In Sud Sudan continuano gli scontri

L’Associazione dell’ordine degli avvocati americani, e in particolare il progetto “Rule of law Initiative” ha reso pubblico questa settimana il rapporto Assessment of Justice, Accountability and Reconciliation Measure in South Sudan in cui sostiene che il governo non ha mostrato alcuna volontà e non ha alcuna capacità nel breve e medio termine di cercare e incriminare i responsabili dei crimini commessi nel paese dallo scoppio del conflitto. Esempio eclatante sarebbe la “fuga” di tutti i circa 200 militari che il governo dice di aver arrestato per crimini compiuti nei primi giorni  della crisi.

Il rapporto sostiene, anche, che entrambe le parti hanno commesso atrocità e crimini di guerra, e l’hanno indirettamente ammesso scaricando la responsabilità su milizie o singoli individui incontrollabili. Ma agli estensori del rapporto rimane il dubbio che almeno alcuni episodi non possano essere che preordinati. Citano in particolare il massacro dei nuer a Juba, nei primi giorni del conflitto, commesso, secondo testimonianze concordi, dalla guardia presidenziale, o Battaglione Tigre, che risponde direttamente al presidente stesso, bypassando la normale catena di comando dell’esercito.

Altro fatto che farebbe pensare a massacri preordinati è il segreto finora tenuto sui luoghi di sepoltura delle vittime, fosse comuni ancora sconosciute, e sicuramente esistenti dal momento che molti testimoni hanno potuto vedere camion carichi di cadaveri lasciare la città. Alcuni sostengono che i cadaveri sono stati perfino spostati diverse volte, per farne perdere le tracce, e che molte delle evidenze dei fatti sono state già cancellate.

Il rapporto conclude raccomandando di deferire i fatti al più presto alla Corte internazionale contro i crimini di guerra o almeno a un tribunale ibrido (sudsudanese e internazionale) o anche a un tribunale costituito in base al capitolo VII della carta dell’Onu. Ritardi potrebbero permettere alle due parti in conflitto di eliminare le prove dei crimini commessi.

Il rapporto esce in un momento in cui anche altre informazioni preoccupanti giungono dal paese.

La prima conferma la consegna di un carico di armi, del valore di 38 milioni di dollari, all’esercito governativo da parte di una ben nota ditta cinese, la Norinco. Il ministro della difesa, Kuol Manyang Juuk, l’ha dichiarato all’ agenzia di stampa Bloomberg, e avrebbe giustificato questo carico come parte del suo dovere di garantire al paese un esercito ben armato.  Di altro parere sono ovviamente i ribelli di Machar, che sostengono come il governo sveli così la sua determinazione di intensificare le azioni armate.

La seconda vede una recrudescenza del conflitto, soprattutto nello stato di Unità. Secondo Radio Tamazuj, di solito molto ben informata, all’inizio della scorsa settimana l’esercito governativo avrebbe attaccato Nhialdiu, una zona sotto il controllo dell’opposizione, non lontana da Bentiu, durante la distribuzione di aiuti alimentari a una folla di 37.600 persone, facendo 30 morti e 50 feriti e interrompendo ovviamente le operazioni, in una zona dove la fame è già uno spettro ben palpabile. L’esercito governativo naturalmente accusa i ribelli dell’azione e aggiunge che altri combattimenti si sono registrati nei giorni precedenti anche a Guit e Mayom, zone sotto il controllo di Machar. Ma Radio Tamazuj  osserva che, secondo sue informazioni, l’esercito governativo proprio nei giorni scorsi avrebbe bloccato un gruppo di osservatori per il rispetto del cessate il fuoco all’uscita da Bentiu, suggerendo ovviamente che combattimenti erano in atto o programmati.

La terza, purtroppo, testimonia di un’instabilità crescente nel Western e nel Northern Bahr El Gazal, due stati finora non coinvolti nel conflitto. Combattimenti si sarebbero avuti ad Aweil, la capitale del Northern Bahr El Gazal, mentre continuano le defezioni di gruppi di militari, rafforzati da giovani miliziani e talvolta guidati da autorevoli leader comunitari. La regione è considerata un caposaldo del potere del presidente Kiir, dunque la situazione è tanto più preoccupante per il governo. Forse proprio per incitare i suoi in un momento critico, Salva Kiir è in visita nella regione: ha inaugurato una maternità a Rumbek, capitale dello stato di Lakes,  e un altro presidio sanitario a Wau. Il Sudan Tribune ha riportato la testimonianza di uno spettatore al suo discorso di Rumbek, in cui il presidente avrebbe parlato in denka, incitando i denka a smetterla con le scaramucce inter-claniche, frequenti nello stato di Lakes, e a essere uniti contro i veri nemici, i nuer.

Se fosse vero, sarebbe veramente gravissimo e direbbe chiaramente che a nulla servono, per il momento, le fortissime pressioni internazionali per convincere le due parti a mostrare una genuina volontà di trovare una soluzione politica alla crisi. Infatti, la settimana scorsa anche l’Europa, dopo gli Usa, ha emesso provvedimenti sanzionatori nei confronti di due leader militari, Peter Gadet, per l’esercito ribelle, e Santino Deng Wol, comandante della III divisione di fanteria per l’esercito governativo, bloccando i loro fondi nelle banche europee e impedendo i loro viaggi.  

Forse bisognerebbe arrivare a sanzionare i due leader stessi delle opposte fazione, ma è probabile che neppure quello servirebbe, ora, a dare una svolta positiva alla ricerca di una soluzione della crisi.

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