Economia in bianco e nero – luglio-agosto 2015
Riccardo Barlaam

Un mercato unico enorme, dal Cairo a Città del capo, dall’Rd Congo al Mozambico. Nasce una zona di libero scambio grande come metà Africa, senza barriere e dazi. Per facilitare gli scambi di beni, capitali e investimenti in una delle aree a più rapida crescita, ma più frammentata di tutto il continente.

È quanto hanno deciso i leader di 26 paesi dell’Africa australe e orientale, a Sharm el-Sheikh, il 10 giugno, ponendo la loro firma in calce al documento che sancisce la creazione della Tfta, Tripartite free trade area, al termine di 7 anni di negoziati. Erano presenti alla firma anche i presidenti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e della Banca mondiale. Un lungo corridoio senza barriere commerciali che interessa Libia, Egitto, Etiopia, Eritrea, Sudan, Gibuti, Kenya, Tanzania, Rd Congo, Burundi, Rwanda, Uganda, Malawi, Madagascar, Seicelle, Comore, Maurizio, Angola, Zambia, Zimbabwe, Namibia, Botswana, Mozambico, Lesotho, Swaziland e Sudafrica.

L’idea è rivoluzionaria: se ne parla dagli anni della decolonizzazione. Creare un mercato comune senza dazi e dogane che servirà 625 milioni persone, più della metà di tutti gli africani, un mercato che già ora vale 1200 miliardi di dollari in termini di prodotto interno lordo annuo, in paesi in forte crescita che hanno avuto un incremento medio del Pil del 5% negli ultimi anni.

L’accordo Tfta è costituito da tre pilastri principali: integrazione del mercato, sviluppo infrastrutturale e sviluppo industriale. Nell’immediato, l’intesa tra i 26 paesi punta a creare zone di libero scambio per le merci, rimuovendo tariffe doganali e barriere non tariffarie e favorendo la libera circolazione delle merci e delle persone, per poi procedere in un secondo momento alla liberalizzazione dei servizi a agli incentivi per gli investimenti.

Ci vorranno ancora due anni però perché dai princìpi si passi alla pratica con l’eliminazione delle barriere doganali: il patto dovrà infatti essere ratificato dai parlamenti nazionali dei 26 paesi coinvolti prima di entrare in vigore. E ciò dovrebbe avvenire nel 2017.

L’Accordo tripartito di libero scambio (per il documento integrale ww.eac.int) si chiama così perché mette insieme dopo anni di negoziati i tre principali blocchi commerciali infraregionali africani: la Southern african development community (Sadc), l’East african community (Eac) e il Common market for eastern and southern Africa (Comesa).

«Il livello di scambi infraregionali tra questi paesi è molto basso. E con questo patto si mettono le basi perché possa svilupparsi», ha affermato il commissario al commercio dell’Unione africana, Fatima Haram Acy. Al momento gli scambi tra i 26 paesi firmatari dell’accordo pesano per il 10% del totale del commercio estero africano (in Europa il 70% degli scambi avviene tra paesi Ue). Una percentuale che è diminuita negli ultimi anni con l’aumento delle esportazioni extra-africane. «La rimozione delle barriere tariffarie favorirà le importazioni e le esportazioni tra i paesi dell’area tripartita farà aumentare gli scambi commerciali almeno al 22%», ha spiegato ancora Haram Acy.

Le imprese locali potranno finalmente contare su mercati molto più vasti di quelli nazionali. Un esempio: una fabbrica di biciclette in Kenya, che non ne vende abbastanza in patria, potrà esportarle negli altri 25 stati, cosa che finora le era impedita dai dazi doganali esorbitanti – tra i più alti del mondo – imposti dai governi africani sulle merci importate.

Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio e gran parte dei paesi dell’Africa occidentale non fanno parte del patto tripartito. Tuttavia sono già stati avviati i negoziati per allargare ulteriormente questa gigantesca area di libero scambio. E si pensa che entro i prossimi due anni possano concludersi positivamente anche per questi paesi.

Ma togliere i dazi non basta. Un passo successivo ulteriore è legato alle infrastrutture: strade, autostrade, aeroporti e linee ferroviarie. Migliorare, e in molti casi creare, una rete infrastrutturale moderna potrà fare la differenza. «C’è molto da fare – ha concluso il commissario al commercio – basti pensare che non c’è ancora una strada che colleghi l’Egitto all’Africa subsahariana». L’industria manifatturiera di base è concentrata in Sudafrica, Kenya ed Egitto. La Tfta non cambierà questo stato di cose da un giorno all’altro. Ma, secondo gran parte degli analisti, nel lungo termine porterà sviluppo e integrazione.

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Nella foto sopra un momento della cerimonia di ieri per la firma Trattato di libero scambio tripartito (Tfta) a Sharm El Sheikh (Egitto). (Fonte: Reuters)