate nella lunga sequela di colpi di stato, nella storia di entrambi i paesi.
Solo lievemente migliore la congiuntura in Niger, dove le sinergie con la Russia sono peraltro minori di quelle avviate da Bamako e Ouagadougou con Mosca.
Il generale Tchiani, guida del golpe del 2023, proclamato quest’anno dalla giunta militare di Niamey come presidente della Repubblica per i prossimi 5 anni, a sua volta ha imposto nel 2025 la dissoluzione dei partiti politici e notevoli restrizioni alla stampa.
Il terrorismo jihadista estende i suoi confini
Il problema maggiore è anche in questo caso il crescente successo dei terroristi del JNIM e dell’ISGS, che dopo aver destabilizzato ampiamente la zona di Tillaberi e delle cosiddette “tre frontiere” ad ovest del Niger, stanno allargando il loro raggio di azione ai confini del Benin, e al nord e al sud del paese; nel 2025 si sono registrate pesanti sconfitte dell’esercito nigerino a Eknewan, Falmey, Chinegodar, Inates, Banibangou e Manda per un totale di circa 350 vittime fra i militari regolari.
Secondo la ONG Acled (che registra le vittime dei conflitti nel mondo) dal 2023 sono morte almeno 1.700 persone in Niger, anche a causa dei droni del regime, oltre che delle azioni terroristiche, con un aumento del 49% rispetto al periodo pre-golpe.
I terroristi del JNIM operano ormai quasi indisturbati nella regione occidentale di Tillaberi, dove riscuotono tasse, stringono intese con le amministrazioni locali, e minacciano i villaggi, a causa della difficoltà dell’esercito nigerino di organizzare pattugliamenti efficaci nell’area (invece garantiti al tempo della presenza militare francese e statunitense, ben più equipaggiata).
Isolamento internazionale e stallo economico
Nessun progresso, intanto, sul fronte economico, anche per l’isolamento diplomatico nigerino nella regione: oltre agli effetti delle sanzioni dell’UE, della Francia, e gli effetti a lungo raggio di quelle della CEDEAO/ECOWAS, quasi completamente revocate nel 2024, Niamey patisce la chiusura delle frontiere con il Benin (accusato di favorire operazioni di sabotaggio di Parigi), e un imprevisto raffreddamento dei rapporti bilaterali con la Cina, per una questione di imposte non pagate da Pechino sul petrolio.
Anche per il Niger, è difficile reperire capitali internazionali che alimentino gli investimenti, a causa dei conflitti interni e della mancanza di chiare prospettive. La produzione di uranio, primaria risorsa economica del paese, ha risentito dell’allontanamento delle società francesi e della generale ostilità della giunta militare verso l’Occidente, e rappresenta il 10% in meno del totale delle esportazioni nigerine, passate dal 70% prima del colpo di stato, al 60% oggi.
Il nodo Bazoum
Un nodo politico irrisolto infine è quello della detenzione da due anni e mezzo senza processo, entro il palazzo presidenziale, dell’ex capo di stato Mohamed Bazoum, considerato dai militari al potere come una sorta di ostaggio contro eventuali azioni di forza della CEDEAO e della Francia verso il governo di Niamey.
Bazoum, presidente democraticamente eletto prima del golpe, era anche un leader stimato e fortemente sostenuto dall’Occidente, dall’Europa, e dall’Italia, che lo ricevette in pompa magna nel dicembre 2022, dopo aver avviato nel 2017 con il suo predecessore Issoufou (e non con i golpisti), la collaborazione militare della missione denominata MISIN, per l’addestramento al controllo del territorio e delle migrazioni irregolari.
Un’alleanza contro l’isolamento
Lo scorso settembre, Tchiani ha incontrato in Mali e Burkina Faso i suoi colleghi Goita e Traorè, confermando con loro l’intesa militare, politica ed economica, sancita nel settembre 2023 dalla creazione dell’Alleanza degli stati del Sahel, la quale dovrebbe prossimamente allestire un esercito comune per le azioni congiunte nell’area delle “tre frontiere”, con circa 5mila uomini e dotazioni più moderne (probabili però forti ritardi per varie difficoltà, presentate come tecnico-amministrative, ma verosimilmente di natura politica).
