Gente di primavera - Nigrizia
Brasile Chiesa e Missione
Memoria dei martiri 2026. In cammino con San Oscar Romero e padre Ezechiele Ramin
Gente di primavera
24 Marzo 2026
Articolo di P. Dario Bossi, MCCJ
Tempo di lettura 7 minuti

Hanno scelto il 24 marzo perché è la vigilia dell’Annunciazione e quest’anno si pone tra la fine del Ramadan e la celebrazione della Pasqua ebraica e cristiana. E anche perché è il preannuncio della primavera. In questa data, la palestinese Reem al-Hajajreh e la donna ebrea Yael Admi hanno marciato a piedi nudi a Roma, dopo averlo fatto a Gerusalemme e in altre città, per implorare la pace.

Scalze perché non si può calpestare il sangue dei figli uccisi: “Spogliando i nostri piedi, vogliamo mostrare la fragilità condivisa degli esseri umani da cui nasce lo sforzo per un futuro comune. È un modo silenzioso ma potente per dire che questa terra deve essere un luogo in cui la vita sia protetta, non sacrificata”.

Le mamme di due associazioni, palestinese e ebraica, denunciano in modo nonviolento il genocidio in corso. E lo fanno proprio nel giorno del martirio di San Oscar Romero, il 24 marzo, che la Chiesa celebra come Giornata dei Missionari/e Martiri.

Un anno dopo il martirio di Mons. Oscar Romero, assassinato nel 1980 mentre celebrava l’Eucaristia in una cappella d’ospedale a San Salvador, l’arcivescovo Carlo Maria Martini cita il Salmo 40: “Ecco, io vengo, Signore. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà”.

Martini considera che il martirio di Romero è in realtà un martirio collettivo, rivelazione dell’essenza di Dio, piena testimonianza della sua presenza nelle piaghe della storia: “Romero incontrò nei poveri ciò che vi è di scandaloso del mistero di Dio: nel volto dei poveri riconobbe il volto sfigurato di Cristo”.

Si tratta anche di una resurrezione collettiva, del rialzarsi di un popolo intero, come diceva Romero: “Se mi uccideranno, resusciterò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza nessuna superbia e con tutta umiltà. Offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione nel Salvador”.

È l’incredibile potenza della speranza cristiana che si oppone alla violenza e dimostra che è possibile costruire un progetto di società veramente basato sul Vangelo: “La buona novella deve trasformarsi in buona realtà, la parola farsi avvenimento e storia, l’efficacia dell’annuncio deve provenire dalla credibilità di chi annuncia e pone una denuncia profetica”, considerava Martini.

Pensiamo a quanto attuale è tutto questo, quando la denuncia ci viene da Reem e Yael, dalle madri di Plaza de Mayo, dalle mamme contro l’inquinamento e la guerra ai Pfas, o dalle più di 170 mamme delle vittime dei bombardamenti alla scuola di Minab, in Iran.

Romero è stato ucciso perché scongiurava, in nome di Dio, che i militari disobbedissero all’ordine di uccidere; i vescovi del Salvador hanno chiesto di sospendere la fornitura di armi alle parti in guerra.

Molti martirii derivano dall’incarnazione dei testimoni del Vangelo nella storia di sofferenza della gente. E, a sua volta, questa fedeltà dipende dalla stessa incarnazione di Dio, in Gesù di Nazareth: un Dio che ha un’opzione di preferenza per le persone e comunità impoverite e che chiede alla Chiesa “una posizione decisa e radicale a favore dei più deboli”, come dice Papa Leone in Dilexi Te (n. 16).

Il Vangelo dei sem terras di p. Lele Ramin

Il Vangelo che chiede il dono totale della vita si è fatto carne anche nella storia di padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Rondônia (Brasile) nel 1985. Non era un eroe solitario: in quei tempi, ogni cinque giorni in Brasile un leader delle comunità cristiane di base veniva assassinato, in gravi contesti di conflitto per la terra.

Padre Lele aveva assunto la causa delle famiglie di contadini senza terra e degli indigeni, di fronte all’occupazione illegale di grandi proprietari terrieri. È stato ucciso mente tornava da una missione di pace, cercando una mediazione perché si evitasse uno spargimento di sangue generalizzato.

