Un ministro e il suo doppio
Che figura singolare in nostro ministro della difesa Mario Mauro. Va a braccetto con i cacciabombardieri F-35, supporta i generali che chiedono un aumento della spesa militare, è convinto che il riarmo sia la bussola del benessere del paese. Ma, non contento, accoglie l’appello del papa e partecipa al digiuno del 7 settembre contro la guerra in Siria e un eventuale attacco Usa. Folgorato sulla via di Damasco o un caso di sdoppiamento della personalità? In attesa di chiarimenti, diamo un’occhiata al budget militare 2013 e all’export armiero, che avvantaggia solo poche aziende e i colossi bancari.

Fin dal suo esordio in divisa, il devoto ministro ciellino Mario Mauro si è mostrato ligio alle “stellette”, spedendo in esilio le anime belle del pacifismo demagogico. Amante degli ossimori, per il neo ministro della difesa i «sistemi di difesa avanzati, come gli F-35, servono per fare la pace» (Il Messaggero, 23-05-2013). Infatti imbarcano nella loro capiente stiva tonnellate di ramoscelli d’ulivo, giocattoli e caramelle. E il novello San Francesco armato non ha mostrato imbarazzo neppure quando ha chiesto provocatoriamente: «I soldi, ipoteticamente disinvestiti dagli F-35 (passando da 131 a 90 aerei ndr) quanti ospedali e quante scuole sono diventati?» (Radio 24, 22-07-2013). Se dipendesse da lui si dovrebbe tornare immediatamente alla commessa originaria, ai 131 velivoli, quindi.

Per Mauro tagliare quei costosissimi cacciabombardieri è uno scandalo intollerabile, come mostrare la croce a un vampiro. Zittisce perfino chi chiede spiegazioni. Come è successo il 23 luglio scorso, in Commissione difesa della Camera: l’ex berlusconiano (ora montiano) ha spiegato a parlamentari increduli che la destinazione delle spese militari è una riserva di caccia (appunto) del governo. Anzi. Per lui l’Italia militare è in bolletta. Spende troppo poco per la difesa: «Con questi parametri di spesa nel giro di pochi anni rischiamo il completo default funzionale delle forze armate». E ha citato dati, tutti con il segno meno, che si arenano tuttavia al 2012, considerato annus horribilis per i militari. Scordandosi il bilancio della difesa 2013, aumentato di un miliardo (da 19,9 a 20,9 miliardi di euro) rispetto all’anno prima. Con i budget 2014 e 2015 che supereranno anch’essi i 20 miliardi.

 

La spesa reale

Politici e generali si lamentano. Evocano una crisi nera. Manipolando contabilmente i dati, dicono che le spese militari in Italia non superano lo 0,9% del Pil. Citano come unica voce di spesa di bilancio la “Funzione difesa”, che comprende le spese di personale, di esercizio (che copre i costi di gestione, manutenzione e addestramento) e di investimento. In tutto, 14,4 miliardi di euro.

Una doppia operazione arbitraria: da una parte si sottraggono alcune voci presenti nel bilancio della difesa (tipo quelle destinate alle pensioni provvisorie e quelle impiegate per l’Arma dei carabinieri); dall’altra, non si calcolano le spese – pur espressamente militari – sostenute da altri dicasteri. Ad esempio, non si sommano né i fondi per le missioni internazionali (935,5 milioni per il 2013), inseriti nel bilancio del ministero dell’economia e finanze (Mef); né i fondi (2,4 miliardi di euro) ascritti al ministero dello sviluppo economico per finanziare i programmi di nuovi sistemi d’arma (Eurofighter, fregate Fremm, industria aerospaziale…).

In realtà, calcolando correttamente tutte le spese correnti e in conto capitale, la spesa militare in Italia sfiora i 24 miliardi di euro, con una percentuale sul Pil superiore all’1,5%. In linea con quella europea.

Non solo. Gianni Alioti, sindacalista Cisl ed esperto di questioni militari, ha rammentato che se «compariamo non i valori statici, ma il trend – cioè la variazione nel tempo – l’Italia è uno dei paesi europei che meno hanno ridotto il peso delle spese militari in rapporto al Pil nell’arco di venti anni. In Francia questo rapporto si è ridotto del 30%, in Germania del 38%, in Grecia del 28%, nel Regno Unito del 32%, in Spagna del 25%, mentre in Italia solo del 20%».

