PAROLE DEL SUD – OTTOBRE 2017
Comboniani Brasile

Si chiamavano Felipe, Pedroso e Garcia. Pescatori, vivevano in una baracca miserabile, la pesca era scarsa, una notte terminò pure l’olio della lampada. Con la fede dei poveri, uscirono di nuovo a gettare le reti. Pescarono il corpo di un’immagine spezzata, una Madonna nera, scurita dalle acque fangose del fondo del fiume. Buttando ancora la rete, ne raccolsero anche la testa.

Il racconto dice che da quel giorno riempirono sempre le loro canoe di pesci. La gente del posto portò via la “santa” da quella casa troppo semplice e povera, ma ogni volta che ci provavano… la mattina dopo la statua riappariva nella baracca.

Era l’anno 1717, all’interno dello stato di São Paulo, nel cuore del periodo coloniale e di un’economia basata sulla schiavitù, benedetta dalla religione dei signori. Ci fa bene, ogni tanto, sentir parlare di Dio dai piccoli, dagli esclusi. Non raccontano secondo la nostra logica razionale, non rispettano i canoni della rivelazione.

L’ideologia dominante, allora come oggi, tende a “sbiancare” la società brasiliana, nasconde le sue radici afrodiscendenti, cristallizza il razzismo in strutture che replicano l’esclusione dei neri. Ma la “santa” che appare nelle mani dei pescatori è nera e vuole restare in casa con i poveri feriti dallo sfruttamento coloniale.

Un’apparizione che, a differenza di tante altre, non dice nessuna parola. Si esprime con il suo volto. Così come a Guadalupe, la Madre di Dio ha assunto un volto indigeno. Parla dalla posizione che ha scelto, viene dal profondo delle acque scure, preferisce la baracca dei pescatori.

Resta nelle case della gente e nelle piccole cappelle della devozione popolare per più di centocinquant’anni, poi viene definitivamente trasferita in un santuario. Diventerà, in seguito, patrona del Brasile, simbolo dell’unità nazionale.

Le case e le piccole comunità in cui quest’immagine di Maria ha abitato sono il luogo della Madre e della Donna, segno del Dio dei piccoli che si lascia incontrare negli spazi domestici, accoglienti e inclusivi, itinerante e sempre in visita tra i poveri.

Il tempio verso cui, finalmente, è stata convogliata la fede della gente, può essere simbolo e tentazione pericolosa di centralizzazione, controllo e anche esclusione, secondo le regole e la visione tipicamente maschile.

In questo mese di ottobre celebriamo i 300 anni di Nossa Senhora Aparecida. Ancora oggi Maria ci offre una profezia, a partire dalla sua posizione, dal suo corpo nero, volto femminile di Dio, compagna di cammino nella fede dei più piccoli e di coloro che, per vergogna o per definizione, non possono entrare in Chiesa.

Per preparare la grande celebrazione del 12 ottobre, varie repliche dell’immagine sacra hanno circolato durante un anno intero in tutto il paese. Passano da una parrocchia all’altra, visitano le piccole comunità, a volte durante la settimana si fermano ogni notte nella casa di una famiglia diversa. Provocano incontri, valorizzano le periferie, toccano con mano la vita quotidiana. Ripetono, in qualche modo, il vangelo della visitazione e ci stimolano a ripensare volti e strategie di una Chiesa “di strada”.

Sbiancare
La teoria del “branqueamento” ha preso piede in Brasile all’inizio del XX secolo, considerando l’uomo bianco europeo come miglior riferimento in termini di salute, bellezza e “civiltà”. Attraverso le generazioni, i discendenti degli africani sarebbero divenuti a poco a poco sempre più bianchi e puri. La società di oggi, pur se in modo velato, replica questo pregiudizio. L’iconografia religiosa in molti casi lo rafforza.

Centralizzazione
Proprio nel Santuario di Aparecida si è realizzata nel 2007 la 5a Conferenza dei vescovi latinoamericani e dei Caraibi. Uno dei punti più significativi del documento finale è la visione di parrocchia come comunità di comunità, decentralizzata, con forte insistenza sulla formazione e il protagonismo dei laici nei loro ministeri.