I militari golpisti sembrano determinati a restare
Scaduto l’ultimatum dell’Unione Africana per il ripristino della democrazia: il generale Mohamed Ould Abdelaziz non teme sanzioni e isolamento, e reprime l’opposizione.

L’indifferenza sembra essere la strategia dei militari che dal 6 agosto scorso hanno il controllo della Mauritania, grazie al colpo di stato pacifico con cui hanno rovesciato il presidente Sidi Ould Cheik Abdallahi. Oggi la giunta tace di fronte all’ultimatum imposto il 22 settembre dal Consiglio per la pace e sicurezza dell’Unione Africana (Ua), per il ritorno della democrazia. Impassibile di fronte alla minaccia di sanzioni, il generale Mohamed Ould Abdelaziz, che guida i militari, non ha rilasciato alcuna dichiarazione, snobbando gli ultimi tentativi di mediazione dell’Ua, che aveva convocato un incontro ad Addis Abeba, in Etiopia.

Nel frattempo le forze dell’opposizione, riunite nel Fronte nazionale per la difesa della democrazia (FNDD), i sindacati e le organizzazioni che nel paese operano per i diritti umani, sono tornati a manifestare. Nell’ultima settimana hanno chiesto alla comunità internazionale di imporre sanzioni al paese per costringere la giunta a ripristinare l’ordine costituzionale, restituendo il potere a quello che era il primo presidente democraticamente eletto dall’indipendenza del 1960. Ma la repressione delle manifestazioni del 5 ottobre nella capitale Nouakchott, e il divieto di organizzarne ancora non fanno ben sperare per il futuro dell’opposizione.  

Intanto l’Unione africana sembra voler attendere prima di congelare i conti dei leader golpisti o di limitarne la circolazione nel continente. Per questo si prende tempo, in vista dell’incontro tra Unione Europea e Mauritania, previsto a Bruxelles per metà ottobre. Non è certo tuttavia che l’Europa scelga la via delle sanzioni, viste le divergenze tra Spagna e Francia, ex potenza coloniale . Se la prima richiede il ritorno alla legalità costituzionale con ogni mezzo, la seconda ha rigettato l’idea delle sanzioni per voce del ministro Miguel Moratinos, che preferisce continuare a dialogare con la giunta militare.