Il sito economico La Voce.info, non certo accusabile di posizioni pacifiste, ha poi ricordato come la spesa militare italiana sia pari a quella per le politiche del lavoro e solo marginalmente inferiore a quella per le politiche sociali. Quest’ultima una peculiarità solo italiana. Un nostro tratto distintivo in Europa. E se la ripartizione della spesa pubblica italiana mostra evidenti carenze nella protezione dei più deboli della società, è evidente che «il vero default che rischia l’Italia è quello economico e sociale non certo militare», il timore del parlamentare di Sel, Giulio Marcon.

 

Guerra di persuasione

Il ministro e il codazzo di generali che lo seguono puntano a una battaglia di comunicazione. Di propaganda. Temendo che per molti – soprattutto in tempi di magra economica – la difesa sia una fonte di spesa improduttiva, un tipo di impiego di denaro pubblico di per sé inefficiente, la lobby armiera spinge sul tasto dell’indispensabilità delle Forze armate per il benessere del paese.

Nella recente Direttiva sulla comunicazione strategica del ministero della difesa ci si spinge, pericolosamente, anche oltre. Si afferma che «le nuove minacce alla sicurezza impongono di estendere l’impegno della difesa anche lontano dai confini nazionali, per anticiparle e prevenirle ove esse nascono e crescono». Anticiparle? In che modo? Invadendo e occupando paesi per prevenire ogni possibile o supposto pericolo?

Questo nuovo Minculpop insediatosi negli uffici ministeriali si è posto l’obiettivo di diffondere idee ortodosse al pensiero unico. La Direttiva lo dice chiaramente: «Dobbiamo accrescere nel pubblico la consapevolezza che le operazioni militari hanno contribuito a stimolare la crescita».

Tra i progetti ministeriali da veicolare c’è la necessità di mantenere una forza militare prevalentemente aeronavale, facendo pagare il prezzo dei forti costi tecnologici alla componente terrestre (esercito). Per questo la Legge di revisione dello strumento militare, in discussione nelle aule parlamentari, prevede una forte cura dimagrante per il personale: si deve arrivare dagli attuali oltre 177 mila soldati a 150 mila, per liberare risorse da destinare all’esercizio corrente e soprattutto agli investimenti. Lo testimonia il bilancio 2013: il miliardo in più rispetto al budget 2012 è finito nella voce investimento.

Ed è per tale ragione che ministero e lobbisti vari non molleranno di un centimetro sugli F-35, il maggior programma d’armamento della storia (per l’Italia è prevista una spesa, in 15 anni, superiore ai 14,3 miliardi di euro, dei quali 2 già spesi).

 

Riconversione nei fatti

E, per questo, assisteremo a dinamiche sempre più aggressive nelle esportazioni di armamenti, che tenderanno a rispondere a esigenze di tipo economico-industriale più che a motivazioni di politica estera e di sicurezza comune.

Eppure i bilanci dei signori della difesa planetaria hanno dato, in questi anni, segnali contraddittori. Il sito specializzato Defense news, nel suo report estivo, ha scritto che nel 2012 i 100 big mondiali della classifica armata hanno perso 13 miliardi di dollari nel settore difesa. Perdite completamente ricompensate dalle entrate del mercato non militare. Il sito ha ricordato come nel 2007 il 38% dei ricavi delle prime 100 aziende arrivava dallo shopping militare; ora, invece, solo il 28%. Nei fatti staremmo già assistendo alla riconversione dell’industria dal militare al civile. Ci vorrebbe la spinta politica. L’Europa potrebbe essere il soggetto trainante. A dicembre ci sarà l’appuntamento del Consiglio europeo dedicato alla difesa. Potrebbe essere l’occasione per spingere verso quella conversione al civile che appare premiata dai bilanci. Ma non sarà così: l’obiettivo miope di Bruxelles è incentivare solo i programmi prettamente militari. L’Europa del riarmo.

 

Export tricolore

Anche l’export armiero tricolore ha subito, nel 2012, una leggera flessione. Secondo la Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento – trasmessa dal presidente del consiglio Enrico Letta alle Camere il 18 giugno, con la precisazione che era stata predisposta dal precedente esecutivo Monti – le esportazioni definitive di armi prodotte in Italia sono state pari a 2.752,56 milioni di euro. Cui bisogna aggiungere il valore (1.434,59 milioni) dei programmi governativi di cooperazione, ovvero di tutte le operazioni di fornitura da e verso i “governi alleati” e tutti quelli di fornitura parziale di armamenti per “co-produzione”. Nel 2011, l’export definitivo era stato poco superiore ai 3 miliardi e i programmi governativi di cooperazione superavano i 2,2 miliardi di euro.

