Sudafrica
In Sudafrica la settimana scorsa il rapporto della Commissione Farlam, che ha indagato sulle responsabilità della strage dei minatori in sciopero nell’agosto 2012, è stato messo nelle mani del Presidente Jacob Zuma. A lui la decisione se rendere pubblico o no il documento che chiama in causa personaggi di primo piano della politica.

Ancora giorni da attendere, non è chiaro quanti. L’inchiesta sui fatti di Marikana è finita ma per i familiari delle vittime e i superstiti della strage più grave del Sudafrica democratico, i passi avanti sono stati pochi rispetto al 16 agosto 2012. Quel giorno, nella cittadina della ‘cintura del platino’ del Nordovest, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di lavoratori della compagnia mineraria Lonmin, durante uno sciopero selvaggio. I morti furono 34 e si aggiunsero ai 10 provocati dagli scontri dei giorni precedenti. Per indagare sulle responsabilità, il presidente sudafricano Jacob Zuma nominò una commissione d’inchiesta, guidata dal giudice a riposo Ian Farlam, che ha consegnato il suo rapporto alla presidenza lo scorso 31 marzo.

Proprio Zuma dovrà decidere se rendere pubblico o no il documento e su di lui sono cresciute le pressioni sia di attivisti locali, sia di organizzazioni come Amnesty International. L’indagine infatti ha chiamato in causa nomi importanti dell’amministrazione sudafricana: la comandante nazionale della polizia, Riah Phiyega, e persino l’attuale vicepresidente della repubblica, Cyril Ramaphosa, all’epoca azionista e dirigente della Lonmin, ritenuto ispiratore della ‘linea dura’.

La versione delle autorità, secondo cui la polizia dovette sparare sui lavoratori perché attaccata, è stata contestata anche dopo la fine dell’indagine dagli avvocati delle famiglie delle vittime. Uno di loro è il britannico James Nichol: «La vicenda di Marikana non è finita, c’è un numero enorme di prove che non sono state presentate alla commissione d’inchiesta», ha detto a Nigrizia lo scorso novembre, quando Farlam aveva dichiarato chiuse le udienze. «Credo – aveva proseguito l’avvocato in quell’occasione – che nei prossimi mesi o anni qualcuno dei poliziotti che hanno sparato si farà avanti e spiegherà cosa è successo e cosa è stato detto loro».

Dopo oltre due anni d’attesa, però, Marikana non è più la stessa: «Qui non ci sono state grandi reazioni – testimonia padre Nel Matlala, missionario stimmatino e parroco della zona – non se ne è parlato neanche nei notiziari. Persino vari dirigenti che erano qui al tempo della strage ormai sono andati via». Anche la situazione sociale è cambiata: alcune delle multinazionali dell’area stanno pensando di vendere impianti e tagliare la forza lavoro; lo stesso sindacato radicale che aveva dato vita agli scioperi, l’associazione dei minatori e degli edili (Amcu) guidata da Joseph Mathunjwa è impegnato nei colloqui sul tema. «Non so – riprende padre Nel – cosa si possa considerare giustizia, ormai: probabilmente le conclusioni della commissione conteranno solo per la storia». La verità giudiziaria – aveva però insistito Nichol alla chiusura dell’inchiesta – «è comunque importante da cercare». Marikana, aveva concluso scandendo le parole «è stata una strage terribile, una macchia per il Sudafrica e non vogliamo che accada mai più».

Nella foto in alto alcune scene di quando la polizia sudafricana aprì il fuoco sugli scioperanti della compagnia mineraria Lonmin a Marikana nel 2012. (Fonte: Reuters)

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati