Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di marzo 2026.
Quando una premier navigata nel campo della comunicazione come Giorgia Meloni si presenta con un discorso scritto in una capitale straniera, è d’uso che all’inviato della Rai sia già stato evidenziato in grassetto la frase-chiave di pochi secondi da trasmettere al telegiornale.
Nel caso del viaggio dello scorso febbraio in Etiopia, dove Meloni ha inaugurato un’assemblea dell’Unione africana, le parole prescelte per essere diffuse nelle case degli italiani sono state le seguenti: «Non ci interessa sfruttare la migrazione per avere manodopera a basso costo da impiegare nei nostri sistemi produttivi».
Aleggiava sullo sfondo il grande alibi che prende il nome di Piano Mattei. Sia detto per inciso: è ancora da scrivere un bilancio equilibrato sull’opera di Enrico Mattei, partigiano e poi manager pubblico fondatore dell’Eni (nel mentre l’ente petrolifero italiano sbarca in Venezuela per gentile concessione di Trump).
Di questo Piano Mattei, ripetutamente citato come il “volto buono” delle politiche di respingimento e sottomissione degli immigrati della destra, si sa solo che su 5,5 miliardi annunciati finora in due anni ne sono stati mobilitati solo 1,3.
Le cifre di un bluff, mentre col beneplacito dell’Europarlamento viene allargato il numero dei paesi d’origine e dei paesi terzi definiti “sicuri” allo scopo di espellervi senza troppi scrupoli i migranti irregolari.
Pressoché smantellate sono le norme sul diritto d’asilo. Aleggia sul vecchio continente l’oscena parola d’ordine della “remigrazione” che il nostro ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, è tornato a riproporre nella formula del “blocco navale”, volto a bloccare fino a sei mesi l’opera di soccorso in mare delle ong.
Torniamo, dunque, al messaggio falsamente progressista e umanitario di Giorgia Meloni ad Addis Abeba: non ci interessa sfruttare manodopera a basso costo… Quanta ipocrisia in quelle parole!
Che andrebbero tradotte così: non abbiamo alcuna intenzione di regolarizzare i flussi migratori né tanto meno di sanzionare chi calpesta le normative del diritto del lavoro profittando della vulnerabilità dei migranti sempre in bilico fra regolarità e irregolarità. Perché?
Perché alla nostra economia conviene che restino lì “tra color che son sospesi”, milioni di esseri umani racchiusi in quella che Luca Ricolfi chiama “infrastruttura paraschiavistica”.
Gli stessi che gridano alla remigrazione trovano molto conveniente sfruttarli. Conviene privarli di ogni diritto (basti pensare alla recente inchiesta della Procura di Milano sui fattorini delle consegne a domicilio). Almeno evitateci di dire che non vi interessa la manodopera a basso costo.
Blocco navale
Matteo Piantedosi ha riproposto il progetto nel disegno di legge immigrazione approvato in Consiglio dei ministri l’11 febbraio scorso. Il provvedimento prevede l’interdizione dall’ingresso nelle acque territoriali italiane per navi ong, fino a 6 mesi (su delibera del Consiglio dei ministri su proposta del Viminale), per motivi di sicurezza, pressione migratoria o emergenze. Piantedosi l’ha giustificato dicendo che «difendere i confini è un dovere».