Il 10 dicembre di 72 anni fa, dopo la tragedia di due guerre mondiali, l’umanità proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani. Primo fra tutti, quello all’esistenza. È a questo diritto che penso considerando la situazione di Mbobero, un villaggio sulle colline, presso il lago Kivu, a pochi chilometri da Bukavu, nel Sud-Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo.

Quando nel 2010 la popolazione seppe che l’allora presidente Joseph Kabila aveva acquistato un pezzo di terreno dalle sue parti, ne fu felice: con un vicino così importante forse anche loro avrebbero avuto la corrente, l’acqua potabile, strade migliori, pensavano. Fu invece l’inizio di un incubo. Come una macchia d’olio, quel terreno si è esteso, fino ad inglobare case e terre della popolazione.

Negli anni ’70, questo terreno, di proprietà del signor Michaux, un cittadino belga, era stato in parte venduto e in parte da lui lasciato ad otto suoi lavoratori come liquidazione. I proprietari vi avevano abitato, avevano diviso le terre da dare ai loro figli, avevano venduto appezzamenti a famiglie venute dall’interno. La popolazione viveva della coltivazione dei campi: le donne portavano i prodotti in città, tornavano con altri articoli e riuscivano a far studiare i loro figli.

Il 31 gennaio 2016 le ruspe entrarono in azione, protette dai poliziotti, per distruggere una cinquantina di case e un ospedale. Dall’8 al 10 febbraio 2018, ancora una volta in piena stagione delle piogge, un numero ancora più alto di case furono demolite, in presenza di un esercito come se fosse una guerra. A nulla valse la resistenza dei giovani che avevano fatto cadere alberi sulla strada, né quella dei capi famiglia.

Circa tremila persone rimasero senza casa e senza campi. Accolti gratuitamente ma in misere condizioni da famiglie del posto, i nuclei famigliari si trovarono separati o costretti a condividere insieme un’unica stanzetta. Tanti bambini abbandonarono la scuola. Del resto, traumatizzati, non riuscivano più a seguire le lezioni. Certi, uscendo, andavano a piangere dove prima sorgeva la loro casa.

La zona fu presidiata da militari, poliziotti e dalla guardia presidenziale. Anni di intimidazioni, stupri, figli nati da violenza, depressione. Chi fra gli uomini aveva un mestiere è andato a cercare qualche lavoro occasionale in città, altri a spaccar pietre per una miseria, altri lontano a cercare oro o coltan. Altri hanno cominciato a bere le micidiali bevande alcoliche che si vendono a pochi soldi.

Intanto la macchia d’olio si allargava, andando oltre i limiti dell’antica proprietà del signor Michaux, toccando il vicino villaggio di Mbiza e la baia di Murundu che, coltivata, dava a tante famiglie cibo e possibilità di studio per i figli. I nuovi padroni hanno sostituito il recinto di rete metallica con un muro. Dentro, hanno installato la “Fattoria speranza”. Alla fine, spinti dalla fame, gli abitanti di Mbobero hanno accettato di andare a lavorare per un misero salario in quelli che erano stati un tempo i loro campi.

A ciò si sono aggiunti i morti: certi per sfinimento e depressione; una donna ha perso il figlio che portava in grembo per il fragore di una bomba; un bimbo di due anni è stato soffocato dai lacrimogeni. Il giovane Cédric è stato ucciso nel 2017 da un militare cui non voleva cedere il suo telefono. La stessa cosa è capitata domenica 6 dicembre a Patrick, un giovane attivo nel comitato che sta procedendo alla misurazione dei terreni, per ricostruire le vere proprietà.

Cittadini durante la misurazione dei terreni

Era un punto che la popolazione, accompagnata dalla Nuova dinamica della società civile (Ndsci), era riuscita ad ottenere dopo l’incontro a Goma, in ottobre, con la moglie dell’ex-presidente Kabila, Olive Lembe, e i suoi avvocati, mostrandole l’errore in cui era stata indotta dagli intermediari. Ma la misurazione si è bloccata: c’è una parte di cui è stata rifiutata la verifica.

La gente ha scritto una lettera al presidente Tshisekedi, informandolo dei fatti e del blocco del dialogo con la famiglia Kabila. Chiedono una rapida inchiesta per l’uccisione di Patrick, esigono la partenza entro 72 ore (cioè mercoledì 9 dicembre) di tutti i militari da Mbobero e annunciano che prenderanno possesso delle loro terre. Mercoledì mattina, però, mentre accompagnava nel villaggio la salma di Patrick, la popolazione è stata dispersa dagli spari dei militari, come testimonia questo video, ripreso da uno smartphone.

La popolazione prosegue nella sua decisione di lottare senza violenza. Il 24 giugno ha depositato una denuncia nei confronti dell’ex-presidente nel tribunale locale e anche presso la Corte di Cassazione a Kinshasa.

Quanto il Papa dice a fondamento della destinazione universale dei beni: “Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità” (FT, 118) resta un sogno per tanti poveri. Che non avrebbero neanche bisogno di dimostrare con documenti il loro diritto ad esistere.