Il canale di Sicilia. Cuore del Mediterraneo centrale. Crocevia di culture. Stretto d’acqua che unisce e separa due continenti e che vede affacciarsi su quel mare l’Italia e Malta, la Libia e la Tunisia. 150mila chilometri quadrati circa, dove d’inverno i venti spirano a non finire, dove d’estate, quando il mare è un olio, l’orizzonte si perde a vista d’occhio. Ma è un mare che fa paura, il Mediterraneo.
Dall’antichità a oggi, nel suo continuo alternarsi tra l’essere ponte e l’essere barriera, tratto migratorio importante, di genti che si scambiano, minando per sempre la teoria della purezza comunitaria degli stati che rivendicano identità europee autoctone. Come oramai mostra da tempo l’archeogenetica, discendiamo tutte e tutti da persone che spesso consideriamo straniere, ma di cui il dna tiene indelebile traccia.
Misculin ricorda i moti migratori, partendo dalla preistoria dei Sapiens, attraversando e narrando epoche, dagli sciamani ai mercanti di ossidiana, dai cartaginesi, agli schiavi, ai pirati fino ai pescatori di Mazzara del Vallo e alle persone migranti di oggi. Narra un Mediterraneo su cui si va e si torna tra terre, sulla cui superficie si mescolano le genti mentre sul fondale si intrecciano cavi sottomarini, lunghi migliaia di chilometri, ciò che permette a internet di passare, collegare anche chi non vuole mescolanze.
Un mare di contraddizioni umane, che chiama a una scelta di sponda, a noi decidere se viverlo ponte o barriera.