Dibattito sul colonialismo europeo, 6
Nicola Labanca

Patrick Minder, ricercatore dell’università di Friburgo, ha scritto qualche anno fa un volume di seicento pagine, per certi versi straordinario, La Suisse coloniale. Les représentations de l’Afrique et des Africains en Suisse au temps des colonies (1880-1939). La Svizzera non ha sbocchi al mare, i suoi governi repubblicani non hanno mai direttamente partecipato a una politica imperialista, non ha mai avuto possedimenti coloniali. Eppure Minder ha documentato come il colonialismo, nei suoi sessant’anni più ruggenti, conquistò le menti dell’opinione pubblica svizzera. E ne ha trovato documentazione palmare in decenni e decenni di stampa periodica, illustrata e no, che conferma come gli stereotipi razziali e colonialisti circolassero a Berna e Friburgo non meno che a Londra e Parigi, Lisbona e Madrid.

D’altronde, il colonialismo europeo è stato un fenomeno storico che nelle sue forme moderne (anche le polis greche o la Roma antica avevano le proprie “colonie”, ma non c’era il capitalismo moderno e la storia dello stato moderno dietro di esse) ha segnato dal 1415 al 1997 la storia del mondo: dalle prime avventure per mare dei portoghesi verso le Indie passando dall’Africa, alla restituzione di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina. Per cinque secoli l’Europa è stata “costruttrice di imperi”. E il colonialismo – si ricordi – è di per sé una relazione, fra invasore e invaso, fra dominante e dominato, fra colonizzatore e colonizzato.

Per la verità, non tutti gli europei sono stati favorevoli al colonialismo. Ci sono stati contrari da più parti e con diverse ragioni: c’è stato un anticolonialismo “progressista” (illuminista, socialista-internazionalista, bolscevico, democratico) così come un anticolonialismo “conservatore” (chi ricorda il “cartierismo” francese?) e persino reazionario.

Un fenomeno storico imponente. Per questo la vicenda elvetica e lo studio di Minder possono sembrare una digressione, nella positiva discussione aperta da Nigrizia, solo a chi non conosca la storia del colonialismo italiano. Che durò, in forma di dominio concreto di territori oltremare, più o meno quegli stessi sei decenni esaminati dallo studioso elvetico.

Mezzo millennio di storia

Se l’età del colonialismo, con i suoi stereotipi e i suoi razzialismi, toccò le menti di chi non aveva colonie come gli svizzeri, cosa dovrebbe dirsi di un paese come l’Italia i cui governi videro nei domini coloniali, in periodo liberale, un mezzo per sentirsi grande potenza (dall’Eritrea alla Somalia alla Libia), che fecero, in periodo fascista, dell’imperialismo e del bellicismo l’ideologia di stato e che infine scatenarono, per ragioni interne, nel 1935-1936, l’unica e grande guerra di aggressione coloniale europea del periodo fra le due guerre mondiali? Cosa dire di quegli italiani che canticchiavano innocentemente Tripoli bel suol d’amore e Faccetta nera? Cosa dire degli italiani che almeno dal 1937 avrebbero potuto andare nelle “proprie” colonie usufruendo del regime di preferenza della legislazione razziale anti-indigena, una legislazione che i suoi artefici consideravano superiore (cioè, peggiore) alla stessa apartheid sudafricana?

Il colonialismo moderno ha forgiato e riforgiato un arsenale di idee, di stereotipi e di pregiudizi che troviamo operante nei confronti di situazioni nuove (contro gli immigrati, ad esempio). Il colonialismo moderno ha così nel profondo inquinato le menti che anche la repubblica italiana ha fatto assai poco per ripensare quella pagina complessa e difficile del passato. Per lunghi decenni, l’Italia moderata del secondo dopoguerra non ha fatto quasi niente, e ha fatto di più un solo studioso – Angelo Del Boca – e un pugno di storici africanisti e contemporaneisti che tante istituzioni e tanti governi della repubblica messi assieme.

Dieci-quindici anni fa al massimo è nata una nuova leva di più giovani e appassionati ricercatori che hanno ripreso a studiare la storia del colonialismo italiano. Una leva però che purtroppo un sistema universitario povero e in crisi non ha ancora saputo far propria, proprio adesso che ci sarebbe tanto bisogno di “decolonizzare” antichi stereotipi e pregiudizi coloniali.

Da noi si tace

Ecco perché quel libro sulla Svizzera sta là come un monito e illumina di un colore grottesco certe reazioni italiane alla uscita, elettorale, dell’allora candidato e poi presidente di Francia Emmanuel Macron sul colonialismo.

