Mauritania: l’unità nazionale resta un miraggio - Nigrizia
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Nuova raffica di arresti in occasione delle commemorazioni del massacro di Inal contro soldati afro-mauritani. In manette attivisti e difensori dei diritti umani che lottano per memoria, verità e giustizia per i propri cari, giustiziati in circostanze mai chiarite
Mauritania: l’unità nazionale resta un miraggio
Più di trentacinque anni dopo il sanguinoso periodo del "passif humanitaire" la questione razziale e la discriminazione della popolazione nera del paese resta una ferita aperta
12 Dicembre 2025
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 5 minuti

Da festa nazionale a giorno di lutto. Il 28 novembre è da più di 30 anni una data fortemente divisiva in Mauritania. Mentre una parte della popolazione festeggia l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia, l’altra sfila in abiti di lutto per ricordare il massacro di Inal, avvenuto nel 1990. Così è stato anche quest’anno. La reazione è stata un’ondata di arresti che ha colpito attivisti e difensori dei diritti umani che si battono per la memoria, la verità e la giustizia per i propri cari, giustiziati in circostanze mai chiarite.

Tra questi ci sono Dieynaba N’Diom, sociologa e attivista per i diritti delle donne; diversi militanti dell’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (IRA) come il giornalista Kaaw Lô, Jemila Ahmed e Hawa Diallo; attivisti della società civile come Moctar Keita, Moussa Soumaré, Abdallah Ould Mohamed Mahmoud e Moussa Thiam.

È stata arrestata anche Baalal Maïmouna Sall, vicepresidente del Collettivo delle vedove. Secondo quanto riporta la Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), le donne sono state rilasciate su cauzione mentre gli uomini sono stati posti sotto sorveglianza giudiziaria e non potranno lasciare Nouakchott.

La repressione a cadenza fissa

Le retate sono iniziate il 26 novembre, quando diversi militanti per i diritti umani si stavano recando nelle città meridionali di Maghama, Kaédi, Bababé, Boghé e Djéol. Secondo quanto documentato dal deputato Khally Diallo, ci sono stati abusi e violenze.

Tra le persone arrestate c’era Abdoulaye Bâ, detto “dottor Bâ”: responsabile della sezione immigrazione dell’IRA, Bâ era stato arrestato il 26 aprile e condannato a giugno a un anno di carcere con l’accusa di “incitamento all’odio e reati informatici”. Il motivo? Aveva pubblicato un video dove chiedeva al ministro dell’Interno, Mohamed Ahmed Ould Mohamed Lemine, di interrompere gli arresti dei migranti irregolari e degli afro-mauritani, oltre che le loro espulsioni dal paese. Bâ ha lasciato il carcere il 2 ottobre scorso con la sospensione della pena di sei mesi. Ora si trova in custodia cautelare con Demba Sall, attivista molto noto in Mauritania, nel carcere di Aleg.

La loro prigionia fa parte della prassi annuale a ridosso della festa dell’indipendenza. Il tentativo delle autorità è chiaro: evitare i disordini negando il dovere della memoria, nonché la pretesa di verità e giustizia.

Il massacro di Inal

Nella notte tra il 27 e il 28 novembre 1990, 28 soldati afro-mauritani furono uccisi nel complesso militare di Inal. «Sono stati acquartierati, sepolti vivi, fucilati e impiccati per celebrare l’indipendenza del paese», spiegava il presidente del Comitato Inal-France, Youba Dianka, a Global Voices. Dianka sottolineava che le atrocità non si sono limitate a Inal, ma «si sono verificate ad Azlatt, Sory Malé, Wothie, Walata, Jreida e nella valle».

Secondo Mahamadou Sy, scrittore sopravvissuto ai campi di tortura, si conterebbero fino a 33 persone morte a Inal. Le altre cinque sarebbero infatti decedute per sfinimento dalle torture. Lo racconta nel suo libro-testimonianza “L’Enfer d’Inal. Mauritanie: l’horreur des camps”, pubblicato nel 2000.

In un frammento l’autore scrive: “Le impiccagioni durarono più di un’ora. Dopodiché, come animali spinti dall’odore del sangue, il gruppo di carnefici, preso da un’euforia collettiva, si rivoltò contro gli altri prigionieri e picchiò qualsiasi cosa si muovesse. Come conseguenza di questa follia collettiva, morirono altre cinque persone”.  

Il “passif humanitaire” e le discriminazioni verso gli afro-mauritani

Il massacro di Inal s’inserisce nel periodo andato tra la metà degli anni ‘80 e i primi anni ‘90, noto come “passif humanitaire”, quando sotto il regime di Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya si ebbero esecuzioni extragiudiziali di militari e civili afro-mauritani (di etnia e lingua fulani, soninké, wolof, bambara); deportazioni ed espulsioni di massa verso il Senegal e il Mali; detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate; confisca delle terre e di proprietà appartenenti agli afro-mauritani.

Da allora, la discriminazione nei loro confronti, portata avanti dal gruppo etnico arabo-berbero beydan (al potere) non si è mai esaurita. Ciò benché gli afro-mauritani rappresentino assieme agli haratin (discendenti da persone rese schiave, arabofoni) il 70% della popolazione complessiva, pari a 4,9 milioni di abitanti.

Le rivendicazioni degli afro-mauritani nascono da tutto questo. Oggi il governo mauritano guidato da Mohamed Ould Ghazouani non intende minimamente sanare un trauma che si perpetua di generazione in generazione. Al contrario, lo scorso ottobre ha proposto un indennizzo di 26 miliardi di vecchie ouguiyas (circa 56 milioni di euro) alle vittime sopravvissute e alle famiglie delle vittime del Passif humanitaire, nel tentativo di mettere un punto definitivo a questo capitolo della storia del paese.

Una mossa che sfrutta la condizione di forte povertà in cui vivono queste persone, già soggette a un’esclusione sistemica da tutti i settori della vita cittadina, a partire dall’impossibilità di ottenere documenti di riconoscimento.

Intanto la violenza e la repressione nei confronti degli afro-mauritani aumentano. A restare fuori, ancora una volta, è un processo di riparazione fondato sul diritto alla giustizia e alla verità.

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