La guerra diplomatica continua
Il Marocco accusa Tehran di sostenere il Fronte Polisario nella sua lotta decennale per
l'indipendenza del Sahara Occidentale. L'obiettivo del re è ottenere un più ampio consenso internazionale a favore della sua battaglia contro l'autodeterminazione del popolo sahrawi.

La rottura dei rapporti diplomatici con l’Iran, annunciata ieri, è per il Marocco il prolungamento della guerra diplomatica contro il popolo sahrawi. Rabat accusa l’Iran di finanziare e armare, attraverso il partito libanese Hezbollah, il Fronte Polisario che si batte per l’indipendenza del Sahara Occidentale. L’annuncio è sorprendente poiché in tutti questi anni Rabat, che pure non lesina fake news pur di mettere in cattiva luce i sahrawi, non si era mai spinto fino a tanto.

Nel momento in cui è in corso l’offensiva di Trump, che vorrebbe rivedere l’accordo sul nucleare iraniano, e del premier israeliano Netanyahu, che ha presentato due giorni fa le prove sulle presunte violazioni di detto accordo, Rabat vuole così assicurarsi l’appoggio degli USA e di Israele, con un occhio di riguardo all’Arabia Saudita, nemica giurata dell’Iran. Il Marocco ha infatti bisogno del più ampio consenso per vincere la sua principale battaglia diplomatica, quella del Sahara Occidentale.

Il 27 aprile scorso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una risoluzione in cui fa pressione sul Marocco e il Polisario affinché riprendano i colloqui diretti di pace, interrotti dieci anni fa, in vista di “una soluzione politica giusta, durevole e reciprocamente accettabile che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale”.

Per spingere le due parti a trovare una soluzione, il Consiglio di Sicurezza ha deciso di prorogare la missione dei caschi blu per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO) di soli 6 mesi anziché dell’ormai tradizionale periodo di un anno. La Risoluzione è passata con l’astensione di 2 membri permanenti del Consiglio, Cina e Russia, e di un paese africano, l’Etiopia, perché giudicata troppo sbilanciata a favore del Marocco. Da qui la preoccupazione di Rabat, che non ha nessuna intenzione di riprendere i colloqui diretti a meno che il Polisario non accetti di negoziare un “piano di autonomia” e di lasciar perdere l’indipendenza, di rafforzare la sua posizione diplomatica nel quadro di una situazione di stallo che le Nazioni Unite giudicano, a parole, ormai inaccettabile.

Una volta ancora, le Nazioni Unite hanno però fatto mostra di parzialità, con in testa la Francia che anche quest’anno si è fatta portavoce delle esigenze marocchine. Il fatto nuovo della risoluzione è infatti la “preoccupazione” del Consiglio per le attività che il Polisario sta conducendo nei Territori liberati, ed in particolare nella zona di Bir Lahlou. Rabat ritiene che queste attività, peraltro civili, siano in contrasto con l’accordo militare seguito al cessate il fuoco del 1991 tra le due parti.

Pochi giorni prima del voto, il portavoce dell’Onu aveva peraltro chiarito che la località in questione non fa parte della zona tampone nella quale qualsiasi attività militare è esclusa. Un problema simile si era già posto nel febbraio 2008 quando il Polisario aveva tenuto la seduta inaugurale del nuovo parlamento e festeggiato il 32° anniversario della RASD (Repubblica Araba Sahrawi Democratica) nella località liberata di Tifariti. Allora il comandante della MINURSO aveva certificato che queste attività non violavano l’accordo militare, e la questione non veniva menzionata nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, diversamente da quest’anno.

Non meno ipocrita la diplomazia marocchina, soprattutto nei confronti dell’Unione Africana. Due anni fa il Marocco espelleva i funzionari civili della MINURSO dal Sahara Occidentale occupato e contemporaneamente gli osservatori dell’Unione Africana. Mentre i funzionari Onu sono poi stati reintegrati, quelli dell’UA non solo non sono più stati ammessi, ma il re, dopo aver ottenuto l’ingresso nell’UA nel gennaio dello scorso anno, ripete in ogni occasione che non vuole che la stessa organizzazione giochi alcun ruolo nel processo di pace col Polisario. Non è proprio un gesto di fiducia nei confronti dell’Unione Africana, dove sa che, malgrado l’ammissione del suo paese, la maggioranza degli altri stati è favorevole all’autodeterminazione del popolo sahrawi.