Da Nigrizia di maggio 2011: nell’attesa del cambiamento
Il re rimane il perno del sistema. I movimenti, soprattutto “20 Febbraio”, chiedono cambiamenti radicali a partire dalla sottomissione della monarchia alla legge e al diritto. Mohammed VI ha accolto alcune richieste, ma intoccabile resta la sacralità della monarchia. Continuano le proteste. E anche la loro repressione. Il risveglio dei giornalisti. Il ruolo decisivo della Rete.

Il Marocco è, a sua volta, in movimento. Tra manifestazioni di piazza e annunci di revisione costituzionale, il paese vive nell’attesa di un vero cambiamento.

 

Sotto la pressione della piazza e con l’occhio rivolto agli avvenimenti nel Nord Africa, il re Mohammed VI ha annunciato, il 9 marzo, la revisione della costituzione. È la prima volta che la monarchia si piega così visibilmente a una richiesta popolare. Dal 20 febbraio le piazze del paese sono salite sulla cresta dell’onda della protesta. Non poteva essere altrimenti, poiché il Marocco condivide con tutti gli altri paesi della sponda sud del Mediterraneo gli stessi dati socio-economici e la corruzione. Rabat parte, tuttavia, da un dato politico del tutto diverso.

 

La monarchia alauita governa il paese da secoli e, per definizione, non si può certo contestare a un re il potere a vita e senza investitura popolare. Qui non ci sono di mezzo vecchi “monarchi” repubblicani, i Ben Ali o i Mubarak, mantenutisi al potere a colpi di emendamenti apportati alla costituzione e brogli elettorali. Re Mohammed VI è al potere per diritto divino, poiché tradizionalmente i re alauiti assumono la funzione di “comandante dei credenti”, in quanto discendenti diretti del Profeta. Nelle proteste di piazza, del resto, nessuno chiede le dimissioni del re o la fine della monarchia.

 

Le rivendicazioni partono dal malessere sociale e, soprattutto, dalla corruzione e dall’arbitrio. Cercando di prevenire la piazza, all’inizio dell’anno Mohammed VI aveva preso misure per contenere l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, ed era stato attento a misurare le proprie reazioni davanti alle proteste che scoppiavano qua e là nel paese, accogliendo alcune rivendicazioni economiche. Ciò non gli ha impedito, a gennaio, di radiare dai ranghi della magistratura Jaafar Hassoun, il giudice che si era battuto per l’indipendenza della giustizia, e di continuare con la repressione nei territori occupati del Sahara Occidentale.

 

Di fronte a un quadro bloccato, dove i partiti legali sono collusi con il regime pur di sopravvivere, alcuni giovani, ispirati dagli analoghi movimenti nati nei paesi confinanti, si sono dati appuntamento, attraverso Facebook, per una manifestazione nazionale il 20 febbraio. L’iniziativa per il cambiamento è partita da un giovane blogger, Oussama Khelifi, e da alcuni amici “virtuali”, e vi hanno aderito movimenti radicali – compreso quello fondamentalista di “Giustizia e spiritualità” – e associazioni per i diritti umani. È nato così, ancora prima di scendere in piazza, il movimento “20 Febbraio”. Tra le sue rivendicazioni: la nascita di una monarchia parlamentare, la riforma della giustizia, la lotta contro la disoccupazione, la fine della corruzione, lo scioglimento del parlamento ed elezioni libere e trasparenti, che il regno non ha mai conosciuto.

 

Decine di migliaia di persone, giovani e non, si sono trovate nelle piazze. La polizia non è intervenuta, tranne in pochi casi, giudicati dal movimento «provocazioni del regime» nel suo tentativo di screditare gli attivisti.

 

L’eterogeneità del movimento – che si è dato ormai scadenze nazionali mensili, oltre a iniziative locali – non costituisce, per il momento, un problema. Anzi, ne è un elemento di forza, a dimostrazione che è tutta la società a chiedere il cambiamento. È stato, tuttavia, impedito con la forza il tentativo di sit-in quotidiani a Rabat, che avevano lo scopo di ricordare alle istituzioni la richiesta di cambiamento. I giovani non si sono fatti intimidire e la protesta è continuata.

 

A questo punto, è intervenuto il discorso del re. Rivolgendosi al proprio «caro popolo», ha avanzato alcune proposte di modifiche costituzionali: riconoscimento dell’identità berbera, consolidamento dello stato di diritto, indipendenza della giustizia, separazione dei poteri con nuove competenze alla camera dei deputati e al primo ministro, moralizzazione della vita pubblica. Mohammed VI ha voluto disegnare una linea di continuità con l’idea lanciata, nel gennaio dell’anno scorso, di regionalizzare il paese, che, però, ha partorito solo un rapporto di una commissione “consultativa”.

 

Del resto, questa rimane la natura dell’iniziativa. Anche stavolta una commissione, presieduta da Abdeltif Mennouni, assai vicino al palazzo, come tutti i suoi componenti, dovrà presentare al re le proprie proposte entro giugno. Alla fine, il sovrano – e solo lui – deciderà il testo da sottoporre al referendum. La commissione è invitata a confrontarsi con partiti, sindacati, associazioni (quelle che fanno parte del movimento “20 Febbraio” hanno rifiutato).

 

Salutata dalla stampa di regime come una vera apertura, a un’analisi più attenta l’iniziativa mostra tutti i suoi limiti. Le regole del gioco vengono, ancora una volta, dall’alto. Soprattutto, Mohammed VI è stato molto chiaro nel confermare la “sacralità” della monarchia. Ciò pone il re al di sopra della costituzione stessa, qualunque sia il testo che sarà approvato, tradendo proprio l’aspettativa maggiore, che è quella di vedere finalmente la monarchia soggetta a limiti e doveri.

 

Non a caso, dopo il discorso, le manifestazioni hanno preso di mira i personaggi più in vista del regime, quel circolo ristretto che si è arricchito all’ombra del sovrano e che gestisce, di fatto, il paese. I marocchini conoscono perfettamente il meccanismo e non hanno certo avuto bisogno delle rivelazioni di WikiLeaks per denunciare il sistema di corruzione che governa qualunque rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. Per il momento, la persona del re rimane al di sopra delle polemiche. Ma resta lui il perno del sistema, come testimonia il suo personale arricchimento nei 12 anni di regno.

 

A rendere ancor più diffidente la protesta è la risposta nei fatti. A quattro giorni dal discorso, una manifestazione a Casablanca è stata selvaggiamente repressa dalla polizia. Tolleranza e repressione si alternano, nel tentativo di non esasperare gli animi. Nello stesso tempo, tuttavia, si tracciano i confini della protesta. Fatto nuovo è la discesa in campo dei giornalisti. Del resto, i siti Internet e i blog si moltiplicano, ed è difficile chiudere completamente l’informazione nel recinto del re.

 

Tutti concordano nel prevedere che la protesta non si spegnerà, ma resterà in attesa di segnali dalla monarchia. Tutte le strade rimangono ancora aperte, con la consapevolezza che sono tutte in salita.

 




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