Il grande cavallo azzurro di cartapesta e legno, simbolo di una rivoluzione civile nata a Trieste con Franco Basaglia nel 1973, Marco Cavallo, partirà per un cammino di denuncia e rivendicazione attraverso alcuni CPR, Centri di permanenza per il rimpatrio, sabato prossimo, 6 settembre.
A distanza di poco più di cinquant’anni, il messaggio di Basaglia è ancora qui, quanto mai attuale, soprattutto in questi istituti di segregazione che sono i CPR. A lanciarlo è il Forum salute mentale, che mette insieme migliaia di persone che si riconoscono nell’obiettivo di ridurre la distanza tra le parole e le azioni nel campo delle politiche di salute mentale.
Ed è facile comprendere il nesso dell’obiettivo con l’esistenza dei CPR, centri di reclusione di persone che non hanno commesso alcun reato, se non quello di cercare una vita altrove, lontano dal proprio paese di origine, a volte per fuggire da fame e guerra sì, ma a volte semplicemente per esercitare un diritto al movimento diventato banale in quel mondo occidentale che non necessita di un benestare per viaggiare.
Nel 1973 fuori dal ghetto manicomiale, oggi dai CPR
Quando nel 1973 Marco Cavallo, il cavallo azzurro, lasciò il ghetto manicomiale di Trieste, centinaia di ricoverati lo seguirono, “invasero” le strade della città, mostrando come un altro mondo fosse possibile, oltre la psichiatria della segregazione e dell’elettroshock, del confinamento, della paura delle persone “diverse”.
Ora, scrive il Forum salute mentale: «Il cavallo vuole combattere la smemoratezza che rischia di appiattire e cancellare dal presente ogni traccia del passato profondo. Troppe voci tacciono. Coscienze morte. La follia rischia sempre più spesso, nel disinteresse quotidiano, di diventare malattia mentale ed essere associata alla pericolosità.
Il cavallo oggi è ancora più magico di allora e, tuttavia, rischia di tornare a essere rinchiuso, circondato da mura. I milioni di persone a cui ha restituito possibilità e libertà lo hanno reso più potente, tanto che di fronte ai letti di contenzione, alle porte chiuse, agli abbandoni, alle miserie dei luoghi della cura, non smette di gridare: “Guardate che i pazzi sono persone e hanno diritto”».
Ieri i “pazzi”, oggi le persone migranti rinchiuse dentro i CPR. Vite diventate “clandestine” per legge, una legge che si auto-autorizza a togliere diritti e dignità, a rinchiudere in luoghi malsani da dove non si può uscire; luoghi in cui manca assistenza e si rischia di impazzire e per questo, spesso, si tenta di togliersi la vita e a volte si riesce, le storie non mancano.
Per far conoscere e denunciare tutto questo, il 5 settembre a Trieste, al cinema Ariston, verrà presentato il progetto “Il viaggio di Marco Cavallo nei CPR”, dopodiché sabato 6 il cavallo azzurro partirà alla volta del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca di Isonzo. Il 20 poi sarà a Milano e il 27 a Roma; il 4 ottobre sarà la volta di Palazzo San Gervasio, l’8 di Brindisi e il 10 di Bari.
Un viaggio che aveva visto nel marzo di quest’anno un suo debutto, fuori dal CPR di via Brunelleschi a Torino, non un Centro qualunque ma quello dove nel 2021 si tolse la vita Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea che era stato rinchiuso nove giorni in isolamento, dopo essere stato vittima di un’aggressione a Ventimiglia e aver mostrato il suo stato di estrema fragilità.
L’attualità della legge 180 e di Marco Cavallo
Ogni tappa racconterà realtà dimenticate, denuncerà i diritti violati da una disumanizzazione sancita per legge, come accadeva un tempo, prima del 1978, prima della legge 180. Marco Cavallo intreccia infatti il suo viaggio con quello di un’altra campagna del Forum salute mentale, “180 bene comune. L’arte per restare umani”.
Una campagna che vuole ricordare come la rivoluzione della 180 non fu solo quella di chiudere i manicomi ma di aver legiferato un principio di umanità, di riconoscimento delle persone tutte, la necessità che ha una società che si definisce democratica di riconoscersi e convivere con le persone più diverse.
Per questo la declinazione odierna della legge 180 è dentro ai CPR, a queste contemporanee istituzioni di violenza e segregazione. Lo spiegano bene al Forum qual è la connessione tra una storia di libertà riconquistata dagli internati e le vicende odierne che, oggi come allora, dovrebbero costringere a una scelta di campo.
Quell’impensabile possibilità di cambiamento, che per tante persone era la follia di uno psichiatra filosofo, è ciò che «oggi ci permette di “vedere”, di denunciare i letti di contenzione, le porte chiuse, gli abbandoni, le miserie dei luoghi della “cura” è stata ed è la conseguenza del crollo dei muri e della frantumazione irreparabile delle false profezie delle psichiatrie».
Il disegno che diviene azione
D’altra parte Marco Cavallo parte da un disegno di una “internata”, Angelina Vitez, una donna calabrese, emigrata a New York, tornata in Italia e finita rinchiusa nel manicomio di Trieste. È lei che disegna Marco, il cavallo che porta su e giù il carretto della biancheria sporca dal manicomio di San Giovanni. È da questo anziano cavallo da tiro, destinato alla macellazione, da un equino tuttofare, oramai 18enne, che parte la prima battaglia di salvezza.
Marco Cavallo non vuole andare al macello, preferisce un pensionamento, un’adozione, e nasce così una storia che a molte persone pareva assurda, ma che salverà il cavallo e con lui una popolazione psichiatrica, confinata, che per tutta risposta insieme a un gruppo di artisti realizzerà la gigante statua in cartapesta e legno.
Quando sarà il momento di festeggiare la legge 180, Marco Cavallo vuole uscire fuori anche lui per festeggiare. Ma è troppo grande, come il sogno che rappresenta, e non riesce a passare dai cancelli, ecco quindi l’idea di scardinarli, forzare l’uscita, portare fuori un sogno da salvare, come Marco, l’anziano cavallo da tiro che non voleva essere ammazzato.
Così, come spesso accade, i sogni che diventano collettivi sono duri a morire, destinati a riproporsi, questa volta fuori dai CPR.