Il 6 agosto scorso un golpe militare ha rovesciato il presidente
Nominati 22 ministri, l’opposizione si autoesclude in contrasto con la giunta militare. Intanto nuove critiche da parte della comunità internazionale; Mauritania espulsa dall’Organizzazione internazionale della Francofonia.

A meno di un mese dal colpo di stato, il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, al potere dal 6 agosto, ha nominato il nuovo governo. A guidare la compagine Moulaye Ould Mohamed Laghdhaf, ex-ambasciatore della Mauritania a Bruxelles e presso l’Unione Europea, nominato primo ministro lo scorso 14 agosto. Mantengono i loro incarichi anche il ministro della Difesa, Mohammed Mahmoud Ould Mohamed Lemine, e quello della Giustizia, Ahmedou Tidjane Bal, esponenti del precedente governo. La nuova équipe ministeriale è composta da 22 ministri, 3 segretari e 3 commissari.
 
I partiti di opposizione hanno deciso di non prendere parte alla compagine governativa. Per questo motivo i tre nuovi ministri che appartengono al Raggruppamento delle forze democratiche (Rfd), seconda formazione in Parlamento e partito di opposizione al deposto presidente Sidi Ould Cheikh Abdallahi, sono stati considerati dalla direzione del partito «automaticamente dimissionari».
Ben delineata la linea dei partiti dell’opposizione democratica – Raggruppamento di forza democratiche (Rfd), Alleanza per la giustizia e la democrazia (Ajd), il partito Hatem e quello della Democrazia Diretta (Dd) – la cui decisione di boicottare il governo era stata presa già la scorsa settimana.
 
Martedì 26 agosto, nel corso di una conferenza stampa nella capitale Nouakchott, il leader Ahmed Ould Daddah, anche a capo dell’Rfd, ne aveva spiegato le ragioni: risposte non soddisfacenti dell’Alto Consiglio di Stato (la giunta militare) alle proposte dei partiti d’opposizione, mancanza di chiarezza sulla durata del periodo di transizione, sulle garanzie relative alla trasparenza durante le elezioni e sull’ineleggibilità di membri delle forze armate nelle prossime elezioni. Ibrahima Sarr, presidente del partito di opposizione Alleanza per la giustizia e la democrazia (Ajd), ha precisato che i partiti dell’opposizione democratica «restano aperti a tutte le evoluzioni positive da parte delle autorità militari », ma che, per il momento, «non possono rispondere favorevolmente al loro desiderio di vederci partecipare alla gestione di questa transazione».
 
Più drastica la linea scelta dal Fronte Nazionale per la difesa della democrazia, Fndd (composto da quattro formazioni: Nuova era della democrazia e dello sviluppo -Adel, Unione delle forze di progresso-Ufp, Alleanza per il progresso del popolo-App e partito islamico moderato del Tawassoul) : non collaborare con la giunta militare finché l’ex presidente Sidi Mohamed Ould Cheikh Abdallahi (ora agli arresti domiciliari) non sia reinvestito delle sue funzioni e all’ex primo ministro El Waghef non venga restituita la libertà. Per manifestare il suo dissenso l’Fndd  si è attivato a Nouakchott, in alcuni agglomerati urbani nel sud del paese e nelle regioni della vallata del fiume Senegal, invitando gli abitanti alla mobilitazione contro i militari al potere. Sabato 30 agosto si è tenuto a Kaédi, capitale del Gorgol, una manifestazione piuttosto partecipata.
 
La settimana scorsa Abdel Aziz, che guida il Consiglio di Stato, aveva incontrato Jean Ping, presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), accompagnato dal commissario capo dell’esecutivo dell’Ua, e Said Djinnit, rappresentante speciale del segretariato generale dell’Onu per l’Africa dell’ovest, per informarli sulla situazione del paese.
 
La Mauritania, inoltre, già sospesa dagli organi dell’Ua e ritrovatasi senza i prestiti per lo sviluppo della Banca mondiale, è stata sospesa anche dall’ Organizzazione internazionale della Francofonia, il cui consiglio permanente si era riunito martedì in sessione straordinaria a Parigi. Il Consiglio permanente ha confermato la condanna al colpo di stato e insistito sulla necessità del ritorno all’ordine costituzionale e sull’adozione di misure necessarie a garantire «la liberazione immediata del presidente Sidi Mohamed Ould Cheick Abdallahi e degli altri detenuti politici [tra cui l’ex primo ministro Yahya Ould Ahmed Elwaghf ]».
 
Giovedì scorso Marc Bollare, ambasciatore degli Stati Uniti in Mauritania, aveva minacciato l’applicazione di sanzioni mirate nei confronti delle personalità militari al potere che costituiscono un ostacolo al ritorno della democrazia giunta militare al potere. L’ambasciatore ha indicato che le eventuali sanzioni sarebbero consistite in «restrizioni di viaggio e di movimenti finanziari» delle persone individuate.