Nei suoi scritti, contempliamo come si è avvicinato a poco a poco alla sapienza e alla radicalità della Croce. Ascoltiamo queste poche righe condivise, nell’84, con Sr. Giovanna Dugo: “Le spine finiranno per tessere una corona al Signore. Tanta deve essere la forza della Parola divina che, senza tagliare le spine, nasce tra queste. La semente nasce tra pietre che riconosceranno il Signore nella sua potenza. Nulla impedirà alla Parola di poter nascere. Ma intanto sembrano aumentare le difficoltà per chi annuncia. Ciò che patisce la semente lo patisce il seminatore”.

La forza della vita non si impone una volta per tutte e non annienta l’oppressione del male, ma apre brecce, resiste, rivela una Parola di speranza e resurrezione che è quotidiana, che occorre ripetere costantemente e tessere tra le fibre rotte della storia violenta. Non c’è ingenuità o imprudenza, tra i martiri, ma una contemplazione progressiva del senso più profondo della vita, quando si fa dono.

Lo possiamo vedere nell’evoluzione che fa padre Lele riguardo al tema del sogno. In un breve scritto ai bambini di una scuola elementare e alle loro maestre, presenta una prospettiva di entusiasmo e animazione:

“Una cosa vorrei dirvi. È una cosa speciale, per coloro che sono sensibili alle cose belle. Abbiate un sogno. Abbiate un bel sogno. Seguite soltanto un sogno. Il sogno di tutta la vita. La vita umana che ha un sogno è lieta. Una vita che segue un sogno si rinnova di giorno in giorno. Sia il vostro un sogno che miri a rendere liete non soltanto tutte le persone, ma anche i loro discendenti. È bello sognare di rendere felice tutta l’umanità”.

Qualche anno dopo, però, confida all’amico p. Carlo Bianchi la sua inquietudine e amarezza che deriva dall’immersione in una realtà che sembra soffocare I sogni:

“Sarà possibile avere stelle sulla terra, o ancora devo avere la pazienza? Posso sognare senza pazienza? Perfino nei sogni il popolo riceve ferite di coltellaccio nel petto e nelle spalle!”.

E nel Natale dell’84, sette mesi prima di essere ucciso, raggiunge una sintesi profonda, in una lettera a Sr. Giovanna e Sr. Liliana:

“Ho la passione di chi insegue un sogno. La parola ha un tale accoramento che se la raccolgo nel mio animo sento che c’è una liberazione che mi sanguina dentro. La mia è l’esperienza di camminare su strade che non hanno un arrivo, su strade che non hanno un cielo, dove sento soltanto la piccola gioia cavata fuori con una fatica tremenda. Non mi vergogno di assumere questa fratellanza”.

E conclude, quasi presagendo le minacce di morte: “Questa Chiesa è organizzata e ha grinta; mi ci trovo bene. Qui molta gente aveva terra, ed è stata venduta. Aveva casa, ed é stata distrutta. Aveva figli, e sono stati uccisi. Aveva aperto strade, che sono state chiuse. A queste persone io ho già dato la mia risposta: un abbraccio!”

I martiri, le martiri, non sono eroi, ma persone che cercano di raggiungere il più profondo della loro umanità in contesti disumani e sfigurati. Scelgono la strada del dono e della fraternità, e ci sanguinano dentro, senza smettere di camminare.

L’arcivescovo Martini sfida a metterci anche noi su questo cammino. Facendo memoria di Mons. Romero, conclude: “Il suo sacrificio si è consumato durante la celebrazione dell’Eucaristia, quasi a ricordarci che ogni pastore è chiamato all’imitazione di ciò che celebra: il sacrificio di Cristo. La sua eucaristia rimasta incompiuta è un invito a ciascuno di noi a completarla, a ricordarci che in tante parti del mondo l’Eucaristia va ancora completata e vissuta. In ogni luogo dove l’uomo soffre, dove sangue innocente e lacrime vengono versati, ognuno ha un compito da assolvere perché la presenza di Dio sia anche pienamente Eucaristia, rendimento di grazie e fraternità vissuta”.

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