Il dibattito su Nigrizia ha già messo in evidenza alcuni caratteri di quell’intervento: la strumentalità, il suo inclinare verso l’anacronismo, il rischio che per questa via la politica si appropri della storia e la usi a modo proprio. Non pochi intervenuti hanno preso le distanze da Macron e, menomale, anche da qualche prima reazione giornalistica italiana, che correttamente si è temuto tendesse a ridimensionare il fenomeno coloniale in generale e il colonialismo italiano in particolare.

Ciò che pare essere sfuggito, e che invece a chi scrive pare essere la questione centrale, è che mentre si criticava (con notazioni acute e condivisibili) le forme e gli aspetti dell’intervento di Macron, si rischiava di farsi sfuggire la questione maggiore. Essa risiede nel fatto che, in Francia, un candidato presidente, trova necessario esprimersi, prendere posizione, parlare del colonialismo europeo e in particolare del passato coloniale nazionale. L’aspetto cioè centrale dell’intervento di Macron non è tanto il suo giudizio storico, da aspirante storico, ma il fatto stesso che ne parli. È facile criticare un politico quando parla di storia, perché non usa le finezze o le articolazioni del discorso storico. Ma del colonialismo Macron parla, anche se da politico.

Ne parla: una cosa impensabile in Italia. E lasciamo da parte il fatto pur importantissimo per cui, pur atteggiandosi a nuovo de Gaulle in sedicesimo, Macron parli del colonialismo non con gli accenni tutto sommato elogiativi del gran generale, bensì con una impostazione che troverebbe concorde il più accalorato militante postcoloniale e usi il termine, tutto contemporaneo, di “crimine contro l’umanità”.

Macron ne parla. E non basta a spiegarlo l’altro fatto per cui, certo, la Francia è un grande paese, in cui la pagina estera di alcuni quotidiani è aperta al mondo da sempre e che di recente ha discusso del proprio contributo alla storia mondiale (Histoire mondiale de la France curata da Patrick Boucheron). È un fatto politico importante che, in mezzo alla guerra delle civiltà, mentre altri leader (Angela Merkel) subiscono colpi per quello che fanno sul fronte delle grandi migrazioni, Macron decida di parlare del colonialismo.

Quando avverrà, invece, che politici italiani sentano il bisogno di esprimersi sul passato coloniale degli italiani? Forse che gli stereotipi e i pregiudizi razzisti – attivati durante i lunghi secoli dell’età coloniale, riforgiati nei pochi decenni in cui l’Italia è stata potenza coloniale e rilanciati con particolare forza e dispendio di mezzi e d’impegno nel ventennio fascista – non sono ancora fra noi operanti?

Dovrebbe essere un libro di testo obbligatorio per tutti gli insegnanti delle scuole italiane di ogni grado l’aureo libretto La pelle giusta di Paola Tabet. In quelle sue pagine giusto vent’anni fa, già prima che l’ondata migratoria si abbattesse sulle coste e sui confini d’Italia, l’antropologa Tabet aveva analizzato e documentato fra gli allievi delle scuole elementari e medie (che oggi votano e che eleggeranno nel 2018 il prossimo parlamento della repubblica) la presenza e la permanenza dei più vieti stereotipi coloniali: allievi che, si badi bene, non avevano conosciuto direttamente né colonie né colonialismo, così come gli svizzeri di cento o cinquant’anni prima. (E vent’anni più tardi, teme chi scrive, la situazione nelle menti dei bimbi e dei ragazzi d’Italia non è certo che sia migliorata). Macron, insomma, parla: di questo. In Italia si tace.

1937-2017: silenzio

E si tace mentre l’ondata del razzismo dilaga e passa dal differenzialismo culturale alla violenza esercitata nelle strade da minuscoli ma efferati gruppi di imprenditori politici del razzismo appunto violento, troppo spesso nell’indifferenza generale o con poche resistenze da parte degli astanti e dell’opinione pubblica. E mentre lo stato fa pochissimo perché quella pagina storica sia ricordata e troppo poco fa perché non si ri-mettano oggi le basi di un (nuovo, diverso) razzismo istituzionale e di un paese diviso in due società. E ancora mentre tanti parlano a vanvera di integrazione e di multiculturalismo.

