Le discussioni in corso tra governo e associazioni di vittime per riparare la ferita più profonda della storia della Mauritania riportano a galla non solo la frattura mai risolta nel paese ma anche la concezione della giustizia ripartiva. La questione è stata rivelata nei giorni scorsi da Trust Magazine, ma è una storia che si trascina ormai da anni.
Il governo di Nouakchott vorrebbe indennizzare le vittime degli scontri etnici che insanguinarono la frontiera tra Mauritania e Senegal alla fine degli anni ’80 con una prima offerta di 26 miliardi di vecchie ouguiyas (circa 56 milioni di euro), una cifra che le organizzazioni delle vittime non ritengono congrua, e priva della questione fondamentale: la verità.
Quello che in Mauritania viene definito burocraticamente “passivo umanitario” è la storia delle violenze che caratterizzano il paese con il conflitto tra allevatori mauri (bianchi) e agricoltori nero-africani. I massacri della primavera 1989 vengono occasionati dallo scontro in un villaggio mauritano alla frontiera col Senegal tra le due comunità nel corso del quale due agricoltori nero-africani vengono uccisi.
Il giorno dopo in una cittadina del Senegal vengono attaccati e distrutti i negozi dei commercianti mauritani. Lo scontro si generalizza con numerose vittime e comincia l’esodo delle due parti, un ponte aereo internazionale viene organizzato per mettere in salvo i membri delle rispettive comunità. La mediazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) riesce a fermare i linciaggi, le espulsioni di massa, mentre le relazioni tra Mauritania e Senegal rimarranno sospese fino al 1992.
Il tradizionale conflitto socio-economico tra pastori e agricoltori è accentuato in quegli anni dalla siccità che spinge la popolazione nomade bianca verso il sud in cerca di pascoli che si sovrappongono ai terreni agricoli coltivati dai sedentari nero africani.
Il conflitto rivela dunque la sua dimensione razziale, tanto più che in Mauritania le autorità negano l’evidenza: la persistenza della schiavitù, della discriminazione razziale nei confronti degli schiavi neri che, seppur formalmente “liberi” dopo che la schiavitù è ufficialmente abolita nel 1980, rimangono strutturalmente legati alla società, all’economia e alle istituzioni dei bianchi.
Sono degli anni che precedono gli scontri le manifestazioni di protesta e di identità nero-africana che nel 1986 portano alla diffusione del Manifesto del nero-africano oppresso che denuncia l’apartheid mauritano. Il regime mauritano reprime senza scrupoli qualsiasi rivendicazione, tanto che si crea un movimento clandestino, le Forze di liberazione africane della Mauritania (FLAM) per continuare la battaglia, a sua volta vittima di una feroce repressione.
Il tentativo di giungere ad una riconciliazione nazionale è dunque necessariamente complessa. Nel corso di quegli anni la repressione, analiticamente documentata, mostra gli arresti, le sparizioni, le torture, lo stupro, le uccisioni, le deportazioni, la schiavitù attraverso numerosi episodi riconducibili sia alla loro dimensione razziale che alla mancanza di democrazia e giustizia nel sistema mauritano.
Per ottenere giustizia si sono costituite diverse associazioni di vittime e dei loro famigliari che non hanno sempre avuto vita facile in un regime in cui il diritto di associazione, quando riconosciuto, è sotto stretta sorveglianza.
L’amnistia decretata nel 1993 cerca di dare un colpo di spugna, ed è contestata dalle associazioni delle vittime che ne chiedono l’abolizione. Si tratta ora di giungere ad un accordo che riconosca sia le indennità monetarie che il governo spinge al ribasso – tanto più che tra il 2011 e 2013 erano già state versate indennità ad alcune centinaia di militari -, sia soprattutto la verità e la giustizia, che appaiono però ancora lontane.