Kenya
Pubblicata la lista della vergogna, da parte della Commissione kenyana anti-corruzione, con l’elenco dei reati pubblici commessi da ministri, governatori locali e pubblici funzionari. Milioni di dollari intascati in modo impunito che hanno già costretto all’autosospensione 5 ministri. La comunità internazionale chiedeva da tempo al presidente Kenyatta un segnale forte.

Il più grande “giro di vite” contro la corruzione mai realizzato in un paese dell’Africa dell’Est. La stampa la definisce the list of shame” (la lista della vergogna).

È il dossier accusatorio che la Commissione kenyana anti-corruzione (Ethics and Anti Corruption Commission – Eacc) ha consegnato la settimana scorsa nelle mani del presidente Uhuru Kenyatta. Un lungo elenco di reati che abbraccia tutto il paese e ogni settore pubblico: 8 ministri, 13 governatori locali, senatori, poliziotti, avvocati, pubblici ufficiali. In totale 175 nomi, resi pubblici il 1° aprile. Una lista assolutamente trasversale sotto il profilo politico, con nomi di appartenenti a ogni schieramento.

Le accuse sono molteplici, dalla corruzione all’abuso d’ufficio, alla truffa ai danni dello stato. Gli indagati avranno ora tempo fino al 24 maggio per dimostrare la propria estraneità ai fatti, davanti a un gruppo speciale, creato nei giorni scorsi dalla Eacc per procedere con le indagini. 

Sabato 28 marzo, dopo che il presidente aveva pubblicamente invitato gli accusati a farsi da parte, cinque ministri si sono temporaneamente auto-sospesi. Tra questi quello dell’agricoltura, Felix Koskei – nominato da Kenyatta – accusato di aver affittato terreni dello stato «in circostanze poco chiare» e di aver coltivato 100 ettari di questi piantando patate. Koskei avrebbe, inoltre, fornito permessi per l’importazione di zucchero senza osservare la gara d’appalto in corso e i regolamenti della Comesa (il mercato comune dei paesi dell’Africa dell’Est e del Sud). Nei suoi confronti anche accuse di conflitto d’interessi, abuso d’ufficio, intimidazione e corruzione nei confronti di vertici parastatali.

La maggior parte dei casi riportati nel dossier della Eacc riguardano interferenze nell’assegnazione di appalti per progetti governativi. Come quello che coinvolge la società cinese Sinopec International Petroleum, che si sarebbe aggiudicata irregolarmente un appalto da 500 milioni di dollari per la costruzione dell’oleodotto Mombasa-Nairobi, grazie all’“intercessione” del ministro dell’energia, Davis Chirchir (anche lui auto-sospeso) e il senatore Mike Mbuvi Sonko, i quali, sempre secondo le accuse, si sarebbero poi spartiti una mazzetta da 15 milioni di dollari. Il ministro della terra, Charity Ngilu, avrebbe, invece, gonfiato il prezzo di 930 acri di terreno che lo stato avrebbe dovuto acquistare, intascando circa 700 mila dollari. Altri 478 mila dollari avrebbero dovuto essere spartiti tra gli altri – politici, brokers, ufficiali di gabinetto – che il rapporto definisce «un potente cartello criminale responsabile della rampante corruzione all’interno del ministero». 

La comunità internazionale (Gran Bretagna, Stati Uniti e Cina in particolare) e il mondo imprenditoriale straniero, chiedevano da tempo al presidente Kenyatta un segnale forte e concreto della volontà di sconfiggere il sistema di corruzione, principale ostacolo allo sviluppo nazionale, così come promesso durante la campagna elettorale che lo ha portato, due anni fa, alla guida del Kenya. Ora il paese è scosso dalle fondamenta. E in molti si chiedono se reggerà, e in che modo, a questo terremoto politico senza precedenti. Molto probabilmente il sistema tornerà ad assestarsi, perché, come fanno notare alcuni analisti, per sconfiggerlo occorrerebbe un radicale rinnovamento generazionale e culturale.