Capire perché in Italia non vi sia nessun Macron che parli di colonialismo (italiano) basterebbe per misurare quanto assordante sia il silenzio (o quasi) nazionale. Cosa ha fatto, nel 2017, la repubblica italiana per ricordare l’introduzione di una normazione razziale anti-indigena da parte del fascismo nel 1937? Cosa hanno fatto i governi e i comitati per gli anniversari d’interesse nazionale per questo? C’è molto da studiare, ancora, su questo, e certo le responsabilità sono degli storici: ma cosa hanno fatto, in Italia, gli omologhi di Macron? Vi è su questo nei teatri d’Italia uno spettacolo godibilissimo, e amaro, che si intitola Acqua di colonia, scritto da Elvira Frosini e Daniele Timpano: tutti gli insegnanti, tutti i docenti, e almeno qualche politico, dovrebbero essere obbligati a vederlo.

Certo, osserveranno i soloni, il grande colonialismo in Francia ha avuto una estensione, un peso e un impatto sulla coscienza nazionale che non ha paragone con il piccolo colonialismo italiano. Concordiamo, nonostante certe esagerazioni postcolonialiste recenti. Ma non è troppo singolare il divario fra le parole di Macron e su Macron, in Francia e in Italia, e il silenzio, da noi, sul colonialismo? Quando potremo assistere a una rielaborazione adeguata di questa pagina del passato nazionale? E forse che di una rielaborazione non ci sarebbe bisogno in un paese che ha visto un uomo politico insultare una ministra della repubblica per il colore della sua pelle, e che vede frequentemente le tifoserie dei suoi stadi di calcio gettare dagli spalti bucce di banana ai giocatori neri delle squadre (avversarie), e infine che non riesce a far demolire un obbrobrio di cemento dal parco pubblico comunale di Affile, edificato con fondi pubblici, e intitolato a Rodolfo Graziani?

Come fu al suo tempo un fattore divisivo, dividendo in primo luogo gli europei dagli abitanti dei continenti da quelli dominati, e in secondo luogo i dominati fra collaboratori e resistenti (e tutti gli altri), il colonialismo ha diviso anche gli europei. Ha attraversato e spaccato le culture politiche dell’Europa moderna e contemporanea.

Si pensi ai liberali, divisi fra spietati sostenitori del dominio e romantici “civilizzatori”. Si pensi ai marxisti, divisi fra anticolonialisti e fiduciosi che solo l’affermarsi del capitalismo anche fuori d’Europa (Marx e il suo India, Cina, Russia; ma pure Engels) vi avrebbe fatto nascere le condizioni per una liberazione. Si pensi ai neri, ad esempio, al tempo della decolonizzazione, divisi fra Senghor e Fanon, e agli umanisti, di nuovo, al tempo della guerra di Algeria, fra Fanon e Sartre. Si pensi ai cristiani e in particolare i cattolici, e in primo luogo ai missionari, divisi fra fiancheggiatori dell’espansione coloniale e “civilizzatori” e poi, ma solo dopo il concilio Vaticano II, teologi della liberazione o, oggi, moderati critici di un passato lontano.

Il colonialismo, in Italia come altrove, è un ricordo scomodo e per questo, da più parti, si preferisce spesso far calare su di esso il silenzio.

Guarire dal razzismo

Il razzismo di oggi non è lo stesso dei sei decenni dell’Italia coloniale e non è lo stesso semi-millenario dell’Europa coloniale: ma ne è rispettivamente figlio e nipote, e con i suoi avi ha stretti rapporti di parentela. Riflettere e far riflettere sugli uni aiuterebbe a conoscere l’altro, e a guarirne.

Parlare del colonialismo (storiograficamente e precisamente, come ne fanno gli storici; politicamente, anche a costo di molte imprecisioni e presentismi, come ne fanno i leader alla Macron) aiuta gli europei a prendere consapevolezza di essere alla fine di una storia che è durata almeno mezzo millennio: ma che, per quanto sia finita, come per il sessantennio coloniale italiano, liberale e poi fascista, ha pur sempre lasciato enormi strascichi ed eredità.

Meglio parlarne, che stare in silenzio. Meglio parlarne, allora. Anche se non scrivendo, come ha fatto, a proposito del discorso di Macron, Giovanni Belardelli sul Corriere della sera il quale, sfoderando la sua matitina rossa e blu, continua a ritenere che «sono stati proprio i grandi avvenimenti europei a scandire le differenti epoche storiche»: dando cioè l’idea di essere ancora tutto calato nell’atmosfera di un mezzo millennio che non c’è più.

Nella foto: il generale Rodolfo Graziani (1882-1955) che ha avuto un ruolo di primo piano nelle guerre coloniali italiane. Per i suoi metodi in Libia è stato soprannominato il “macellaio del Fezzan”.


Nicola Labanca è docente di storia contemporanea all’Università di Siena