Marocco: inondazioni a Safi, la pioggia oltre all’emarginazione
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Almeno 37 persone hanno perso la vita nella città sull'oceano Atlantico. Gli abitanti lamentano di essere stati abbandonati dalle istituzioni
Marocco: inondazioni a Safi, la pioggia oltre all’emarginazione
La prosperità non arriva nonostante la località sia uno degli epicentri della produzione di fosfati
19 Dicembre 2025
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 4 minuti

Una carica di devastazione ha colpito la “Capitale della ceramica”. Sulla costa atlantica del Marocco, la città di Safi è stata investita da piogge torrenziali e inondazioni il 14 dicembre scorso. Sono caduti ben 46 millimetri di pioggia in 24 ore, più di un terzo di quella che di solito cade nella regione in un intero mese. Secondo il ministero dell’Interno, sono morte almeno 37 persone mentre 14 sono ricoverate in ospedale.

In questa città che si colloca tra Essaouira ed El Jadida, a circa 300 chilometri a sud di Rabat, la denuncia da parte dei residenti non è tardata ad arrivare. «Dove viviamo non c’è manutenzione del sistema fognario. Non siamo preparati all’arrivo dell’inverno e della pioggia», ha dichiarato un cittadino all’emittente francese RFI.

La vulnerabilità geografica e il cambiamento climatico

Con una popolazione di oltre 350 mila persone, Safi è storicamente esposta al rischio di inondazioni. La città sorge infatti su un terreno di roccia calcarea scavata dall’acqua nel corso del tempo, una conformazione che complica il deflusso regolare delle piogge.

In un clima mediamente arido, come quello di Safi, le precipitazioni intense e improvvise fanno sì che le cavità sotterranee si saturino rapidamente e non riescano più ad assorbire l’acqua. È il caso dell’oued Chaâba, il corso d’acqua stagionale che attraversa la Medina e in particolare il souk di Bab Chaaba, dove si concentrano i negozi di artigianato che producono le tipiche ceramiche della città.

Asciutto per gran parte dell’anno, il Chaâba può riempirsi in pochissimo tempo durante il periodo delle piogge. Quando il sistema non riesce più a contenere l’acqua in eccesso, l’oued straripa, dando origine ad alluvioni lampo che colpiscono soprattutto le aree urbane.

Secondo un dossier pubblicato da Medias 24, il cambiamento climatico starebbe inoltre aumentando la frequenza di eventi meteorologici estremi come quello di domenica scorsa, rendendo sempre più urgente l’adozione di un piano di adattamento ai disastri naturali.

Stato di abbandono e fosfati

Alla vulnerabilità geografica e al cambiamento climatico, si aggiunge l’inquinamento industriale. Il 15 dicembre è nata una “commissione di solidarietà” formata da organizzazioni locali, sindacati e partiti politici per affrontare la tragedia di Safi. Secondo Abdellah Mzirda, membro della commissione, «Safi ha vissuto un processo di emarginazione. Non c’è sviluppo né progresso, nonostante sia una città produttrice di fosfati».

Il Marocco detiene il 68% delle riserve mondiali di rocce fosfatiche, secondo l’US Geological Survey. Pertanto, è il maggiore esportatore di fosfati al mondo attraverso l’OCP Group, azienda statale marocchina. Nonché il secondo produttore mondiale, dopo la Cina.

La lavorazione di fosfati e produzione di fertilizzanti si concentra proprio a Safi, dove si trovano gli stabilimenti chimici, e a Jorf Lasfar. Negli ultimi anni, da quando il mercato globale si sta orientando verso la produzione di auto elettriche per attuare la transizione energetica, le batterie al litio-polimero realizzate con acido fosforico purificato sono diventate la nuova frontiera di produzione del Marocco.

Un’inchiesta di Follow the Money firmata da Manon Stravens indaga sulle conseguenze che la lavorazione dei fosfati ha sulla popolazione locale. I sindacalisti, attivisti e comunità accusano, infatti, l’OCP di privilegiare i profitti – che non distribuisce equamente – alle persone. A questo si aggiungono i gravi e irreversibili problemi ambientali arrecati all’ecosistema, a partire dal degrado del suolo fino all’inquinamento atmosferico.

Analogamente al caso tunisino di Gabès, il mare di Safi è inquinato dal fosfogesso, un sottoprodotto tossico della produzione di acido fosforico. Secondo l’International Fertilizer Association (IFA), l’OCP ne scarica ogni anno circa 40 milioni di tonnellate.

Come scrive la giornalista Stravens, denunciare la situazione ambientale di Safi è quasi vietato. Comporta il timore di incorrere in ripercussioni, di essere sorvegliati dalle autorità marocchine o, come nel caso del giornalista Salah Eddine Kharouai, di avere la famiglia sfrattata. Kharouai lavora da anni al tema dell’inquinamento ambientale di Safi.

Le reazioni della Genz

Sull’accaduto, si è espresso anche il movimento Genz212 emerso il 27 settembre scorso. Il giovane movimento aveva iniziato a protestare per la carenza di investimenti nei settori della sanità, del lavoro, dell’educazione, denunciando la decadenza delle infrastrutture. Sul punto, ha dichiarato: “Safi oggi non è vittima delle piogge […]. Si tratta di vittime di una scelta politica chiara, il cui titolo è: anni di emarginazione, dilagare della corruzione e disprezzo per la vita delle persone”.

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