Le tabelle quest’anno, tuttavia, sono un po’ confuse. Tra i programmi governativi compaiono anche i 205 milioni di euro in armi cedute all’Arabia Saudita. Collocazione anomala. I settori più rappresentativi sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, la cantieristica navale, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, apparati di guerra elettronica) e i sistemi d’arma (missili, artiglierie), che hanno visto, nell’ordine, Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Selex Galileo, Mbda Italia, Consorzio Sigen, Oto Melara, Avio, Selex Elsag, Piaggio Aero Industries, Fincantieri Cantieri Navali Italiani ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La maggior parte di queste aziende sono possedute o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica.

E a chi vendiamo le nostre armi? Se si escludono le esportazioni dei programmi governativi di cooperazione, la classifica vede al primo posto Israele (472,9 milioni), seguito dagli Stati Uniti (419,1), dal regime algerino di Bouteflika (262,8), dall’Arabia Saudita (244,9), dal partito unico al potere in Turkmenistan (215,8) e dagli Emirati Arabi Uniti (149,5).

Nell’Africa Subsahariana, il paese che spicca il volo è il Ciad. A N’Djamena sono stati venduti nel 2012 armamenti per quasi 88 milioni di euro. Le cronache raccontano di due aerei (C-27J Spartan con parti di ricambio) da trasporto tattico ceduti al governo del Ciad da Alenia Aeronautica.

E che siano “intensi” i rapporti tra il paese africano e il mondo armiero italiano lo conferma la visita, a fine luglio, di una delegazione del ministero della difesa angolano a fabbriche di armi dei gruppi Finmeccanica, Fincantieri, Rheinmetall e Iveco. La delegazione, formata da 9 ufficiali e guidata dal generale Salviano de Jesus Sequeira, ha incontrato anche il ministro Mauro, il segretario generale della difesa Claudio Debertolis e il capo di stato maggiore Luigi Binelli Mantelli. Scambi commerciali militari con un paese che sappiamo come stia tuttora vivendo una fase politica instabile e per nulla pacificata. Elementi che avrebbero dovuto impedire, in base alla legge 185/90, la vendita di armamenti al paese. Lo stesso dicasi per i 24 milioni di euro in armi trasferiti nell’Egitto della rivoluzione araba e per i 20 milioni dirottati nella caotica Libia del post-Gheddafi. Contraddizioni ignorate dal nostro esecutivo.

La vendita a N’Djamena ha portato, l’anno scorso, il valore delle autorizzazioni all’Africa subsahariana a 90,6 milioni di euro, più del doppio rispetto al 2011 (41,8 milioni).

 

Banche armate

Ad integrare la Relazione del governo sull’export di “materiali d’armamento” nel 2012, c’è anche il rapporto del ministero Mef, da cui si estrapola la lista delle cosiddette “Banche armate”, ovvero degli istituti di credito che mettono a disposizione i loro conti correnti per l’accreditamento del denaro che i clienti incassano vendendo armi all’estero.

Secondo il Mef, nel 2012 sono state rilasciate 1.415 (1.720 nel 2011) autorizzazioni allo svolgimento di transazione bancarie, il cui valore complessivo è stato di 4.012 (4.099 nel 2011) milioni di euro. Il valore dell’export definitivo autorizzato è stato di 2.761 milioni (2.386 milioni nel 2011).

I primi tre gruppi della classifica controllano l’84,5% delle transazioni (il 75,15% nel 2011). Al vertice si consolida il Gruppo Bnp Paribas che passa dai 714 milioni (29,94%) del 2011 al miliardo e 50 milioni dell’anno scorso (38,04%). In particolare, la succursale italiana della banca francese ha realizzato, da sola, 941,8 milioni, mentre la Banca nazionale del lavoro (altra banca del gruppo) ha accreditato 108,5 milioni di euro.

Al secondo posto si conferma il colosso tedesco Deutsche Bank, che passa dai 664,4 milioni del 2011 ai 743 milioni dell’anno scorso. Un’amara sorpresa, invece, al terzo posto. Mandando al macero tutti i buoni intenti di uscire dal business, ritorna prepotentemente in pista il Gruppo Unicredito che dai 178 milioni del 2011 è salito fino ai 540,8 milioni del 2012 (19,59%). Al quarto posto si rinsalda Barclays Bank Plc con 232,6 milioni pari al 7,75%.

Si ridimensiona il peso dell’Africa nelle transazioni bancarie: 235,7 milioni, pari all’8,53% del totale (contro il 18,32% del 2011 e il 14,26% del 2010). Domina la classifica, ancora una volta, l’Algeria, che da sola vale quasi l’8% dei 2 miliardi e 761 milioni di euro dell’export definitivo di armi transitato sui conti correnti bancari in Italia.