Sahara Occidentale

Claude Mangin Asfari (nella foto), moglie del prigioniero politico sahrawi Naâma Asfari, detenuto nelle carceri marocchine dal novembre 2010 a seguito della grande protesta popolare di Gdeim Izik, inizia uno sciopero della fame illimitata a partire da oggi, 18 aprile, dopo che le autorità marocchine le hanno impedito l’accesso al paese lo scorso lunedì 16 aprile, senza motivo alcuno. È infatti decisa a continuare la propria azione per rendere visita al proprio marito, che ha ricevuto recentemente il Premio dei diritti umani della Fondazione ACAT (Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura).

È la quarta volta in due anni che Claude Mangin Asfari viene espulsa, l’ennesima rappresaglia compiuta dal Marocco contro il marito, condannato a 30 anni di prigione per aver difeso l’autodeterminazione del popolo sahrawi.

Torturato, picchiato, umiliato durante l’arresto nel 2010, aveva firmato delle “confessioni” sotto coercizione. Nel dicembre 2016, il Marocco è stato condannato dal Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, nel quadro della denuncia sporta dall’ACAT e dallo studio legale Ancile, a nome di Naâma Asfari.

Arrivata lunedì 16 aprile alle 15 all’aeroporto di Rabat, Claude Mangin Asfari è stata reimbarcata il giorno stesso su un aereo diretto a Parigi. Questo rifiuto dell’ingresso sul territorio marocchino costituisce un attentato grave e continuato al suo diritto ad una vita privata e familiare, e al diritto di visite familiari dei prigionieri.

Nella misura in cui Claude Mangin Asfari non rappresenta alcuna minaccia, l’ACAT chiede alle autorità marocchine:

– La revoca del divieto di entrata nel territorio marocchino, in ragione del diritto umanitario.

– La liberazione immediata dei prigionieri politici di Gdeim Izik, condannati a delle pesanti pene nel luglio 2017, al termine di un processo iniquo, segnato in particolare dalla presa in considerazione delle “confessioni” estorte sotto tortura.

– In attesa della loro liberazione, l’ACAT chiede il loro trasferimento immediato in una prigione situata nel territorio occupato del Sahara Occidentale, in conformità all’art. 76 della Quarta Convenzione di Ginevra”. (ACAT Francia)

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