Il Marocco trionfa al Mondiale U20: la Coppa torna in Africa dopo 16 anni
Marocco Sport
La nazionale marocchina è la prima squadra araba a vincere il Mondiale e la prima africana a sollevare il trofeo dal 2009
Il Marocco trionfa al Mondiale U20: la Coppa torna in Africa dopo 16 anni
Alla base del successo dei giovani Leoni dell’Atlante c'è un mix tra il talento esportato e quello sviluppato nella famigerata Academy Mohammed VI
20 Ottobre 2025
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 4 minuti

A Santiago del Cile, nella notte del 19 ottobre 2025, il Marocco ha vissuto la sua pagina più luminosa. La nazionale Under 20 ha battuto l’Argentina 2-0, conquistando il primo titolo mondiale giovanile della sua storia e il primo in assoluto per una selezione araba.

Un’impresa, che al calcio africano mancava dal trionfo del Ghana nel 2009, in grado di andare oltre la cronaca sportiva: è il risultato di un progetto costruito nel tempo, fondato su una visione chiara e su un sistema educativo che oggi rappresenta un modello per l’intero continente africano.

La finale è stata la sintesi perfetta di un cammino impeccabile. Davanti a 45mila spettatori, i Leoni dell’Atlante hanno colpito due volte nel primo tempo con Yassir Zabiri, uno dei diamanti più luccicanti della competizione, cresciuto nell’Academy Mohammed VI e oggi punta del Famalicão in Portogallo: una punizione magistralmente mandata a baciare l’incrocio e una pregevole voleé dopo un’azione orchestrata da Othmane Maamma.

«Avevamo un solo obiettivo: rendere orgoglioso il nostro paese», ha dichiarato Maamma, eletto miglior giocatore della manifestazione, conquistando lo scettro passato anche tra le mani dell’italiano Casadei.

Il percorso del Marocco, iniziato in un girone di ferro con Spagna, Brasile e Messico, è stato un crescendo di consapevolezza. Dopo due vittorie prestigiose e una sconfitta di misura, i ragazzi di Mohamed Ouahbi hanno ottenuto gli scalpi di Corea del Sud e Stati Uniti, fino alla semifinale contro la Francia, vinta ai rigori grazie alle parate di un sontuoso Ibrahim Gomis, premiato con il Guanto d’Oro.

«In quel momento ho avvertito la pressione di un intero popolo, ma anche tutto il loro supporto», ha raccontato alla TV marocchina il portiere del Marsiglia, diventato uno degli eroi di questa cavalcata.

Un successo che nasce da lontano e che ha la sua origine nel luogo in cui molti dei migliori talenti della nouvelle vague marocchina sono calcisticamente sbocciati: la Mohammed VI Football Academy, fondata nel 2009 a Salé, alle porte di Rabat.

L’istituto è il cuore pulsante del nuovo calcio marocchino, partorito da una visione precisa della Federazione: formare giocatori e uomini con una mentalità professionale, un’educazione completa e un senso di appartenenza al paese.

Si tratta di una struttura imponente, dalla portata rivoluzionaria: 18 ettari di campi, un centro residenziale, un complesso scolastico e un programma di allenamento ispirato ai modelli francesi e spagnoli. L’investimento, voluto direttamente da re Mohammed VI, ha trasformato la formazione calcistica in una questione nazionale.

L’Academy è oggi considerata una delle scuole più avanzate del continente, tanto che diversi paesi africani ne stanno replicando il modello. La sua filosofia è semplice ma radicale e in un certo senso innovativa: forgiare calciatori attraverso l’educazione, non il contrario. «L’Academy non è solo un luogo di allenamento, è un laboratorio sociale», spiegava allora Jean-Pierre Morlans, primo direttore tecnico del progetto.

Quell’esperimento ha dato frutti tangibili. Zabiri, Essadak e Zahouani, tre titolarissimi del Mondiale U20, provengono proprio da qui. L’Academy, però, non si limita a fornire tecnica e tattica, ma educa all’etica del lavoro e alla disciplina. Ogni ragazzo studia, vive in collegio e affronta un percorso che intreccia scuola e sport, sotto la supervisione di insegnanti e preparatori di alto profilo.

«Ci hanno insegnato che il talento serve a poco senza testa e sacrificio», ha raccontato Zabiri, che a inizio torneo aveva rischiato di non partire perché il suo club europeo voleva trattenerlo. È tornato da campione del mondo e capocannoniere del torneo, simbolo di una generazione cresciuta dentro un sistema che funziona.

Il Marocco ha saputo inoltre valorizzare la sua diaspora: molti dei convocati sono nati o cresciuti in Europa, ma hanno scelto la maglia rossa grazie a un legame identitario fortissimo. La federazione, sotto la guida di Fouzi Lekjaa, ha costruito una rete di scouting internazionale che dialoga con club e famiglie, garantendo un buon equilibrio tra risorse endogene e innesti dall’esterno.

Il successo dell’Under 20, così come la storica semifinale Mondiale raggiunta in Qatar dalla nazionale maggiore, (nel cui roster figuravano 3 prodotti dell’Academy e addirittura 16 elementi della diaspora) non è solo una medaglia da esibire, ma un segnale di maturità di un intero sistema.

È la prova che il calcio può diventare una forma di politica culturale e sociale, capace di unire un paese e di ispirare una nuova generazione. «Questa vittoria è solo l’inizio», ha detto Maamma abbracciando i compagni sul prato di Santiago. «Il Marocco può guardare al futuro con fiducia: il mondo sa finalmente chi siamo».

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