L’AES è rimasta l’unica via d’uscita all’isolamento regionale e continentale dei generali golpisti dei tre stati saheliani, dopo una serie di strappi diplomatici i cui momenti salienti sono stati:
- il loro ritiro dalla Corte penale internazionale, nel settembre di quest’anno; l’uscita dalla CEDEAO nel dicembre 2024;
- la sospensione dalla membership decisa dall’Unione Africana, all’indomani dei rispettivi golpe militari;
- la fine della collaborazione con la Francia, l’UE e l’Occidente (Stati Uniti inclusi), nel biennio 2022-2023;
- la chiusura della missione MINUSMA in Mali nel 2024;
- la chiusura della missione di training EUTM in Niger nel 2024;
- l’adozione in tutti i dossier internazionali e alle Nazioni Unite di toni fortemente anti-occidentali.
L’UE tenta un riavvicinamento
Nonostante questi numerosi “schiaffi in faccia” delle giunte golpiste, la Commissione UE ha proposto recentemente ai 27 l’adozione di una nuova politica di re-ingaggio con le dittature saheliane, sostenuta dall’Alto rappresentante dell’Unione per la Politica Estera, Kaja Kallas, e dal suo Rappresentante speciale per il Sahel, il portoghese Joao Cravinho, finora però bloccata dalla Francia, che non la condivide.
Essa consiste nel riallacciamento dei rapporti con i paesi saheliani, compresi quelli sotto regimi militari, anche per evitare un’allargamento dell’influenza russa, cinese e di altri nuovi attori nell’area.
Tale approccio dovrebbe riguardare soprattutto il rapporto con le comunità locali, la difesa dei diritti umani, il rispetto dello stato di diritto, iniziative di lotta contro il terrorismo e contro la tratta di esseri umani, il miglioramento dei servizi di base, una cooperazione diretta alle popolazioni, etc.
Dietro questo manifesto delle buone intenzioni, c’è il reale obiettivo di tornare a collaborare in Sahel per evitare l’arrivo nel Mediterraneo di flussi incontrollati di migranti irregolari.
Tajani e Piantedosi in missione “anti migrazione”
Non è un caso, quindi, se in tale cornice alla fine di ottobre il ministro degli Esteri italiano Tajani, accompagnato dal ministro dell’Interno Piantedosi, si recherà, oltre che in Senegal e Mauritania (paesi ancora caratterizzati da assetti costituzionali), proprio in Niger, snodo centrale della cosiddetta rotta migratoria del Mediterraneo centrale, e base dei circa 300 militari dell’operazione MISIN.
Di fronte alla priorità del controllo dei flussi migratori, le premure per i principi etici, lo stato di diritto e il buon governo, solennemente affermati per altri scenari di crisi, possono passare in second’ordine, grazie a una dose di sano “pragmatismo”.
E tuttavia anche il pragmatismo potrebbe non bastare. Mentre infatti i governi dei presidenti nigerini Issoufou e Bazoum avevano mantenuto una legge (Loi 2015-36) che esercitava uno stretto controllo sui movimenti dei migranti irregolari, uno dei primi atti del nuovo esecutivo militare è stato di abrogarla, nel novembre 2023.
Oggi, favorire la migrazione clandestina verso la Libia, l’Algeria, ed il Mediterraneo non è più un reato in Niger, e tutte le condanne verso i trafficanti precedentemente comminate sono state annullate.
La giunta militare ha giustificato tale decisione affermando che la normativa sul controllo dei flussi non teneva conto dei reali bisogni economici locali, specie intorno ad Agadez, poiché le popolazioni dell’area traggono in effetti molti benefici economici dal transito degli esseri umani.
Il Niger, in fin dei conti, è storicamente terra di contrabbando (di droga, di sigarette, di armi, ma anche anche di pasta ed altre derrate) e dunque anche di uomini e donne.
Occorrerà molta capacità di convinzione e tanta fantasia da parte dei nostri ministri in missione per ottenere dal governo militare nigerino qualche significativa concessione su questo tema per noi centrale.